Nella notte di Natale, tra il 24 e il 25 dicembre 2025, il vescovo Daniele ha presieduto la veglia e la Santa Messa di Natale. Riportiamo di seguito la sua omelia.
Avrete senz’altro notato l’insistenza di papa Leone XIV nel parlare di una pace “disarmata e disarmante”: lo ha fatto fin dal suo primo intervento pubblico, subito dopo l’elezione dell’8 maggio scorso; lo ha ribadito più volte in questi mesi, e ha ripreso questo linguaggio nel titolo del Messaggio per la prossima Giornata mondiale della pace, che celebreremo tra otto giorni: «Verso una pace disarmata e disarmante».
Al venir meno delle armi accenna anche la prima lettura, la profezia di Isaia: mentre proclama che «un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace…», dice anche che «ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco» (cf. Is 9,4-5).
Ma, al di là di questo riferimento puntuale, è tutto il mistero che celebriamo in questa notte santa a farci guardare in questa direzione. Perché nel Bambino partorito da Maria, avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia, si rivela il volto addirittura di un Dio disarmato; il volto di un «Dio degli eserciti», come tante volte si legge nelle pagine della Bibbia, che ora viene incontro all’uomo nella fragilità di un bambino, e di un bambino nato in povertà, privo di un posto tra gli alloggi degli uomini, messo a giacere fra gli animali domestici… Deum infantem, pannis involutum, Dio bambino, avvolto in fasce, come canta l’inno Adeste, fideles.
Inutile nasconderci che, a pensarci bene, un Dio così, al di là dei sentimenti di tenerezza che il presepe può suscitare, è difficile da accettare. Un Dio ‘debole’, un Dio disarmato, appunto, un Dio che ha bisogno di aiuto come un qualsiasi bimbo piccolo… A che cosa “serve”, un Dio così? Un Dio che rinuncerà a difendersi, che a Pietro farà riporre la spada nel fodero (cf. Gv 18,11; Mt 26,52), che si lascerà condurre fino a un’ingiusta e ignobile condanna a morte su una croce… Lo ripeto, a che cosa “serve”, un Dio così?
La domanda non è solo retorica. Penso che a molti di noi sia capitato, una volta o l’altra, di misurarci con il dubbio circa l’impotenza di Dio – o, in alternativa, con l’impressione che non ci ascolti, che sia chiuso alle nostre suppliche, magari quando abbiamo pregato con insistenza, ma invano, per la salute di una persona giovane; o quando, davanti all’emergere del male, ci chiediamo: ma dov’è Dio? Cosa fa? Perché non interviene? Perché non agisce? Va bene disarmato, ma…
Forse però intuiamo che in queste e altre simili domande, che pure non sono affatto fuori luogo, c’è qualcosa che non va. E ciò che non va, naturalmente, è l’idea di “servirsi” di Dio, l’idea che Dio sia uno “strumento” nelle nostre mani – un’arma, appunto – da utilizzare magari anche per gli scopi più nobili o alti che possiamo pensare… ma sempre strumentalizzandoLo, riducendoLo a un idolo nelle nostre mani.
E invece: «Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» (Is 9,5); ed è a partire da lui che ci viene chiesto di rivedere la nostra immagine di Dio: ciò che poi, a sua volta, cambia anche il nostro modo di stare al mondo. Perché, sì, è un Dio disarmato, quello che si presenta a noi nella mangiatoia di Betlemme: ma questo non vuol dire che non abbia niente da dirci o da darci.
Chiede spazio nella vita dell’uomo e del mondo: ma non lo fa come potrebbe fare un conquistatore, un colonizzatore che si insedia senza tanti complimenti, e magari con violenza, dove vivono altri: Dio, invece, viene ad aprire spazi di ospitalità nei quali è possibile accogliersi reciprocamente e diventare dono l’uno per l’altro.
Dona salvezza – gli angeli l’hanno presentato ai pastori appunto come «il salvatore» (cf. Lc 2,11), e anche le parole della seconda lettura ci hanno detto che in quel bambino «è apparsa… la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini» (Tt 2,11) – ma a partire dalla condivisione: la salvezza che Gesù dona non è un pacco dono paracadutato dall’alto, ma parte dal fare sua la nostra condizione di oscurità e di peccato, per riscattarla dall’interno.
Viene come luce che rischiara la notte: ma non è un faro che acceca, non è come i razzi che servono a illuminare l’oscurità per le macchine da guerra; è piuttosto come la luce calda che arde nelle case degli uomini e accende le speranze e i desideri di vita buona.
Sono solo piccoli accenni, che possono però suggerire come l’accoglienza di un Dio disarmato e disarmante, qual è il Dio che si rivela nel Bambino di Betlemme, sia per noi una sfida: che riguarda l’immagine di Dio, e riguarda il modo in cui noi, che ci diciamo credenti in Lui, vogliamo essere riflesso di quell’immagine: perché anche noi, lasciando disarmare anzitutto i nostri cuori, possiamo poi offrire spazi di accoglienza e dono reciproco, condividere gioie e speranze, dolori e fatiche di questa nostra umanità, accendere luci che offrano qualche orientamento nell’oscurità del mondo…
Dio, la sua scelta l’ha fatta, una volta per tutte, quando ha percorso la strada che lo ha condotto a Betlemme e si è donato all’uomo e al mondo non nella forza delle armi o del potere o di ogni trionfo umano, ma nella fragilità disarmata. La celebrazione dalla nascita di Gesù ci propone ancora una volta di sintonizzarci su questa scelta, e di diventare testimoni disarmati del “Dio umile” (S. Agostino), che non si stanca di offrire all’uomo vita e salvezza.
