Riportiamo di seguito l’omelia tenuta dal vescovo Daniele durante la solenne celebrazione della Messa di Natale, giovedì 25 dicembre 2025, nella Cattedrale di Crema.
I genitori che fanno fatica a comunicare con i figli adolescenti; più in generale gli adulti che sentono di non riuscire a entrare facilmente in comunicazione con le nuove generazioni (e viceversa, naturalmente); e ancora più in generale l’esperienza di chiunque, in qualsiasi modo, si trova in difficoltà a comunicare con gli altri, si può confrontare, non dico con sollievo, ma almeno con realismo, con una storia di comunicazione fallita che risale addirittura fino «al principio» di tutto ciò che esiste; e una storia di comunicazione fallita, che ha per protagonisti niente meno che Dio e l’umanità.
È la storia che abbiamo sentito raccontare ora nel vangelo di questa Messa del giorno di Natale (cf. Gv 1,1-18): vangelo che riprende integralmente il “prologo”, i primi diciotto versetti del vangelo di Giovanni.
Il vangelo esordisce presentandoci il “Verbo”, il lógos dei greci, verbum per i latini: la parola, dunque, principio di comunicazione di cui si dice che «era Dio» (cf. Gv 1,1).
Questa identificazione ci porta diritti al cuore di una visione di Dio incentrata sul suo desiderio di comunicazione. Fin dal “principio”, Dio ci viene presentato come un Dio di parola, un Dio che è parola, e dunque volontà di comunicarsi: una volontà di comunicarsi che prende come suo strumento l’intera creazione: ogni realtà, creata mediante la Parola, diventa essa stessa Parola eloquente, diventa luce, diventa testimonianza…
L’evangelista sembra moltiplicare i concetti e le immagini, per esprimere la volontà, il desiderio di Dio di entrare in comunicazione; solo che anche la miglior buona volontà di comunicazione non arriva da nessuna parte, se non trova destinatari disposti ad accogliere quella comunicazione, disposti a entrare in dialogo.
La “storia comunicativa” di Dio con il mondo sembra non funzionare, o funzionare molto male; è un comunicazione disturbata, una luce che deve misurarsi con l’oscurità; la Parola – che è Dio stesso – è come un visitatore che non trova accoglienza: «Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» (v. 11); è una Parola che si moltiplica e si differenzia, pur di farsi ascoltare (lo suggerisce anche il testo della lettera agli Ebrei che abbiamo ascoltato come seconda lettura, quando dice che Dio «aveva parlato molte volte e in diversi modi nei tempi antichi ai padri per mezzo dei profeti»: Eb 1,1) ma invano: «Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui/lei [= il Verbo/Parola]»; eppure il mondo, per lo più, non lo ha riconosciuto (cf. Gv 1,10), si è chiuso all’ascolto e al dialogo.
Ed ecco, allora, la svolta: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (v. 14); il desiderio di comunicazione di Dio è tale, che Dio entra nella stessa condizione umana, la fa sua nel bimbo che Maria, per dono dello Spirito, ha concepito e portato nel grembo, e di cui, oggi, celebriamo la nascita: Gesù.
In lui la Parola, il desiderio di comunicazione di Dio, è pienamente presente: Dio ha parlato e parla a noi definitivamente «per mezzo del Figlio» (Eb 1,2); ed è in questo Figlio che Dio si fa conoscere in modo pieno e definitivo, perché «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (Gv 1,18).
Il resto del vangelo ci farà capire che i problemi di comunicazione tra Dio e l’uomo non sono, per questo, risolti: si potrebbe dire, anzi, che tutto il vangelo di Giovanni è come un grande racconto dei continui fraintendimenti, dei continui problemi comunicativi che sempre saltano fuori; quasi a dirci che quello della comunicazione è un impegno che non è mai risolto del tutto, e va ripreso sempre da capo.
Che, però, la Parola si sia fatta carne e abbia messo la sua abitazione in mezzo a noi (cf. v. 14) vuol dire: da parte di Dio la volontà, il desiderio di comunicare, è definitivo. E può suggerirci anzitutto questa attenzione: Dio ci parla, normalmente, nell’ordinarietà della nostra vita. Ci parla con parole umane: perché – per fare un esempio – anche le parole dei Vangeli, della Sacra Scrittura, che noi giustamente riconosciamo come “parola di Dio”, sono al tempo stesso parole pienamente umane, rispettose del nostro modo umano di comunicare; i sacramenti della nostra fede sono fatti di gesti e di cose umane; le vicende della storia in cui siamo inseriti, storia grande o piccola che sia, sono offerte alla nostra umana comprensione, per cercare di leggervi anche ciò che Dio ancora ci vuol dire…
Ci occorre, certo, il dono dello Spirito, perché in tutta questa comunicazione riusciamo a riconoscere la voce di Dio; ma questo dono il Signore lo ha promesso, e possiamo essere sicuri che ci dà – se la vogliamo accogliere – la possibilità di ascoltare Dio che ci parla, e di rispondergli nella fede, senza bisogno di cose o rivelazioni “straordinarie”.
Da ultimo, vorrei suggerire una piccola prospettiva per la comunicazione nostra, fra di noi. Noi stiamo entrando sempre più in un modo di comunicare “disincarnato”, un modo di comunicare che va nella direzione opposta, rispetto al “farsi carne” di Dio, della sua Parola, che celebriamo nel Natale di Gesù.
I nostri potentissimi strumenti di comunicazione moltiplicano le possibilità comunicative, le rendono estremamente veloci, danno la possibilità di raggiungere in pochi secondi milioni di persone in ogni angolo del mondo… Di questo dobbiamo essere grati ma – credo – dobbiamo anche chiederci se tutto questo stia effettivamente migliorando la qualità delle nostre relazioni e del modo in cui comunichiamo tra di noi.
È chiaro che non possiamo, qui e adesso, entrare in una questione che ci porterebbe molto lontano. Però, quanto meno, possiamo osservare che se Dio ha scelto la “carne” (cioè l’umanità concreta, e corporea, del suo Figlio, nato da Maria) per donarsi definitivamente all’uomo ed entrare in comunicazione con lui, forse c’è qui un suggerimento anche per noi: il suggerimento di non chiuderci troppo rapidamente in una comunicazione solo “virtuale”, di non dimenticare i volti concreti, i corpi dei nostri fratelli e sorelle in umanità…
Il presepio ci aiuta a fermare lo sguardo sul “farsi carne” del Figlio di Dio: ma quando il presepe sarà riposto negli scatoloni, fino al prossimo Natale, ci sia dato di incontrare la Parola fatta carne nel volto e nel corpo dell’altro, del fratello, della sorella… e di provare a comunicare con lui, con lei, secondo verità e secondo carità.
