Il vescovo Daniele ha presieduto nella Cattedrale di Crema, venerdì 20 febbraio 2026, la celebrazione dell’Eucaristia nel 21° anniversario della morte del servo di Dio don Luigi Giussani e nel 44° anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e liberazione. Pubblichiamo di seguito l’omelia del vescovo.
Nel giorno di venerdì, giorno che – soprattutto nel tempo di Quaresima – la tradizione cristiana fin dai tempi antichi riserva al digiuno, in memoria della passione del Signore Gesù, il lezionario ci ha fatto ascoltare pochissime righe, due soli versetti di vangelo (cf. Mt 9,14-15), nei quali Gesù si confronta con gli esponenti di altre correnti spirituali del suo tempo, quella dei discepoli di Giovanni il Battista, e quella dei farisei, sulla portata e il significato del digiuno.
Volendo scavare un po’ a fondo in queste poche frasi, potrebbe nascere qualche interrogativo. La risposta di Gesù suona quasi identica a quella che è riferita dal vangelo di Marco (e probabilmente Matteo ha proprio “copiato” Marco, con qualche ritocco). Solo che il vangelo di Matteo è il vangelo dell’Emmanuele, del Dio-con-noi: e si concluderà proprio con la promessa di Gesù ai suoi discepoli, «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (28,20).
Insomma, il lettore del vangelo di Matteo potrebbe dire: lo Sposo è sempre con noi, ce lo ha assicurato lui stesso! Per noi non dovrebbe esserci mai il tempo del digiuno, ma sempre e solo quello della festa, della gioia, per una presenza che non viene meno – e non viene meno non perché siamo bravi noi, ma perché Lui è fedele alla sua promessa.
Poi, però, il lettore che è arrivato a leggere il vangelo di Matteo fin qui sa che Gesù ha già parlato del digiuno: l’ha fatto nel contesto del “discorso della montagna”, pronunciato poco prima di questa discussione, e l’ha fatto non per criticare il digiuno, non per dire che i suoi discepoli non dovrebbero digiunare, ma per raccomandare una modalità, uno “stile” del digiuno, per quanti accolgono la “buona notizia” del Regno di Dio.
L’abbiamo ascoltato nel primo giorno di Quaresima, nella liturgia del mercoledì delle ceneri:
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà (Mt 6,16-18).
Il digiuno era una delle pratiche rituali caratteristiche del popolo di Israele (così come, lo sappiamo, anche di altre tradizioni religiose o umanistiche). Che questa pratica potesse diventare un ritualismo un po’ vuoto, lo sapevano benissimo, secoli prima di Cristo, anche i profeti: l’abbiamo sentito nel grido appassionato del profeta ascoltato nella prima lettura (cf. Is 58,1-9), che denuncia un digiuno vano, perché privo di giustizia e di misericordia – così come Gesù denuncia un digiuno solo esteriore, esibito come motivo di vanto religioso.
Il digiuno ha senso, per Gesù, e i suoi discepoli possono e devono praticarlo. Possono e devono farlo prima di tutto con cuore di figli, nel segreto della relazione con il Padre. Dal Padre, infatti, il figlio si aspetta ciò che è necessario per vivere, e di cui è simbolo primario il cibo. Al centro del Padre nostro, Gesù ci ha insegnato a chiedere: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» (cf. Mt 6,11): ma, appunto, ci ha insegnato a chiederlo con cuore di figli, e dopo aver chiesto doni più importanti e necessari: la santificazione del nome di Dio, la venuta del suo Regno, il compimento della sua volontà…
Il digiuno può diventare così, in chi vive con cuore di figlio, di figlia, espressione della consapevolezza che ci sono cose più importanti e necessarie persino di quella cosa indispensabile che è il pane di ogni giorno: c’è il “più significativo”, come ho letto una volta in un testo di don Giussani, e il digiuno promuove nel discepolo di Gesù appunto la ricerca di ciò che è “più significativo”, che è precisamente Colui senza il quale noi semplicemente non saremmo, e che ci invita a riconoscere e ad accogliere la sua paternità, rivelata a noi dal Figlio amato, Gesù Cristo.
E questa è l’altra dimensione del digiuno cristiano. Perché è vero, come Gesù stesso ci ha assicurato, secondo il vangelo di Matteo, che egli è con noi «tutti i giorni, fino alla fine del mondo»: lo Sposo è con noi sempre, con fedeltà che non viene meno. Ma noi, invece, non siamo sempre con lui.
Nel racconto dell’agonia al Getsemani, ai tre discepoli che ha chiamato a condividere con lui quell’ora drammatica, e che però si addormentano, mentre lui prega, Gesù rivolgerà questo rimprovero: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora?» (Mt 26,40). È solo il vangelo di Matteo, se non sbaglio, a fare questa sottolineatura: «con me», e mi sembra significativo.
Sì, certo, lui è con noi, sempre: ma ci dobbiamo chiedere se noi siamo con lui, se le nostre attività, il nostro impegno, anche il nostro modo di vivere da credenti, ci fa stare «con lui» e ci fa tutto attingere da lui, o è altra cosa, è ricerca di noi stessi, della nostra autoaffermazione, delle nostre opere anche piene di buone intenzioni, di buona volontà, ma è insomma altra cosa, rispetto alla nostra unione sponsale con il Signore Gesù Cristo e alla nostra accoglienza della pienezza di vita che in Lui solo ci è stata donata.
Nell’augurarvi – riprendendo l’intenzione di questa Messa – di «poter vivere il carisma [che Dio ha dato a don Giussani] al servizio del Regno di Dio e della Chiesa, perché tutti possano conoscere Cristo», prego con voi e per voi, perché prima di tutto possiate riconoscere ogni giorno la presenza dello Sposo, del Signore Gesù, nella vostra vita, nella vita di tutto il Movimento; e perché la gioia di questa sua presenza vi spinga a una testimonianza lieta e generosa, piena di fedeltà a Dio e alla Chiesa, in modo che tutti si sentano chiamati e accolti al banchetto nuziale che il Padre da sempre ha preparato per il suo Figlio e per quanti lo seguono con amore.
