Il vescovo Daniele ha presieduto la Veglia di Pentecoste, curata dalla Consulta diocesana delle Aggregazioni laicali, nella Cattedrale di Crema, la sera di sabato 23 maggio 2026. Riportiamo di seguito la sua omelia.
Nicodemo, racconta il vangelo di Giovanni (cf. 3,2-8), va di notte a visitare Gesù. Perché proprio di notte? La risposta più ricorrente a questa domanda, è che Nicodemo – personaggio di una certa importanza (cf. v. 1), membro del Sinedrio – abbia paura dei suoi pari, dei “Giudei” (termine che nel quarto vangelo racchiude sinteticamente gli avversari di Gesù), e preferisca dunque agire di nascosto: forse è affascinato da Gesù, in ogni caso curioso nei suoi confronti, interessato a lui, ma preferisce non dare troppo nell’occhio.
Questa non è l’unica spiegazione possibile. E forse possiamo prenderci qualche minuto, in questa notte nella quale noi vegliamo almeno un po’, per accogliere il dono dello Spirito Santo, per esplorare almeno qualche altra possibilità, e provare poi a chiedere anche a noi stessi se e in quale notte ci troviamo, per lasciarla trasfigurare dallo Spirito.
La notte della paura, certo, non la escludiamo, perché può afferrare anche i discepoli di Gesù. La sera del giorno di Pasqua, ricordate, i discepoli erano riuniti in casa, a porte chiuse, «per paura dei Giudei» (cf. Gv 20,19). La paura aveva fatto sì che si mettessero in prigione da soli. Ma Gesù risorto non si lascia ostacolare da porte chiuse, fisiche o psicologiche che siano: e per questo può presentarsi in mezzo ai discepoli e comunicare loro l’impegno della missione, ed equipaggiarli con il dono dello Spirito (cf. 20,21-23: vangelo della domenica di Pentecoste).
Chiediamoci, in ogni caso, se la paura, almeno qualche volta, paralizza il nostro impegno a testimoniare la fede: se ci riduce al silenzio, se ci porta a voltare la testa da un’altra parte, quando l’adesione al vangelo ci imporrebbe di parlare con dolcezza ma anche con chiarezza, quando insomma anche noi abbiamo la tentazione di nasconderci, di non farci troppo riconoscere come discepoli di Gesù.
Ci può essere, senza dubbio, la notte del peccato, del rifiuto di Gesù e, in lui, di Dio – quale che sia, concretamente, il modo in cui questo rifiuto si esprime. Quando Gesù annuncia il tradimento, quando intinge il boccone e lo dà a Giuda, nell’ultima cena, dicendogli «Quello che vuoi fare, fallo presto» (13,27), e poi Giuda, preso il boccone, esce dal cenacolo, l’evangelista commenta: «Ed era notte» (13,30).
Sì, c’è una notte fatta della distanza che noi mettiamo, tra noi stessi e il Signore: anche se la Pasqua ci annuncia che neppure questa notte è capace di impedire l’azione dello Spirito vivificante.
Ci sono notti che attraversano la nostra vita per motivi diversi. Ci sono le ore dell’incertezza, del dubbio; le notti della fede; le crisi personali o spirituali, le notti di domande alle quali non sappiamo rispondere, di decisioni che si rivelano molto difficili da prendere, le notti attraversate da dubbi, stanchezze, disillusioni, amarezze…
Ci sono le notti nelle quali ci sembra di poter tirare solo un bilancio negativo della nostra vita; le notti nelle quali ci sentiamo irrimediabilmente “vecchi” (quale che sia l’età anagrafica) e, come Nicodemo, di fronte all’invito a rinascere, che viene da Gesù, sappiamo solo obiettare: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?» (3,4).
Ci sono i tempi notturni che attraversiamo anche come Chiesa (anche nelle nostre associazioni o movimenti ecclesiali) o come società. Quando il tempo che viviamo, l’ora presente, ci appare molto incerta, e carica di presagi tutt’altro che rassicuranti; o quando non vediamo che direzione dovrebbe prendere la Chiesa per vivere la sua missione nel tempo presente…
Sono solo alcuni esempi. Vorrei invitare ciascuno di voi, ciascuno di noi, a sostare un momento per chiederci, davanti al Signore: in quale notte mi trovo? Che cosa offusca la mia gioia di credere, la mia fiducia di essere nelle mani di Dio, la mia interiore persuasione della fedeltà di Dio alla sua promessa?
Ciascuno provi a riflettere un po’ su queste domande, nei minuti di silenzio che seguiranno: perché possiamo poi invocare lo Spirito, chiedere che, con soavità e forza, con un soffio impercettibile o, se necessario, con vento gagliardo e forte, ci aiuti a uscire dalle nostre notti: o, meglio, trasfiguri ogni nostra notte a immagine della notte pasquale, nella quale la potenza dello Spirito fa passare Gesù, il Crocifisso, da morte a vita, da questo mondo al Padre, perché sia comunicata anche a noi la pienezza della vita di Dio e la speranza che non delude (cf. Rm 5,5).
