Il vescovo Daniele ha presieduto la solenne celebrazione eucaristica a conclusione del Giubileo ordinario del 2025, il pomeriggio di domenica 28 dicembre 2025, festa della Santa Famiglia, nella Cattedrale di Crema. Riportiamo di seguito l’omelia.
«Sarà chiamato Nazareno» (cf. Mt 2,13-15.19-23: v. 23): questa è l’ultima parola che il vangelo ci consegna in questa Messa, nella festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, nella quale concludiamo anche, in ambito diocesano, il Giubileo ordinario di questo anno 2025.
È sorprendente che l’evangelista introduca quest’ultima parola come qualcosa che «era stato detto per mezzo dei profeti»: sorprendente perché, per quanto ci si sforzi, non si riesce a trovare nessun passo dei profeti, e dell’intero Antico Testamento (che la tradizione cristiana considera “profetico” nel suo insieme), che riporti questa parola.
Non ci interessa addentrarci nelle possibili spiegazioni di questa stranezza, sulla quale neppure gli studiosi hanno una risposta definitiva. Però almeno due cose le possiamo osservare.
La prima è che, se l’hanno preannunciato i profeti, vuol dire che si tratta di qualcosa che Dio ha voluto. L’evangelista ci sta dicendo, insomma, che la vita di Gesù a Nazaret non è qualcosa di accidentale; e neppure si è trattato di una (lunga) parentesi, prima che Gesù incominciasse il suo ministero ministero pubblico: quella vita fa parte di ciò che Dio ha voluto per il suo Figlio.
Possiamo poi osservare che in alcuni ambienti del cristianesimo antico, soprattutto nell’area che chiamiamo oggi, genericamente, il Medio Oriente, “nazareni” era semplicemente il modo in cui si indicavano i cristiani, i discepoli di Gesù.
E se uniamo questi punti, il risultato è che l’esistenza di Gesù a Nazaret, quella che Dio ha voluto per il suo Figlio, per la maggior parte della sua vita terrena, è quella che Dio mette davanti a tutti noi, a tutti coloro che vogliono essere discepoli di Gesù, il Nazareno.
È un’esistenza, quella di Gesù a Nazaret, che ci si è abituati a qualificare come la sua “vita nascosta”. Ma, per quanto ne sappiamo, non c’era niente di “nascosto”, in quella vita. Era, piuttosto, una vita “ordinaria”. E della vita ordinaria, compresa la nostra, di solito non si parla molto.
Alzarsi o coricarsi, andare al lavoro o a scuola, fare la spesa, tenere in ordine la casa o il bilancio domestico, chiamare un conoscente o un familiare, prendersi cura dei figli o di qualche anziano, partecipare all’una o all’altra attività sociale, o famigliare, fare una gita, restare in casa, incontrare amici e conoscenti, scambiarsi messaggi… tutte queste e altre cose simili noi le facciamo ogni giorno, e non entrano nei libri di storia, non sono scolpite in monumenti che sfidano i secoli.
Nel suo piccolo mondo, nel suo tempo, anche Gesù ha fatto cose di questo genere, cose ordinarie, perfino banali. Ma se le ha fatte lui, vuol dire che le ha fatte Dio; vuol dire che Dio ha voluto abitare l’ordinarietà della nostra vita, non l’ha ritenuta qualcosa di disdicevole per Sé stesso.
Certo, noi sentiamo il bisogno anche di eventi straordinari; facciamo fatica ad accettare solo un’esistenza ordinaria, ripetitiva, monotona. Gli eventi straordinari – quelli belli, gioiosi; e anche quelli faticosi, difficili – sono uno stimolo, ci aiutano a non diventare letargici, troppo abitudinari, e anche un po’ spenti, apatici…
Anche il Giubileo ci è stato offerto come un’occasione “straordinaria” (benché, trattandosi dell’Anno santo che si celebra ogni quarto di secolo, sia chiamato “ordinario”): un’occasione straordinaria per metterci in cammino, per farci “pellegrini di speranza” nei diversi eventi che abbiamo potuto vivere in questi dodici mesi, e per i quali insieme oggi ringraziamo Dio.
È stato un anno santo straordinario anche per il passaggio alla vita eterna di papa Francesco, che aveva indetto il Giubileo e l’aveva aperto nel Natale del 2024, e per l’elezione di papa Leone XIV: e anche per l’uno e per l’altro dei successori di Pietro nella guida della Chiesa vogliamo rendere grazie a Dio.
In ogni caso, il Giubileo finisce: finisce oggi, per noi, in diocesi; finirà, per tutta la Chiesa, il prossimo 6 gennaio. Finisce un tempo “straordinario”, e finisce con la consegna di «tenere viva la speranza»: quella speranza che «non delude», e di cui abbiamo cercato di riconoscere alcuni segni, e anche forse di metterne in atto altri, in questi mesi, ora è posta ancora nelle nostre mani, nella nostra vita quotidiana.
Finisce anche per noi, come per la Santa Famiglia, il “tempo di Betlemme”, con le sue vicende straordinarie, di luce e di gioia, di stupore e sorpresa, ma anche (come ci ha ricordato il vangelo) con i suoi drammi strazianti; incomincia, o ricomincia, o continua il “tempo di Nazaret”: quello della vita di tutti i giorni, che noi – anche noi “nazareni”, noi discepoli del Nazareno – non dobbiamo disprezzare né sottovalutare, se Dio ha voluto farla sua.
Raccolgo dalle parole di Paolo ai Colossesi (3,12-21: II lettura), brevemente, tre indicazioni, che ci possono aiutare a vivere la fedeltà a Dio nella vita ordinaria e farne un luogo in cui brilla la speranza che ha il volto di Gesù Cristo:
– c’è il vestito appropriato ad ogni circostanza (c’è quello della festa, e quello degli impegni quotidiani): e così l’apostolo ci invita a «rivestirci», o meglio, a «indossare» in ogni situazione il modo di sentire e di giudicare di Cristo (cf. Col 3,12), in particolare la carità che tutto unifica e trasforma (cf. v. 15), perché l’impegno è appunto quello di trasfigurare secondo la carità di Cristo tutte le dimensioni della nostra vita.
– «La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza» (v. 16): c’è un invitato, un ospite permanente, negli spazi della nostra ferialità: la parola di Cristo. E basterebbe rileggerla attentamente, nei Vangeli in particolare, per capire quanto la vita quotidiana, le cose di ogni giorno, “trasudino” dell’annuncio di Dio e della sua benedizione sulla vita degli uomini e delle donne di ogni tempo. Gesù è davvero uno specialista, nel far brillare in ogni cosa, anche minima, la luce del Padre e del suo Regno che viene.
– «E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di lui a Dio Padre» (v. 17): «qualunque cosa facciate» perché, appunto, qui è in gioco tutta la vita dei credenti, feriale e festiva, ordinaria e straordinaria; e tutto è unificato nel suo essere “eucaristia”, rendimento di grazie: che ci rimanda anzitutto alla celebrazione dell’Eucaristia, culmine e fonte della nostra vita di credenti; ma ci propone di vivere ogni cosa nella “logica” di Gesù Cristo, che tutto riceve dal Padre, e tutto restituisce a Lui nella dedizione piena di Sé stesso, nel movimento “eucaristico” che attraversa tutta l’esistenza del Signore.
Ce n’è abbastanza, credo, per essere convinti che il “dopo Giubileo” possa essere un tempo ancora ricco di grazia di Dio, che per il dono del suo Spirito ci rende, come Gesù a Nazaret, seminatori di speranza nella vita quotidiana.
Al termine della liturgia, prima delle benedizione, il vescovo ha aggiunto:
Grazie a tutti e tutte per la presenza e la partecipazione a questa liturgia, grazie a tutti coloro che l’hanno preparata e animata, nel canto e nella musica, nel servizio liturgico, nell’allestimento della Cattedrale, nella diretta streaming e radiofonica e in ogni altro servizio… Dio vi ricompensi in abbondanza!
Ringrazio tutti i parroci e i rettori delle chiese e santuari diocesani giubilari, luoghi nei quali la grazia di Dio ha potuto diffondersi e moltiplicarsi. Grazie a chi ha reso possibile i diversi pellegrinaggi giubilari, a Roma e altrove; un grazie particolare a don Emilio Luppo, referente diocesano per il Giubileo.
Tra i segni di speranza di questo anno giubilare, e che rimangono, segnalo la nuova sede del Rifugio san Martino, nei locali magnificamente ristrutturati della “Misericordia”, grazie alla collaborazione tra Diocesi/Caritas, il Comune di Crema e la Fondazione Benefattori Cremaschi. Al termine della liturgia, siamo invitati a un semplice momento di fraternità presso l’Oratorio di S. Giacomo, in via Pesadori (grazie anche per questa ospitalità): chi lo desidera potrà visitare gli ambienti del nuovo Rifugio san Martino, che sono proprio di fronte all’Oratorio.
E ricordo che la sera del 31 dicembre, alle 21, qui in Cattedrale, celebreremo la veglia di preghiera per la pace, pregando con insistenza per “una pace disarmata e disarmante”, secondo l’invito di papa Leone, rendendo grazie a Dio per l’anno che si conclude e invocando la sua benedizione per il nuovo anno.
