Il vescovo Daniele ha presieduto nella parrocchia del S. Cuore a Crema Nuova la celebrazione dell’Eucaristia in occasione della solennità del S. Cuore, venerdì 27 giugno 2025. Riportiamo di seguito l’omelia.
Nel modo in cui il profeta Ezechiele descrive l’azione promessa da Dio che si prenderà cura del suo popolo, come un pastore bravo, qualificato, si prende cura del gregge, c’è una parola chiave, che dobbiamo notare, anche perché ritorna due volte, ed è la parola “disperse”:
Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine (Ez 34,12).
Ezechiele svolge il suo ministero di profeta nel VI secolo a. C., quando il popolo di Israele sta vivendo ormai da tempo questa situazione di “dispersione”: una parte del popolo di fatto non esiste più da almeno un secolo e mezzo, un’altra parte è esiliata a Babilonia, un’altra è rimasta nella terra di Israele, ma in condizioni di schiavitù e di miseria, altri sono fuggiti in Egitto o altrove…
Alcuni testi della Bibbia ci fanno capire che questa dispersione, avvenuta per le varie vicende storiche, drammatiche, che si sono susseguite, è però anche qualcosa che Dio ha voluto. Questa dispersione è una punizione, senza dubbio; ma non è puramente un castigo, è anche parte di un progetto di salvezza di Dio.
Esiste una parola, vicina alla nostra “dispersione”, che contiene questa ambivalenza, ed è la parola diaspora: che vuol dire, appunto, “dispersione”, ma equivale anche a “disseminazione”, a semina. In qualche modo, ciò che il popolo di Dio ha vissuta è stata una sorta di dolorosa semina; Dio per primo ha rischiato, lasciando disseminare il suo popolo, come un seminatore che rischia, seminando il suo seme, perché non può essere sicuro al cento per cento di poter poi raccogliere; d’altra parte, però, se il seminatore non getta il seme, è certo che il raccolto non ci sarà.
Nelle parole del profeta, Dio, dopo aver lasciato disseminare il suo popolo, guarda ora al raccolto; e, uscendo dall’immagine agricola per entrare in quella pastorale, presenta la sua azione appunto come un’azione di raccolta; radunerà il gregge disperso, lo ricondurrà dalla sua dispersione che, per un gregge – soprattutto nelle zone semiaride, come sono quelle del Medio Oriente – rischia di essere mortale: un gregge disperso è destinato a morte pressoché certa, perché non saprà trovare pascolo, acqua da bere, e sarà vittima degli animali da preda…
Come sappiamo, i cristiani hanno riconosciuto in Gesù il compimento della promessa fatta da Dio attraverso il profeta. È lui, Gesù, il pastore buono e vero, che raccoglie nell’unità i figli di Dio che erano dispersi; e li raccoglie – ci raccoglie – non attraverso un’azione di forza, non prendendo a bastonate il suo gregge disperso, ma attraverso l’attrazione dell’amore, quell’amore che la fede cristiana ha visto riassunto nel simbolo del cuore. È perché è morto per noi, per manifestarci in pienezza l’amore di Dio riversato nei nostri cuori – ce lo ha ricordato Paolo nella seconda lettura – che Gesù Cristo può vincere la dispersione e far crescere l’umanità nella comunione vera.
In un mondo e in un momento della storia nel quale sembra che le forze disgregatrici e di dispersione stiano prevalendo su tutto e su tutti, facendo crescere e moltiplicare atteggiamenti e comportamenti individualistici, contrapposizioni irose e invidiose, e conflitti di ogni genere, compresi quelli più distruttivi e letali, la celebrazione di oggi è, invece, un invito a lasciarci unificare, personalmente e come comunità, nell’amore di Dio manifestato nel cuore di Cristo.
In questa linea, papa Leone, nel suo messaggio rivolto oggi ai preti – in questo giorno dedicato in modo particolare alla loro (o nostra) santificazione –, ha insistito in modo speciale sul ministero del prete come ministero, servizio, dell’unità e della comunione. Riprendo la parte centrale di questo messaggio:
In un mondo segnato da tensioni crescenti, anche all’interno delle famiglie e delle comunità ecclesiali, il sacerdote è chiamato a promuovere la riconciliazione e generare comunione. Essere costruttori di unità e di pace significa essere pastori capaci di discernimento, abili nell’arte di comporre i frammenti di vita che ci vengono affidati, per aiutare le persone a trovare la luce del Vangelo dentro i travagli dell’esistenza; significa essere saggi lettori della realtà, andando oltre le emozioni del momento, le paure e le mode; significa offrire proposte pastorali che generano e rigenerano alla fede costruendo relazioni buone, legami solidali, comunità in cui brilla lo stile della fraternità. Essere costruttori di unità e di pace significa non imporsi, ma servire. In particolare, la fraternità sacerdotale diventa segno credibile della presenza del Risorto tra di noi quando caratterizza il cammino comune dei nostri presbiteri.
La condizione della dispersione è anche, in certa misura, la nostra condizione di cristiani nel mondo. Ma se Dio ci fa vivere questa dimensione di dispersione, è perché le comunità cristiane siano fermento di unità e riconciliazione, partendo da ciò che il Signore ha fatto per noi.
Lasciamoci dunque attirare dal suo amore, che ci raccoglie in unità; e preghiamo gli uni per gli altri, e in modo particolare per i preti perché siano, perché siamo, servitori di questa unità, testimoni dell’amore di Dio che non vuole che nessuno sia perduto o disperso, e tutti si ritrovino nello spazio accogliente della sua misericordia.
