5 aprile 2026

Pasqua di risurrezione

Pubblichiamo di seguito l’omelia tenuta dal vescovo Daniele nella solenne Messa del giorno di Pasqua, in Cattedrale, domenica 5 aprile 2026, Pasqua di risurrezione.

 

C’è tutta un’insistenza sul “vedere” (con verbi diversi), in questo racconto della scoperta della tomba vuota (cf. Gv 20,1-9): c’è anzitutto Maria di Magdala che, giunta per prima al sepolcro, vede che la pietra che sigillava l’ingresso (ricordiamolo: il sepolcro era una specie di piccola grotta) non c’è più; e poi ci sono i due discepoli che corrono al sepolcro, Pietro e l’altro, quel discepolo di cui l’evangelista non riferisce mai il nome, ma che presenta sempre come «il discepolo che Gesù amava»: è lui il primo ad arrivare, a dare un’occhiata all’interno del sepolcro vuoto; poi anche Pietro arriva, entra, osserva la situazione, i teli che avevano avvolto il corpo del Signore; e poi, di nuovo, il discepolo amato, che a sua volta entra e, dice l’evangelista, «vide e credette».
Il legame tra “vedere” e “credere” è importante, nel vangelo di Giovanni: lo ritroveremo ancora domenica prossima, nell’episodio di Tommaso, nel suo desiderio di “vedere” per poter “credere”, ma anche nelle parole che gli dirà Gesù risorto: «beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» (20,29): parola importante per noi, perché noi non siamo nella condizione di Tommaso, né in quella dei due discepoli il mattino di Pasqua…
Ma proprio quel «vide e credette», che abbiamo ascoltato nel vangelo di oggi, è prezioso anche per noi. Perché, in definitiva, ciò che il discepolo “vide” non coincideva esattamente con ciò che “credette”. Vide il sepolcro vuoto, vide i teli e il sudario, ma avrebbe potuto pensare cose diverse. Il primo pensiero che viene a Maria Maddalena, vedendo il sepolcro aperto, non è: “è risorto!”, ma: qualcuno ha portato via il corpo di Gesù…
“Vedere” e “credere” non sono la stessa cosa: e il credere – la fede, insomma – può afferrare ciò che la vista (e, più in generale, la nostra esperienza sensibile) non riuscirà mai ad afferrare allo stesso modo.

E forse proprio questo è il “segreto” che la Pasqua oggi ci dischiude. La verità non è ciò che semplicemente si dispiega al nostro sguardo. La verità non è il sepolcro, non è la pietra pesante che lo chiude e vorrebbe sigillarlo per sempre, lasciando l’ultima parola alla morte: la verità è Gesù Cristo, il crocifisso, che vive per sempre, perché Dio lo ha risuscitato.
Noi questo non lo “vediamo”, ma lo crediamo: e tra poco rinnoveremo proprio la nostra professione di fede battesimale, diremo “credo” nei confronti di realtà che non possiamo pretendere di “vedere”, ma che riteniamo più reali, più vere che mai:
– diremo “credo”, “crediamo”, nei confronti di Dio, il Padre, che non ha abbandonato il suo Figlio in potere della morte, ma l’ha accolto nella pienezza della vita divina accogliendo, in Lui, anche noi;
– diremo “credo”, “crediamo”, in Colui che ha dato se stesso per noi, fino a subire la morte per amore nostro, e che ci apre la strada della risurrezione e della vita per sempre, invitandoci a camminare sulla stessa via dell’amore che si dona perdutamente;
– diremo “credo”, “crediamo”, lasciandoci raggiungere dal soffio dello Spirito, dono di Gesù morto e risorto, quello Spirito che, come il vento, noi non possiamo vedere se non nei suoi effetti, nella comunità dei credenti, nell’umanità in cammino verso la pienezza del Regno, nel mondo destinato a sfociare nei “cieli nuovi e terra nuova”, inaugurati dalla Pasqua.

Questo nostro “credere”, questa notte, qui, in Cattedrale, abbiamo avuto la gioia di condividerlo con due nostre sorelle, due giovani donne, Benedetta e Isabella, originarie l’una della Nigeria, l’altra dell’Albania, che hanno ricevuto il battesimo e sono entrate a far parte, così, della comunità dei credenti in Cristo.
Questo nostro “credere” dilata e approfondisce il nostro sguardo: ci fa riconoscere Dio che ci parla nelle pagine della Scrittura; ci permette di riconoscere nei santi segni dell’Eucaristia che stiamo celebrando il Corpo e il Sangue del Signore, la sua vita e la sua morte donate per noi e per la salvezza del mondo; ci fa riconoscere nella Chiesa non semplicemente una società religiosa umana, ma il seme, il sacramento dell’umanità nuova redenta da Cristo…

E ci permette, questo nostro “credere”, di guardare il mondo stesso nella luce della Pasqua del Signore: ci permette di riconoscerlo come il mondo amato e salvato da Dio; ci permette di credere con ostinazione che la verità del mondo non la dicono e non la fanno i potenti con la forza distruttiva delle armi, o con la seduzione corruttrice del denaro, o con la pretesa di influenzare le masse con la menzogna e l’inganno…
Sì, queste e altre cose noi le vediamo, anche troppo (e forse, nel nostro piccolo, dobbiamo verificare se qualcosa del genere non si veda persino in noi stessi…): le vediamo, così come Maria di Magdala e le altre donne, e i discepoli di Gesù, avevano visto le menzogne, il male, la violenza, l’ingiustizia… abbattersi sul loro amato Maestro.
Ma Dio ha aperto i loro cuori alla fede pasquale: Dio li ha portati a credere in Gesù risorto e a riconoscere in lui la verità di Dio, di sé stessi, del mondo e della storia.
La stessa apertura è di nuovo possibile per noi, oggi: noi che pure vediamo il male all’opera, ma possiamo vedere anche i segni della Pasqua nella nostra vita quotidiana, e rinnovare il canto della nostra fede pasquale: «Cristo è risorto dai morti / con la morte calpestando la morte / e ai morti nei sepolcri donando la vita».