Nella Cattedrale di Crema, domenica 14 dicembre 2025, terza di Avvento, il vescovo Daniele ha istituito per la prima volta in diocesi i ministeri dei lettori, accoliti e catechisti, conferiti in modo stabile a quindici donne e uomini provenienti da diverse comunità della diocesi. Fino a questa data, i ministeri del lettorato e accolitato erano stati conferiti solo ai candidati all’Ordine del diaconato o del presbiterato; il ministero del catechista istituito è stato introdotto da papa Francesco nel 2021.
Riportiamo di seguito le parole introduttive alla celebrazione e l’omelia del vescovo Daniele.
Introduzione alla celebrazione
La gioia che contrassegna questa terza domenica di Avvento, la gioia per il Signore che viene fra noi, trova oggi, per la nostra Chiesa di Crema, una ragione di più: per la prima volta alcuni nostri fratelli e sorelle sono istituiti nei ministeri di lettore, accolito e catechista.
La nostra Chiesa conosce già questi ministeri e i riti che li istituiscono, almeno per quanto riguarda lettori ed accoliti: ma erano stati conferiti, fino a oggi, solo a quanti si preparavano all’ordine del diaconato e del presbiterato.
A partire da oggi, invece, la nostra Chiesa accoglie il nuovo dono di fratelli e sorelle, che vengono istituiti in questi ministeri per viverli stabilmente a servizio della Chiesa diocesana e, in particolare, nelle proprie comunità di appartenenza.
È motivo di gioia constatare che ci sono, all’interno delle nostre comunità, donne e uomini che, consapevoli del dono ricevuto a partire dal Battesimo, lo mettono a servizio degli altri «come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio», secondo la parola dell’apostolo Pietro (cf. 1Pt 4,10).
È motivo di gioia la loro disponibilità a prepararsi seriamente a questi ministeri, per viverli con consapevolezza, competenza e dedizione.
È motivo di gioia la certezza che vivranno il loro servizio in spirito di comunione e di pace, per il bene della Chiesa, per la testimonianza da rendere a Gesù Cristo — lui che, pur essendo il Signore e Maestro, si è fatto servo di tutti — e perché tutti, nelle nostre comunità, sempre più imparino a vivere a servizio gli uni degli altri mediante la carità (cf. Gal 6,13) che viene da Dio.
Grazie, carissime sorelle e fratelli, per la vostra disponibilità, e grazie a chi vi ha preparato e accompagnato a questo momento. Ora sarete chiamati per nome e presentati alla comunità, con alcune parole che diranno in sintesi qual è il servizio che vi impegnate a vivere nella Chiesa; e la Chiesa, nell’accogliervi con riconoscenza, vi accompagna con la sua preghiera e la sua vicinanza spirituale.
Omelia
Vorrei provare a raccogliere in breve, in una parola sola, ciò che i testi della Scrittura di questa terza domenica di Avvento possono suggerire a tutti, ma principalmente a voi, care sorelle e fratelli che, tra poco, sarete istituiti nei ministeri di lettore, accolito e catechista.
Questa parola è: magnanimità, ossia “grandezza d’animo”. Mi direte che non l’abbiamo ascoltata, questa parola, nelle letture e nel salmo di questa liturgia della Parola: è vero, ma si tratta solo di un problema di traduzione. C’è, ma è stata tradotta con “costanza”, o con l’espressione verbale “essere costanti”: linguaggio che abbiamo sentito quattro volte, nel corso della seconda lettura (cf. Gc 5,7-9).
Non saprei dire perché qui, a differenza di altri passi del Nuovo Testamento, la traduzione italiana abbia rinunciato alla parola “magnanimità”; dispiace, anche perché così rischia di sfuggirci che la “magnanimità” è un tratto di Dio stesso (cf. Rm 2,4; 1Pt 3,20); rischia di sfuggirci che, secondo l’apostolo Paolo, essa è la prima caratteristica della carità (cf. 1Cor 13,4) e fa parte dei “frutti dello Spirito”, insieme con «amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22); e dunque è una virtù particolarmente adatta a chi riceve un ministero ed è chiamato a esercitarlo nella e per la comunità cristiana appunto con “grandezza d’animo”.
Una “grandezza d’animo” che trova in Giovanni il Battista un bel paradigma. Lo trova in Giovanni quando la sua missione ha successo, come ci ricordava il vangelo di domenica scorsa (cf. Mt 3,1-12): perché, benché la sua voce risuonasse “nel deserto”, pure «Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati» (ivi, vv. 5-6).
È di soddisfazione, per un profeta, vedere che il suo messaggio di conversione trova ascolto! E lo sarà anche per voi – fatte le debite proporzioni – constatare che il vostro servizio alla comunità sarà utile, sarà apprezzato, aiuterà le comunità a crescere intorno all’ascolto della Parola, intorno all’Eucaristia e nel compito di annunciare il Vangelo. È bello, certo: e “grandezza d’animo” vorrà dire, qui, riconoscere che Dio è all’opera, anche grazie al servizio che cercherete di svolgere.
Oggi, però, Giovanni lo vediamo in una situazione tutta diversa: lo vediamo prigioniero, ridotto al silenzio, e attraversato dal dubbio, perché non gli sembra di trovare, in colui che è venuto dopo, in Gesù di Nazaret, quello che pure ha aspettato e la cui strada ha preparato.
E, naturalmente – fatte, anche qui, le debite proporzioni – potrà accadere anche a voi di vivere in modo meno soddisfacente il servizio che oggi la Chiesa vi affida. Vi potrà capitare di non essere sempre ben visti, sempre ben capiti, nelle vostre comunità; vi potrà capitare (mi auguro di no, ma potrebbe succedere) di avere a che fare con dei preti (o dei diaconi… o magari anche un vescovo!) che non sapranno vedere il senso, l’utilità del vostro ministero; ci potrà essere anche il vostro limite umano, una disattenzione, una scelta avventata… che potrebbero pregiudicare quel che cercherete di fare.
“Grandezza d’animo” vorrà dire, qui, non avvilirsi, non rassegnarsi; vorrà dire pazienza e fiducia, capacità anche di fare un passo indietro, se opportuno; vorrà dire cercare di correggere i propri comportamenti, se necessario, e perseguire sempre e comunque comunione e pace, ricordando che il ministero ricevuto non è mai per l’affermazione di sé, ma sempre a servizio di Dio e per l’edificazione della comunità cristiana.
Soprattutto, “grandezza d’animo” vorrà dire fare quel che ha fatto Giovanni: e cioè portare tutto a Gesù, all’unico nostro Signore e Maestro (cf. Mt 11,2-3); portare a lui i successi, le gioie, ciò per cui avrete modo di compiacervi; e portare a lui, soprattutto, fatiche e incomprensioni, ciò che umanamente sembra insuccesso e fallimento.
Portare tutto a lui, non aspettandovi subito una risposta risolutiva — perché anche la risposta che Gesù dà a Giovanni conserva un lato di oscurità. I “segni messianici” (i ciechi vedono, gli zoppi camminano, ecc.) confermano che sì, certo, Lui è l’atteso; ma l’invito a «non scandalizzarsi» (cf. v. 6) dice che non sempre le vie di Dio sono le nostre vie, e che ci può essere chiesto anche di perseverare, di essere “costanti”, in mezzo all’oscurità e all’incomprensione.
Soprattutto, però, portare tutto a Gesù, come fa Giovanni Battista, significa non dimenticare mai quella sua espressione decisiva, che ci è riportata dal quarto vangelo: «Lui [Gesù] deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,30).
L’ha richiamata, ricorderete, papa Leone XIV pochi giorni dopo la sua elezione: e se l’ha detto di sé il papa, a maggior ragione ce lo dobbiamo ricordare noi! Il ministero nel quale ora venite istituiti è per testimoniare e servire Cristo, contribuendo alla edificazione del suo Corpo, la Chiesa, che si fa presente nelle diverse comunità cristiane.
Vi auguro di avere sempre quella “grandezza d’animo”, quella magnanimità, che vi permetterà di spendervi con generosità e sapienza, senza pretendere di mettervi al posto di Gesù Cristo e anzi facendo sì che in tutto Lui sia sempre più ascoltato, amato e seguito: anche perché le persone con le quali entrate a contatto nel vostro ministero di lettori, accoliti e catechisti vorranno vedere in voi, prima di tutto, donne e uomini che ascoltano, amano e seguono Gesù Cristo: e questa è la sola cosa che importa davvero.
