Presso la parrocchia del S. Cuore a Crema Nuova il vescovo Daniele, venerdì 12 giugno 2026, ha presieduto la celebrazione dell’Eucaristia nella Solennità del S. Cuore di Gesù. Riportiamo di seguito la sua omelia.
«Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita» (Mt 11,29). Così abbiamo sentito dalle parole di Gesù, e vorrei provare a prenderlo alla lettera, per imparare da lu questa virtù della mitezza, che ci raccomanda in queste sue parole, e che viene riassunta proprio nel simbolo del suo Cuore.
Vorrei provare a imparare da Gesù che cosa vuol dire vivere la mitezza in quanto cristiano, e nella Chiesa; vorrei imparare da Gesù quali sono i tratti della mitezza di un prete, di un vescovo.
Una cosa dobbiamo ricordarla subito: questa lezione non può durare pochi minuti. Non perché io senta il bisogno di fare una predica lunga – non è questa la preoccupazione! Il fatto è che per imparare da Gesù bisogna stare con Lui, bisogna prendersi il tempo di contemplarlo, di ascoltarlo, di lasciare che le sue parole e i suoi gesti entrino progressivamente e ripetutamente in noi e, soprattutto, che siano illuminati dalla luce dello Spirito. Ciò che c’è da imparare, insomma, non lo si ricava principalmente dal contenuto di una predica, ma dalla familiarità continua e prolungata con il Signore.
Del resto, per quanto riguarda noi preti (e anche me vescovo) papa Leone, nel Messaggio che ha inviato oggi in occasione di questa solennità, che è anche giornata della santificazione sacerdotale, ci invita a «restare uniti a Cristo in tutto: in ciò che facciamo e in ciò che ci accade quotidianamente»; è, naturalmente, un’indicazione che ciascuno può fare sua, secondo la propria condizione di vita, e che ci può condurre proprio a imparare a vivere in quella mitezza che, secondo l’apostolo Paolo, è uno dei “frutti dello Spirito” riversato nei nostri cuori (cf. Gal 5,23).
Mi sembra che impariamo la mitezza di Gesù anzitutto quando ci lasciamo istruire dalla sua lunga frequentazione con la vita quotidiana degli uomini e delle donne del suo tempo: dove tutti i gesti, le cose, persino gli attrezzi da lavoro di ogni giorno (come il giogo che permette agli animali di trascinare l’aratro: ma gli esempi si potrebbero moltiplicare…) diventano segno di un Vangelo che non vuol essere dominio, ma ristoro offerto alla vita dell’uomo; frequentazione della vita degli uomini che, sopratutto, fa scorgere al Figlio la sorprendente predilezione del Padre per i piccoli, per quelli che non hanno il potere né della forza, né della sapienza, né del denaro ma, appunto, sanno riconoscere la mitezza e praticarla…
La mitezza che impariamo da Gesù non è debolezza, non è accondiscendenza. Subito prima delle parole che abbiamo ascoltato, Gesù ne dice altre che sono di rimprovero anche forte, dice «guai a te, guai a voi» a città che hanno rifiutato il vangelo (cf. Mt 11,20-24); ma sappiamo che questo «guai» è una parola più di compassione, che di condanna; è altra cosa rispetto, ad esempio, all’atteggiamento dei discepoli che vorrebbero invocare il fuoco dal cielo per chi non accoglie Gesù (cf. Lc 9,54).
Gesù sa essere duro, severo, ma non astioso. Riconosce il rifiuto, e lo rimprovera, ma non è vendicativo, come invece rischiano di essere i discepoli. Gli preme portare avanti l’opera che il Padre gli ha affidato, e non si scoraggia se il seme che sparge con abbondanza si misura con molti terreni improduttivi (cf. Mc 4,3-8 e par.): ha fiducia che troverà anche un terreno buono, dove germoglierà con abbondanza, e per questo continua il suo cammino senza scoraggiarsi.
In un mondo nel quale, come ha scritto papa Leone nella sua enciclica Magnifica humanitas,
si va consolidando una cultura della potenza, nella quale la disponibilità di mezzi e la capacità di dominare tendono a dettare l’agenda e i criteri della decisione… [una] cultura della potenza [che] penetra nella società, modifica relazioni e comportamenti, si espande normalizzando la guerra, inseguendo una potenza militare sempre maggiore, approfittando della crisi del multilateralismo e alimentando un falso realismo che ripete che alternative non esistono (MH 188),
i discepoli di Gesù, «mite e umile di cuore», si impegnano sulla via della mitezza. Ci impegniamo su questa via, sicuri della promessa che il Signore ci ha fatto, quando ha proclamato «beati i miti, perché avranno in eredità la terra» (cf. Mt 5,5). I discepoli di Gesù si lasciano guidare da questa fiducia: che
la terra appartiene ad essi, che sono privi di ogni diritto e di ogni potere. Coloro che la possiedono adesso con la forza e con l’ingiustizia, la perderanno, e quelli che ora vi hanno rinunciato totalmente, che sono stati miti fino alla croce, domineranno la nuova terra… (D. Bonhoeffer, Sequela, Queriniana, Brescia 2015, 102).
E non si tratta solo di aspettare l’altro mondo, per sperimentare questa beatitudine promessa ai miti. Cito ancora alcune righe di Bonhoeffer:
Dio non abbandona la terra. Lui l’ha creata, ha mandato in terra il proprio Figlio, ha costruito la sua comunità sulla terra. Quindi già in questo tempo è dato un inizio. È stato dato un segno. Già qui a coloro che sono privi di ogni potere è dato un pezzetto di terra, essi hanno la chiesa, la loro comunità, i loro beni, fratelli e sorelle – assieme a persecuzioni fino alla croce. Ma anche il Golgota è un pezzo di terra. A partire dal Golgota, dove è morto il più mite dei miti, deve rinnovarsi la terra. Quando verrà il regno di Dio, allora i miti possederanno la terra (ivi).
E se la Chiesa, come ha affermato il concilio Vaticano II, è già in questo mondo un “sacramento”, un’anticipazione visibile, concreta, del regno di Dio (cf. LG 5; 48), allora ogni comunità cristiana può diventare segno e annuncio che la mitezza è più forte della violenza, che ci può essere un’alternativa alla “cultura della potenza” – e che anche il compito di chi guida la comunità, di chi ha una responsabilità o persino un’autorità nella comunità (lo dico per me vescovo, lo dico per i miei fratelli presbiteri), può essere vissuto nel segno della mitezza che impariamo dal Signore e che accogliamo come suo dono.
Continuiamo, dunque, a lasciarci istruire dal Signore, anche attraverso l’Eucaristia che stiamo celebrando; e la contemplazione del suo Cuore ci istruisca sulla via della mitezza, che porta in sé tutta la potenza dell’amore di Dio che salva.
