1 gennaio 2026

Maria SS.ma Madre di Dio – 59ª Giornata mondiale della pace

Nel pomeriggio del primo giorno dell’anno nuovo 2026 il vescovo Daniele ha presieduto, nella Cattedrale di Crema, la santa Messa nella Solennità di Maria Ss.ma Madre di Dio, alla presenza delle autorità civili e militari, alle quali ha consegnato anche il Messaggio di Papa Leone XIV per la 59ª Giornata mondiale della pace. Riportiamo di seguito l’omelia del vescovo.

 

Scrive papa Leone XIV nel suo Messaggio per la 59ª Giornata mondiale della pace, che celebriamo oggi:

La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. «Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura (cfr Lc 2,13-14). Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore (cfr At 2,37).

«Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio»: un’affermazione che ci aiuta a collegare le diverse dimensioni di questa giornata e di questa nostra celebrazione.

Siamo ancora immersi nel contesto del Natale: a otto giorni dal 25 dicembre, la liturgia ancora celebra la nascita di Gesù, ma orientando in modo speciale il nostro sguardo sulla Madre, su Maria: che oggi veneriamo in modo particolare con l’antico titolo di “Madre di Dio”, sancito ufficialmente dal Concilio di Efeso nel 431, ma in uso già da tempo nella liturgia e nella preghiera cristiana.
Anche se parla direttamente di Maria, questo titolo vuole orientare la fede dei credenti soprattutto sul suo Figlio; vuole aiutarli a rispondere alla domanda: chi è, propriamente, il figlio che Maria ha concepito e messo al mondo? Qual è l’identità propria di quel bambino a cui, a otto giorni dalla nascita, in occasione della circoncisione, fu imposto il nome di Gesù, come abbiamo sentito nel vangelo (cf. Lc 2,21)?
Anche attraverso il titolo di “Madre di Dio”, la risposta della fede ribadisce: quell’uomo è il Figlio di Dio. In quel bimbo, e poi in quel giovane, in quell’uomo adulto, Gesù, figlio di Maria di Nazaret, noi incontriamo il Figlio di Dio, che è entrato nella nostra condizione umana per «riscattarla» (cf. Gal 4,5: II lettura) e condurla alla libertà e alla vita che Dio da sempre ha pensato e voluto per noi.
Per questo, come sentivamo nella Messa della notte di Natale, attraverso le parole del profeta Isaia, «un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» (Is 9,5): e, appunto – per tornare alle parole di papa Leone – «nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio».

E qui forse dobbiamo fermarci per un prima riflessione, per qualche interrogativo: perché, se la nostra è una società che sembra fare sempre più fatica a mettere al mondo dei figli, vuol dire che qualcosa non funziona. Gli allarmi si susseguono da anni, al riguardo, ma non si vedono, per ora, cambiamenti in meglio, al contrario; anche se sappiamo che i giovani vorrebbero avere figli, ma sono scoraggiati da condizionamenti e limiti che fanno fatica a superare.
Se «nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio», una società senza figli non cambia: o, piuttosto, rischia di cambiare in modo involutivo, rischia di regredire, invece che camminare verso un futuro ricco di speranza.

Questa regressione il papa la addita, ad esempio, quando ricorda il continuo, spropositato aumento delle spese militari, costantemente cresciute nel mondo negli ultimi dieci anni fino ad arrivare, nel 2024, alla cifra «di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5 % del PIL mondiale».
Oppure, ancora, un modo di considerare le cose che regredisce, invece che cambiare in meglio, papa Leone lo indica in quello che chiama

un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza.

Papa Leone è attento a guardare anche “nel cortile di casa”, quando osserva che

le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata.

Per i cristiani, per i quali la prima lezione sul volto di Dio viene dal Bambino deposto nella mangiatoia di Betlemme, piccolo e inerme, la strada, le strade, non possono che essere altre, come l’insegnamento della Chiesa ricorda ormai da tempo – anche nella consapevolezza delle tragedie di cui troppe volte gli stessi cristiani si sono resi complici, come il papa riconosce apertamente, nel suo messaggio.
E la sfida, per i cristiani (ma insieme con tante donne e uomini che cercano la pace, e spesso pagano pesantemente questo loro impegno) è di mostrare che la via di una pace disarmata e disarmante è possibile, anche se questo richiede una vera conversione. Riportando le parole del santo papa Giovanni XXIII – il primo papa, forse, a parlare di un disarmo integrale –, papa Leone scrive:

«Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità».

Sono passati più di sessant’anni da quando papa Giovanni scriveva queste parole, nel lontano 1963. Non hanno perso nulla della loro urgenza e attualità, anzi!

Davanti al Figlio di Maria, al Bambino che è nato per noi, volto di «un Dio senza difese», possiamo intanto incominciare a chiedere la grazia di avviare in noi stessi, come dice papa Leone,

quel disarmo del cuore, della mente e della vita cui Dio non tarderà a rispondere adempiendo le sue promesse: “Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra”».

Chiediamo a Dio che l’anno appena incominciato ci porti la grazia di questa benedizione: meno violenze, meno conflitti, meno armamenti, e più donne e uomini che si impegnano umilmente, a mani nude, disarmate, per la giustizia e per la pace.