Riportiamo di seguito l’omelia tenuta dal vescovo Daniele durante la solenne celebrazione eucaristia per la festa di S. Pantaleone martire, patrono della diocesi e del territorio cremasco, mercoledì 10 giugno 2026 nella Cattedrale di Crema.
«Anche nelle notti più buie, il Signore suscita uomini e donne capaci di non rassegnarsi e di perseverare nel bene: persone che proteggono i fragili e aprono varchi di riconciliazione. La memoria dei santi e dei giusti, dei costruttori di pace spesso dimenticati mostra che la grazia non elimina il conflitto con un gesto magico, ma genera una resistenza operosa al male e una sorprendente creatività nel bene. I cristiani vedono le tenebre e le chiamano per nome, ma non restano fermi a contemplarle: conoscono la luce e sanno che le tenebre non l’hanno accolta e non possono vincerla (cfr Gv 1,5). Per questo, essi servono il bene anche dove sembra avere l’ultima parola il dolore, sostenuti da una speranza teologale che dona alla realtà un orizzonte e una direzione» (Leone XIV, Magnifica humanitas, 211).
Così scrive papa Leone verso la conclusione della sua enciclica Magnifica humanitas, consegnata alla Chiesa e al mondo qualche settimana fa.
Sono parole, queste che ci vengono dal Papa, che ci aiutano a situare meglio la festività annuale che ci vede raccolti per rendere grazie a Dio, perché continua a benedire la nostra Chiesa e la nostra terra cremasca, attraverso l’intercessione e la protezione di san Pantaleone.
Papa Leone scrive queste parole quasi all’inizio della sezione con la quale chiude il quinto e ultimo capitolo dell’enciclica; e intitola questa sezione Costruire la civiltà dell’amore – riprendendo un’espressione cara al santo papa lombardo Paolo VI.
«Se guardiamo alle dinamiche mondiali», scrive ancora papa Leone,
«riconosciamo sempre più chiaramente l’espandersi di una cultura della potenza, fatta di polarizzazioni e violenze. La moderna Babele non è soltanto il paradigma tecnocratico globalizzato, ma anche lo scontro a distanza tra imperialismi contrapposti, tra potenze che vogliono conservare il proprio primato e potenze che aspirano a conquistarlo, con una molteplicità di conflitti locali. È, inoltre, la corsa a sviluppare tecnologie sempre più potenti, o ad assicurarsene il controllo, secondo una dinamica disumanizzante che sembra non conoscere limiti. E tuttavia, accanto a questa deriva, intravediamo gran parte dell’umanità che cerca di rimanere umana e di adoperarsi per costruire la città della convivenza e della pace. Di essa noi tutti siamo spesso artefici inconsapevoli e architetti disuniti, capaci di slanci generosi ma privi di una visione d’insieme: è una costruzione più lenta, meno visibile e meno eclatante, che attende di essere meglio compresa e più coordinata, per diventare così l’impegno consapevole e articolato di ogni comunità, dalla famiglia al governo degli Stati e alle loro relazioni. È a questo orizzonte di impegno, a questo cantiere di speranza, che diamo il nome di “civiltà dell’amore”» (MH 185).
In concreto, il Papa suggerisce alcune linee di azione, attraverso le quali ciascuno può dare un contributo, grande o piccolo che sia, a questo «cantiere di speranza», senza nascondersi dietro la «tentazione sottile [di] pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla. È una forma elegante di resa, spesso mascherata da realismo» (MH 212), dice giustamente papa Leone.
Alcune di queste linee di azione proposte dal papa si incrociano anche anche con la liturgia che stiamo celebrando in onore di San Pantaleone.
Così, ad esempio, quando Papa chiede di disarmare le parole: e possiamo notare che l’apostolo Pietro (come abbiamo sentito nella seconda lettura), mentre chiede ai cristiani di essere «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi», aggiunge subito: «Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto», non ripagando chi dovesse «parlare male» di loro con la stessa moneta. Come dice il Papa, «abbiamo una possibilità reale di contribuire al bene ogni volta che diciamo la verità, che diamo un consiglio saggio, che sosteniamo chi ha bisogno di conforto, che denunciamo un’ingiustizia, che diamo voce a chi non ne ha» (MH 214).
Anche la seconda via indicata dal Papa, costruire la pace nella giustizia, ci rimanda all’avvertimento con il quale l’apostolo Pietro segnala ai cristiani la possibilità che debbano «soffrire per la giustizia» (e aggiunge: «Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male»);
ma senza un impegno serio, esigente, rischioso, per promuovere la giustizia in tutte le situazioni della vita, ci ricorda papa Leone con tutta la Dottrina sociale della Chiesa, non c’è pace possibile (cf. MH 215).
Papa Leone invita ancora ad assumere lo sguardo delle vittime, che implica la capacità di prendere posizione, di non rimanere neutrali: non tanto, o non solo, a parole, ma con la premura di «“toccare la carne” di chi soffre: guardare i volti, ascoltare le storie, riconoscere le ferite» (MH 216). Il martirio è spesso il frutto della presa di posizione di chi si schiera a fianco delle vittime: è stato così per il beato Alfredo Cremonesi in Birmania, o per sant’Oscar Romero in Salvador, o per i martiri d’Algeria di cui ricorre quest’anno il trentesimo del martirio, e per tanti altri.
Non mi soffermo sulle altre vie indicate dal Papa (rilanciare il dialogo, necessità della diplomazia e del multilateralismo…), per richiamare invece ciò che papa Leone scrive, in un altro punto dell’enciclica Magnifica humanitas, parlando dei «martiri del quotidiano». Dopo aver ricordato «i martiri della fraternità e della giustizia» e i «testimoni che hanno incarnato, in condizioni dure e spesso disumane, la speranza del Vangelo e la dignità dell’uomo», il papa si riferisce appunto ai
«“martiri del quotidiano” che curano, educano, accompagnano, consolano senza clamore, come i genitori, gli infermieri, i medici, i volontari, le persone che restano accanto a un anziano o a un escluso. La loro testimonianza mostra che il bene non procede in automatico, ma richiede perseveranza, memoria, e una conversione che rende capaci di ricominciare anche dopo le sconfitte» (MH 125).
La testimonianza di questi “martiri del quotidiano”, conosciuti ma, soprattutto, sconosciuti, ci sostiene nella convinzione che è possibile, per grazia di Dio, edificare la “civiltà dell’amore” anche in un mondo che sembra privilegiare criteri di potenza, logiche di conflitto, forme di sopraffazione, e che rischia di fare della rapidissima innovazione tecnologica un fine in sé, anziché uno strumento a servizio dell’umano e del suo sviluppo armonioso.
Si, è possibile contribuire a edificare la “civiltà dell’amore”, ma è una sfida esigente. Per questo, per contribuire a edificarla qui, in questo territorio cremasco che si affida alla sua protezione, noi invochiamo l’intercessione di san Pantaleone: lui, un cristiano che si è preso cura dei fratelli esercitando l’arte medica, un discepolo del Signore Gesù che lo ha seguito fino all’effusione del sangue, aiuti anche noi a vivere il “martirio del quotidiano”, ciascuno secondo le sue responsabilità e possibilità, e a essere costruttori pazienti di un mondo sempre più a misura dell’uomo, quanto più è fedele al mandato di Dio.
