Nella chiesa di S. Giacomo in Crema il vescovo Daniele ha presieduto, nella mattinata di venerdì 3 luglio 2026, i funerali di don Giuseppe Degli Agosti, presbitero diocesano (nato a Scannabue di Palazzo Pignano il 5 dic. 1937, ordinato presbitero il 27 maggio 1961), morto il 30 giugno. Riportiamo di seguito il testamento spirituale di don Giuseppe (letto dal vescovo all’inizio della celebrazione) e l’omelia.
Testamento spirituale di don Giuseppe Degli Agosti
Crema, 27/5/1994 – 19/3/2021
Oggi, XXXIII anniversario dell’Ordinazione Sacerdotale, scrivo qualche parola come testamento spirituale.
Anzitutto il mio GRAZIE a Dio, a Gesù Cristo, alla Madonna e a tutte le persone che hanno costruito con l’educazione, l’amicizia, l’esempio di umanità e di cristianesimo la mia vita. E mentre scrivo queste parole mi passano davanti agli occhi alcuni volti che particolarmente hanno segnato il mio cammino!
E con i volti anche i luoghi: Scannabue, Crema, Milano (Facoltà Teologica e Università Cattolica), la Parrocchia di S. Bartolomeo (per 7 anni parroco!) e oggi, in tutt’altre condizioni, la Parrocchia di S. Giacomo. Unisco nel ricordo i luoghi di brevi e intense esperienze spirituali e culturali: Lourdes, la Palestina, Ars, Banneux, Orval, Oberammergau, S. Francesco, S. Caterina del Sasso, Colonia – Maria Laach, Roma (Augustinianum e Chiesa di S. Agostino), Firenze (l’Annunziata), S. Caterina al Monte Sinai, Santuario di Soviore.
Accolgo ora la morte come passaggio ad una nuova pienezza di vita in Cristo, ad una nuova comunione di vita con tutte le creature che mi hanno costruito come uomo, cristiano e sacerdote.
A tutti grazie, a tutti domando e concedo perdono, a tutti chiedo una preghiera. E arrivederci!
don Giuseppe Degli Agosti
Omelia del vescovo Daniele
“Questo richiamo alla mia mente, perciò ho speranza. Le misericordie del Signore non sono finite, non è finita la sua misericordia: esse si rinnovano ogni mattina, grande è la sua fedeltà. Mia parte è il Signore; io dico: «La mia anima in Lui spera». Buono è il Signore con chi spera in lui, con l’anima che lo cerca. È bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore” (Lam 3,21-26).
Questi, che ho citato, sono alcuni versetti del libro delle Lamentazioni, che trovo particolarmente adatti al momento che stiamo vivendo. Li ho citati secondo la traduzione che ne aveva fatto don Giuseppe in un piccola pubblicazione, predisposta per il Natale dello scorso anno. Se non sbaglio, la traduzione del libro delle Lamentazioni è stata l’ultima fatica di una serie di traduzioni di libri biblici, avviata con il Cantico dei Cantici.
Don Giuseppe si era buttato nello studio approfondito dell’ebraico durante la pandemia del 2020: aveva già passato gli ottant’anni, dunque. Quando mi aveva fatto avere la traduzione del Cantico (negli anni successivi mi fece sempre omaggio delle traduzioni che via via realizzava, come quella dedicata al libro del Qoelet, e poi una scelta di salmi sotto il titolo Preghiera e Bibbia, e poi appunto le Lamentazioni), mi aveva spiegato che si era accorto di avere una certa lacuna nella sua preparazione intellettuale: gli mancava, appunto, una conoscenza adeguata della lingua nella quale sono scritti quasi tutti i libri dell’Antico Testamento… e si era messo a studiarla approfonditamente, a dimostrazione di un vigore intellettuale che non è venuto meno fino alla fine, e che la maggior parte di voi ha conosciuto senz’altro meglio di me: sia per chi lo ha avuto come docente a scuola (temibile, molto esigente, mi si dice), sia per chi ha potuto beneficiare delle sue varie ricerche storiche, in particolare a proposito della storia della nostra Chiesa diocesana e del suo santo Patrono, san Pantaleone: quando, nel 2019, durante il pellegrinaggio diocesano in Turchia, abbiamo incontrato il Patriarca ecumenico Bartolomeo I, gli abbiamo fatto omaggio della pubblicazione che raccoglieva diversi studi di don Giuseppe su san Pantaleone, sotto il titolo di Sanctus. San Pantaleone e Crema, pubblicato nel 2017.
Don Giuseppe, lo sappiamo, è stato capace di unire la sua preparazione culturale e la sua passione per lo studio e la ricerca con il ministero pastorale, che ha esercitato specialmente nella parrocchia di San Bartolomeo e poi, fino a qualche anno fa, come cappellano di questa parrocchia di San Giacomo, che ci vede riuniti per dargli il nostro ultimo saluto.
Quando, nel suo testamento spirituale, don Giuseppe dice di accogliere la morte come passaggio «ad una nuova comunione di vita con tutte le creature che mi hanno costruito come uomo, cristiano e sacerdote», riassume dunque la varietà degli incontri, delle relazioni, degli studi, delle amicizie, dei luoghi conosciuti e visitati e insomma di tutto ciò che intesse l’esistenza di un uomo, di un discepolo di Gesù e, nel suo caso, di un presbitero, attraverso vicende luminose e oscure, attraverso pagine belle e momenti faticosi, che attraversano la vita di un uomo.
Penso che don Giuseppe abbia provato a rileggere tutto questo anche attraverso la lettura, la traduzione e la meditazione sul libro delle Lamentazioni, di cui ho citato all’inizio qualche riga. Vorrei affidare ad alcune sue parole, che traggo dalla “Nota introduttiva” alla sua traduzione delle Lamentazioni, le indicazioni su come lo possiamo accompagnare adesso, nell’ora del passaggio da questa vita terrena alla pienezza della vita di Dio.
Don Giuseppe si sofferma sul mistero del silenzio di Dio, attestato proprio dai poemi che compongono il libro delle Lamentazioni, dopo la distruzione di Gerusalemme, del tempio, e il dramma della deportazione e dell’esilio del popolo di Dio. E scrive:
“Lo stesso silenzio di Dio, nelle Lamentazioni, è profezia della Passione di Cristo. Dio non consola e non è consolato, segue la vicenda della sua sposa (il popolo eletto) nell’esilio, nel dolore, nella morte. Dio soffre con il suo popolo, come accetterà la Croce di Cristo… Nella sofferenza il popolo ha colto il frutto della sofferenza: Israele è stato distrutto, ma Dio non è stato sconfitto… Israele conserva ancora la possibilità di dialogo con Dio: nella speranza, nella preghiera, nella storia. Jhwh è stato in silenzio nella prova, ma Egli dovrà e saprà intervenire come Dio di bontà. Da Dio è venuto il bene e il male, ma non viene meno il suo Amore.
Giuda [qui si intende: il regno di Giuda all’epoca della vittoria babilonese] non può sperare da sé, Gesù nel sepolcro risorge per volontà del Padre: è il Dio che grida: “Non temere!”. È la nuova vita ridonata da Dio: per Cristo nella Risurrezione, per l’uomo nell’attesa della nuova vita. La Parola di Dio ritorna con la sua verità, la sua forza, la sua Grazia (Le Lamentazioni, trad. di d. G. Degli Agosti, Crema 2025, 15).”
Don Giuseppe lascia questo mondo confortato dalla certezza che «le misericordie del Signore non sono finite» e che la morte si spalanca, per il credente, verso la Pasqua eterna. Noi lo accompagniamo con la riconoscenza, la preghiera, il suffragio, mentre il Signore Gesù, morto e risorto, gli viene incontro perché egli possa proclamare definitivamente, con le parole dell’apostolo Tommaso, la sua fede: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28).
