2 febbraio 2026

Presentazione del Signore – Giornata della vita consacrata

Il vescovo Daniele ha presieduto l’Eucaristia per le consacrate e i consacrati della diocesi, nella Festa della Presentazione del Signore – XXX Giornata della Vita consacrata, celebrata nella chiesa dei Sabbioni in Crema, lunedì 2 febbraio 2026. Riportiamo di seguito la sua omelia.

 

Nelle parole con le quali abbiamo introdotto la benedizione delle candele, all’inizio di questa nostra celebrazione, la liturgia ci ha ricordato che con il rito della presentazione al tempio Gesù si assoggettava alle prescrizioni della legge (e infatti l’evangelista Luca, introducendo il racconto di questo evento, insiste non poco sull’osservanza della legge); ma in quel rito – dicevamo all’inizio – «in realtà Gesù veniva incontro al suo popolo, che l’attendeva nella fede».
Le figure di questa attesa nella fede sono Simeone e Anna, i «santi vegliardi», come li chiama sempre il testo della liturgia – e questo benché, a proposito di Simeone, nulla sia detto della sua età. Il dato dell’età ci viene riferito, invece, per quanto riguarda Anna: ottantaquattro anni, un’età più che rispettabile anche oggi ma che, al tempo di Gesù, doveva essere senz’altro straordinaria. Vorrei proprio lasciarmi guidare da questa figura ad approfondire appena ciò che stiamo celebrando in questa Eucaristia, e a collegarlo con la Giornata per la vita consacrata, cha raggiunge oggi la sua trentesima celebrazione, da quando fu istituita, per questa data del 2 febbraio, dal papa san Giovanni Paolo II.
Mi fermerò solo su due aspetti di ciò che viene detto di Anna: l’età, appunto; e poi quel particolare, secondo il quale «non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere» (Lc 2,37). Sarebbe stato interessante sapere anche con maggior precisione le parole che Anna ha pronunciato in quell’occasione, tanto più che ci viene presentata come “profetessa” (cf. v. 36): ma Luca, che pure ci ha riportato le parole di Simeone, per quanto riguarda Anna rimane più sul vago, sul generico: e dobbiamo accontentarci di questo.

Però, come accennavo, gli altri due elementi che ci vengono riferiti sono significativi. L’età: ottantaquattro anni. Un’età venerabile, appunto; ma quando un numero viene riportato in modo così preciso, ci si può chiedere se l’evangelista ci stia invitando a guardarci un po’ dentro – perché gli autori biblici, evangelisti compresi, spesso sono sensibili al valore simbolico dei numeri.
In tutta la Bibbia (se non sbaglio), la cifra ottantaquattro si trova solo qui. Questo numero, però, è il prodotto di due altri numeri, il dodici e il sette: ottantaquattro è dodici moltiplicato per sette. Naturalmente si possono pensare anche altri numeri che, moltiplicati tra di loro, danno lo stesso risultato. Ma è molto probabile che Luca abbia in mente il dodici e il sette, perché sono numeri significativi, anzitutto proprio per quanto riguarda il tempo: dodici sono i mesi dell’anno, sette sono i giorni della settimana; e poi sappiamo che dodici sono anche le tribù del popolo di Israele, e che il sette ricorre ogni volte che si voglia indicare una realtà considerata nella sua “pienezza”.
Credo, insomma, che Luca voglia dirci che in questa donna, e nella sua età venerabile, si condensa tutto il tempo dell’attesa del popolo di Dio, tutto il tempo di un’attesa che ha saputo pazientare, vegliare, non stancarsi, per tutto il tempo necessario affinché il disegno di salvezza di Dio potesse giungere fino al suo compimento, in quel bimbo che Maria e Giuseppe portano al tempio.

E poi c’è l’altro elemento: «non si allontanava mai dal tempio». Non credo che l’evangelista volesse dire che Anna “viveva” materialmente sempre nel tempio: ma, piuttosto, che il tempio era il suo riferimento costante, il simbolo e il luogo “ideale” della sua costante relazione con Dio, e della sua fede paziente e capace di “lunga durata”, di “restare” fedelmente unita a Dio e in attesa della sua redenzione.
Questa capacità di “rimanere” è un dono prezioso della vita consacrata. Ce lo ricorda il Messaggio che pochi giorni fa il Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica ha diffuso in vista di questa giornata: un messaggio imperniato proprio sulla vita consacrata come “presenza che resta”.

Il Messaggio vuole richiamare il dono profetico della vita consacrata nella sua capacità di “restare” in particolare «accanto ai popoli e alle persone ferite, nei luoghi dove il Vangelo si vive spesso in condizioni di fragilità e di prova». «In tante parti del mondo – dice il Messaggio rivolgendosi ai consacrati e alle consacrate –, la situazione politica e sociale mette alla prova la fiducia e logora la speranza: e proprio per questo la vostra presenza fedele, umile, creativa, discreta diventa segno che Dio non abbandona il suo popolo».

Penso che il dono profetico di una “presenza che resta” valga anche per noi, anche per la nostra condizione che è certamente meno drammatica e difficile di tante altre parti del mondo, dove consacrati e consacrate sanno rimanere con fedeltà e dedizione, nelle diverse forme e nei diversi doni, che lo Spirito ha saputo suscitare nel tempo. Cito ancora dal Messaggio per la giornata di oggi:

In questo restare come seme che accetta di morire perché la vita fiorisca, in forme diverse e complementari, si esprime la profezia di tutta la vita consacrata. La vita apostolica rende visibile una prossimità operosa che sostiene la dignità ferita; la vita contemplativa custodisce, nell’intercessione e nella fedeltà, la speranza quando la fede è provata; gli Istituti secolari testimoniano il Vangelo come lievito discreto nelle realtà sociali e professionali; l’Ordo virginum manifesta la forza della gratuità e della fedeltà che apre al futuro; la vita eremitica richiama il primato di Dio e l’essenziale che disarma il cuore. Nella diversità delle forme, una sola profezia prende corpo: restare con amore, senza abbandonare, senza tacere, facendo della propria vita la Parola per questo tempo e per questa storia.

È anche per questi motivi che ci addolora la riduzione della presenza delle persone e delle comunità di vita consacrata, che la nostra Chiesa, come tante altre Chiese in questa parte del mondo, sperimenta ormai da diversi anni. Perdiamo un aiuto importante, sotto tanti aspetti; soprattutto, però, perdiamo una presenza, un segno che è dono prezioso prima e al di là di tutto ciò che si può fare nella pratica.
Ma proprio per essere fedeli al segno di speranza che è il dono dei consacrati e delle consacrate, non ci perdiamo d’animo: e chiediamo a Dio di raccogliere, come Chiesa diocesana, la vostra testimonianza di «presenza che resta», per essere, tutti quanti, Chiesa che sa restare accanto e in mezzo al mondo, e specialmente nelle situazioni di maggiore fragilità e sofferenza, per continuare ad annunciare con la vita e, se necessario, con le parole l’amore fedele di Dio e lo splendore del suo Cristo, «luce che si rivela alle genti e gloria di Israele» (cf. Lc 2,32).