Nella mattina di sabato 13 dicembre 2025 il vescovo Daniele (che è delegato dei vescovi della regione Lombardia per la Caritas, che comprende anche la pastorale nelle carceri) ha presieduto la Santa Messa nella Casa Circondariale di Cremona, in occasione del Giubileo delle persone detenute. Riportiamo di seguito la sua omelia, basate sulle letture bibliche della III domenica di Avvento.
Non ci può sfuggire, naturalmente, per il luogo in cui ci troviamo, che la domanda di Giovanni il Battista a Gesù parte da una prigione: «Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli…» (Mt 11,2): Giovanni il Battista è un carcerato che ha il coraggio di far arrivare a Gesù i suoi dubbi, le sue incertezze.
Nel vangelo di domenica scorsa (cf. Mt 3,1-12), Giovanni ci appariva come un profeta forte, sicuro: un profeta la cui voce risuonava nel deserto, ma era capace di attirare là folle di gente provenienti da ogni dove; un Giovanni che annunciava con sicurezza il giudizio di Dio ormai vicino; un Giovanni sicuro che anche colui che lo avrebbe seguito avrebbe fatto lo stesso, avrebbe fatto piazza pulita di tutti i peccati, i mali, le violenze, le ipocrisie…
Adesso, Giovanni è prigioniero, inerme, impotente; la sua voce non risuona più, deve servirsi di quella dei discepoli, per fare arrivare a Gesù… che cosa, esattamente? Ho detto: i suoi dubbi, le sue incertezze.
Forse, però, ciò Giovanni cerca è soprattutto la richiesta di una conferma; come se Giovanni chiedesse a Gesù: sostieni la mia speranza; aiutami a credere nella fedeltà di Dio, proprio nel momento in cui le sue promesse sembrano smentite, quando io sono imprigionato, non posso parlare, Dio mi sembra lontano, e ciò che avevo annunciato sembra destinato, adesso, al fallimento.
Giovanni è chiamato “il precursore”, cioè “colui che precede”. Dobbiamo essergli riconoscenti, perché qui egli precede anche noi, cammina anche davanti a noi, per dire che le fatiche dello scoraggiamento, del dubbio, del venir meno della speranza, della confusione e dell’incertezza che tante volte ci sovrastano, le ha sentite anche lui; anche lui ha camminato in mezzo alla nebbia della fede, nelle tenebre, come succede di fare anche a noi; e gli siamo grati perché in quell’ora ha fatto ciò che ogni credente dovrebbe fare, e cioè rivolgersi a Gesù, mettergli davanti senza paure, senza timidezze, le proprie fatiche e i propri dubbi, lo scoraggiamento e l’incertezza.
E non è neanche detto che la risposta di Gesù risolva subito tutti i nostri problemi. Questa risposta rimanda, da una parte, alle opere del Messia: e dunque è un sì. Al tempo stesso, però, Gesù sa che il suo messaggio e il suo modo di fare non corrispondono fino in fondo a ciò che Giovanni si aspettava: è per questo che gli chiede di «non scandalizzarsi».
Anche a Giovanni, insomma, è chiesto di compiere un atto di fede che non va da sé. Gli è chiesto di vivere e di sperare, potremmo dire, con un «animo grande».
Gesù non usa questa espressione; la usa Giacomo nella sua lettera (cf. seconda lettura), e mi sembra che possa interpretare molto bene anche il senso della risposta di Gesù.
Dice Giacomo: «Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore» (Gc 5,7); però il termine che usa dice qualcosa di più dell’essere costanti: letteralmente, Giacomo chiede ai suoi cristiani di avere «un animo grande…», cioè un animo capace di non misurare Dio secondo i propri criteri, di fargli credito anche quando il suo modo di agire non corrisponde alle nostre attese, persino quando Dio sembra contraddire se stesso e, invece di venire nel segno del giudizio contro gli empi, viene con la misericordia verso i peccatori e i poveretti…
E un animo grande anche nei confronti di noi stessi, un animo che sappia guardare al di là del male compiuto, delle prove, dei limiti, delle fatiche del presente, e aprirsi alla “speranza che non delude”, come papa Francesco ci aveva chiesto di fare, in questo Giubileo.
San Giacomo dice ancora che il modello da seguire è quello dei profeti «che hanno parlato nel nome del Signore»: forse proprio perché spesso anche i profeti hanno dovuto fare i conti con la misteriosità del modo di agire di Dio, o piuttosto con la sua libertà, che non sempre riuscivano – e riusciamo – a comprendere; e anche i profeti hanno sperimentato i conflitti, le critiche, e anche la prigione e, in tanti casi, hanno rischiato la vita.
L’«animo grande», da ultimo, ci serve per prepararci a celebrare il Natale e accogliere il mistero di un Dio che è viene verso di noi nella piccolezza di un bambino e nell’umiliazione della croce, non esserne scandalizzati e cercare di sintonizzare sempre più la nostra vita su di lui.
