28 febbraio 2026

Mercoledì delle ceneri – 2026

Il vescovo Daniele ha presieduto in Cattedrale la Messa con l’imposizione delle ceneri, nel giorno di inizio della Quaresima, mercoledì 18 febbraio 2026. Riportiamo di seguito la sua omelia.

 

Le parole con le quali si accompagna l’imposizione delle ceneri – nel rito che anche noi ripeteremo tra poco, e che è caratteristico di questo primo giorno di Quaresima – sono: «Ricordati, uomo, che polvere tu sei e in polvere ritornerai». Queste erano, per lo meno, le parole tradizionali, che si rifanno al libro della Genesi, là dove Dio, alle origini dell’umanità, sancisce la condanna per l’uomo e la donna che hanno peccato (cf. Gen 3,19). Già da decenni, poi, la liturgia ha adottato anche un’altra frase presa, questa volta, dal vangelo, e cioè: «Convertitevi e credete nel Vangelo» (cf. Mc 1,15 e par.).
Resto un momento sulla prima frase, su questo richiamo alla “polvere”, espresso anche visivamente da quel po’ di cenere che riceveremo sulla testa. Resto su quelle parole, anche perché mi ha colpito il fatto che il primo salmo pregato oggi nella Liturgia delle Ore, dopo il salmo chiamato “invitatorio”, contiene anch’esso un’espressione simile, una richiamo al nostro essere “polvere e cenere”, ma orientato in modo tutto diverso.
Si tratta del Salmo 103 (o 102), che è un vero e proprio inno alla misericordia di Dio, particolarmente adatto, dunque, anche all’inizio di questo tempo penitenziale che è, prima di tutto, un tempo nel quale siamo invitati a riconoscere e accogliere la grazia del perdono.
Invitando a riconoscere i benefici di Dio, il salmo incomincia dicendo: «Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome… Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità… Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore… Non ci tratta secondo i nostri peccati, e non ci ripaga secondo le nostre colpe…» (cf. Sal 103, passim).

Così canta il salmo (ho citato solo alcune frasi), che poi arriva a dire: «Come è tenero un padre verso i figli, così il Signore è tenero verso quelli che lo temono, perché egli sa bene di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere» (Sal 103,13 s.).
Ecco: ciò che la liturgia delle ceneri ci dice in termini di ammonimento («Ricordati, uomo, che polvere tu sei e in polvere ritornerai»), il salmo lo canta come qualcosa che Dio sa bene («sa bene… e ricorda che noi siamo polvere»: v. 14), ma che “usa”, possiamo dire, a nostro favore; perché poi il salmo continua dicendo: «L’uomo: come l’erba sono i suoi giorni! Come un fiore di campo, così egli fiorisce. Se un vento lo investe, non è più, né più lo riconosce la sua dimora» (vv. 15 s.): questa immagine dell’inconsistenza del fiore del campo è un altro modo per descrivere la nostra fragilità e pochezza; ma… «Ma l’amore del Signore è da sempre, per sempre su quelli che lo temono, e la sua giustizia per i figli dei figli…» (v. 17).
Insomma: Dio sa benissimo che noi siamo polvere e cenere, sa che abbiamo la consistenza di un fiore di campo che oggi c’è e domani già è reciso, eppure (o forse dovremmo dire: proprio per questo motivo) non si stanca di riversare su di noi il suo amore che è «da sempre e per sempre».

Per certi versi, noi viviamo sospesi tra questi due modi diversi, quasi contrapposti, di ricordare una verità che la Parola di Dio ci mette davanti. Siamo “polvere”: e, nonostante tutta le nostre tecnologie, nonostante tutte le conquiste scientifiche, nonostante tutti i nostri tentativi di costruirci qualche monumento che duri nei secoli (non necessariamente in pietra o metallo: può essere un monumento fatto di successo, di riconoscenza, di fama, di forza, persino di paura, di orrore…), nonostante tutto questo, rimane la nuda considerazione che leggiamo nel libro del Qoelet: «Tutti sono diretti verso il medesimo luogo: / tutto è venuto dalla polvere / e nella polvere tutto ritorna» (Qo 3,20).
Possiamo vivere cercando di sfidare questa verità amara e universale; e certamente la sfida ha avuto anche esiti notevoli, in termini di creazione di molte cose belle, di valorizzazione di risorse di ingegno di ogni tipo; ma altrettanto, e forse più spesso, la sfida si traduce in termini di presunzione, affermazione di sé a scapito degli altri, violenza, dominio… O, all’inverso, si risolve nella disperazione di chi vede solo la fine di sé e di tutto.
L’altro modo è quello indicato dal salmo, e che anche la liturgia di oggi, e il tempo di Quaresima che stiamo incominciando, ci invita ad abbracciare: mettere la nostra indubbia fragilità, la nostra inconsistenza, la «polvere e cenere» che noi siamo (cf. Gen 18,27), nelle mani di Dio, affidarci al suo amore che rimane per sempre e scoprire in questo amore, manifestato nella vita, morte e risurrezione del nostro Signore Gesù Cristo, la ragioni della nostra vera consistenza e la fiducia di essere destinati non a svanire come polvere, ma alla vita piena, custoditi nelle mani di Colui che vive per sempre.
Anche le tradizionali “opere penitenziali” della Quaresima, ricordate dalle parole del Signore che abbiamo ascoltato nel vangelo (cf. Mt 6,1-6.16-18), ci spingono in questa direzione: facendo spazio a Dio nella preghiera, comprimendo il nostro “io” col digiuno, aprendoci al fratello, e specialmente al più povero e bisognoso, nella carità e nell’elemosina, in realtà noi riusciamo a non preoccuparci più per la nostra inconsistenza: lo sguardo di amore del Padre, che “vede nel segreto”, è più che sufficiente ad assicurarci che, in Lui, nulla è perduto, e tutto è destinato a pienezza di vita.