Riportiamo di seguito l’omelia del vescovo Daniele, tenuta nella celebrazione della Messa “nella cena del Signore”, che ha presieduto nella Cattedrale di Crema, il Giovedì santo 2 aprile 2026.
Il 1° dicembre 1916, dal suo eremo di Tamanrasset, nel cuore del deserto sahariano, san Charles de Foucauld scrive una lettera alla cugina, Marie de Bondy, una donna che aveva avuto un influsso grandissimo, decisivo, sulla sua conversione e poi su tutta la sua vita successiva. Le scrive così:
Quando si può soffrire ed amare si può molto, si può tutto ciò che è possibile a questo mondo: si sente che si soffre, ma non si sente sempre che si ama, ed è un’altra grande sofferenza! Ma si sa che si vorrebbe amare, e voler amare significa amare. Ci si accorge di non amare abbastanza, ed è vero, perché non si amerà mai abbastanza; ma il buon Dio sa di che pasta siamo, e poiché ci ama più di quanto una madre possa amare suo figlio, ci ha detto, Lui che non mente, che non respingerà chi viene a Lui.
Charles de Foucauld morirà poche ore dopo aver scritto queste parole, la sera di quello stesso 1° dicembre, ucciso quasi ‘banalmente’ da una fucilata sparata nel corso di una rapina da un ragazzetto che l’aveva in custodia e che si era spaventato sentendo arrivare dei soldati…
Le parole che vi ho letto rappresentano, così, una specie di testamento involontario, ma efficace, soprattutto in quella frase, «ci si accorge di non amare abbastanza, ed è vero, perché non si amerà mai abbastanza»: frase che, peraltro, Charles de Foucauld aveva “ricevuto” dal suo padre spirituale, e che ci aiuta anche a contemplare il mistero che celebriamo in questa liturgia.
Abbiamo sentito le parole del vangelo di Giovanni: «… Gesù… avendo amato i suoi che erano nel mondo…» (13,1). Sarebbe sufficiente, no? Se ci viene detto che Gesù ha amato i suoi, ci viene detto tutto: non possiamo pensare che il suo amore fosse insufficiente, mancante di qualcosa.
Eppure, continua l’evangelista: «… li amò fino alla fine»: che non vuol dire soltanto che li amò fino all’ultimo istante della sua vita, ma che li amò “fino alla pienezza”: come se, insomma, dopo un amore pieno, dopo una carità perfetta, ci fosse ancora spazio per qualcosa d’altro, per qualcosa di più, per una specie di “esagerazione” dell’amore, di cui solo Dio potrebbe essere capace.
Il problema, però, è che questa “esagerazione d’amore” ci viene proposta, in questa sera che ci introduce nella celebrazione del mistero della Pasqua, anche come la nostra “misura”, anche per noi che, come Charles de Foucauld (e probabilmente anche più di lui) ci accorgiamo di quanto sia insufficiente il nostro amore.
Ci viene proposta, questa “esagerazione di amore”, perché dopo averla manifestata nel gesto della lavanda dei piedi (gesto che riassume tutta la vita di Gesù, fino al suo compimento sulla Croce, come servizio di amore), il Signore dice ai discepoli: «Vi ho dato un esempio… [forse dovremmo intendere meglio: vi ho dato “il modello”] perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (v. 15).
Rimane la questione: come pensare che sia possibile, per noi, la proposta di un “amore più grande”, di un amore “esagerato”, quando facciamo fatica ad amare anche in misura più dimessa, più “terra terra”?
Il fatto è che il Signore, nella sua Pasqua, non ci mette davanti, prima di tutto, un’esigenza, una pretesa; e neppure ci mette davanti solo un esempio. Ciò che il Signore ha fatto e fa per noi, nella sua Pasqua, è anzitutto di invitarci ad accogliere un dono. Il dialogo di Gesù con Pietro (cf. vv. 6-9) è eloquente: rifiutare di lasciarsi lavare i piedi da Gesù vuol dire, in definitiva, rifiutare il suo dono: ma per questa strada, Pietro non arriverà mai all’“amore più grande”, rischia di rimanere solo lo sbruffone che si vanta di poter donare la vita per Gesù, e poi cade e rinnega (cf. 13,36-38)…
Senza l’accoglienza del dono di amore del Signore, non andiamo da nessuna parte. Ed è per questo che Gesù ci ha lasciato anche il sacramento della sua passione di amore, nell’Eucaristia: in quell’Eucaristia che ha istituito e donato ai discepoli «nella notte in cui fu tradito» (1Cor 11,23: cf. II lettura), per dire ancora una volta l’eccesso, l’esagerazione, della risposta di Gesù: la sua risposta al tradimento, al rinnegamento, all’ingiustizia, alla violenza… è il dono di Sé fino alla pienezza, fino all’esagerazione: dono che si fa presente per noi, per sempre, nel sacramento del suo Corpo e del suo Sangue.
Questa sera, in particolare, e in questi santi giorni pasquali, il Signore non ci chiede nulla, se non contemplare il suo dono e, ancora una volta, accoglierlo: «Prendete, mangiate… prendete, bevete…», come se il Signore ci dicesse: lasciatevi raggiungere da questa risposta “eccessiva” al male, al peccato; lasciatevi trasformare, poco alla volta, da questo dono che vi faccio; e scoprirete che, sì, è vero, non si ama mai abbastanza… E però vi è possibile crescere verso l’amore “più grande”, sulla strada che apro per voi nella mia Pasqua.
