Martedì 6 gennaio 2026, nella Cattedrale di Crema, il vescovo Daniele ha presieduto la solenne celebrazione eucaristia nell’Epifania del Signore. Riportiamo di seguito la sua omelia.
Che cosa, esattamente, si “manifesta”, nella celebrazione della Epifania – parola che significa, appunto, “manifestazione” – che stiamo vivendo oggi?
Lo dice Paolo nel passo della lettera agli Efesini che abbiamo ascoltato come seconda lettura (cf. Ef 3,2-3.5-6), anche se non usa esattamente il termine “epifania”, ma parole simili, che si traducono appunto con “manifestazione”, “rivelazione”, “conoscenza”…
Oggetto di tutto questo è: «Le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo» (v. 6).
Si intuisce che il pensiero rimane un po’ in sospeso: la “stessa” eredità, lo “stesso” corpo, la “stessa” promessa… rispetto a chi? Il sottinteso è: rispetto al popolo scelto da Dio, rispetto al popolo di Israele. Le “genti”, nel linguaggio della Bibbia in generale, e anche di san Paolo, sono gli “altri popoli” rispetto a Israele. A volte si traduce questa espressione anche con “pagani”, ma questa traduzione introduce una sfumatura che non è sempre necessariamente presente, quando nella Bibbia si parla delle “genti” – al punto che ci sono passi della Bibbia, e anche nei vangeli, nei quali qualche “gentile” (qualcuno, cioè, che viene dalle “genti”, che non fa parte del popolo di Israele), si manifesta più religioso, più credente, degli stessi Israeliti.
Questo, dunque, è il cuore della “epifania”: la manifestazione di un desiderio di salvezza e di vita piena per tutti, per l’umanità intera, anzi per tutta la creazione, che sta da sempre nel cuore di Dio, e che si manifesta adesso in questo punto minuscolo del tempo e dello spazio, che è Gesù, il bambino che i Magi si trovano davanti quando finalmente arrivano a Betlemme.
E i Magi sono appunto come un’anticipazione, un preannuncio di ciò che Paolo – il quale, probabilmente, non sapeva nulla della tradizione riguardante la visita dei Magi a Betlemme – cinquant’anni più tardi, vede con i suoi occhi.
Perché, appunto, abbiamo l’impressione che Paolo si accorga di questo “mistero”, del fatto cioè che la salvezza e l’amore di Dio siano destinati a tutti, “ebrei” o “gentili”, uomini o donne, schiavi o liberi, greci o barbari (cf. Gal 3,28; Col 3,11), non tanto a partire da qualche riflessione teorica, quanto a partire da un’esperienza concreta: ci sono uomini e donne che erano ritenuti “lontani”, esclusi dalle promesse e dai doni di Dio (dice qualcosa del genere poco prima del passo che abbiamo ascoltato: cf. Ef 2,11-13) e che, invece, si sono lasciati attirare da Gesù e dal suo vangelo di pace e di salvezza: esattamente come è accaduto per i Magi, anche se l’itinerario di questi ultimi è stato ancora più lungo e misterioso di quello dei “gentili” che accoglievano la predicazione di Paolo e degli altri cristiani delle prime generazioni, e aderivano al Vangelo.
Perché poi è così che accade: che cosa muova inizialmente un uomo o una donna verso l’incontro con Gesù Cristo, non è sempre facile saperlo. Può essere lo sguardo rivolto verso le stelle, come è successo ai Magi. Può essere, come per il centurione sotto la croce, vedere in che modo in Gesù è morto. Può essere un gesto di carità ricevuto. Può essere, come nel caso di san Charles de Foucauld, giovane e scapestrato ex militare, ormai da anni lontano dalla fede, la scoperta della preghiera dei musulmani incontrati in Marocco durante un’ardimentosa esplorazione, nella seconda metà dell’Ottocento…
Le vie possono essere tante: certo è che, in un modo o nell’altro, Dio mette in movimento le persone, smuove in loro qualcosa, perché possano almeno percepire un barlume del suo desiderio di vita piena per tutti – un desiderio divino che, però, non vuol fare a meno della capacità dell’uomo di cercarLo.
Ancora, però, questo desiderio divino non vuol fare a meno di coloro che possono rendere testimonianza a Lui e al suo progetto di salvezza per tutti. Non vuole fare a meno di coloro che già conoscono Gesù Cristo e possono testimoniare di lui.
Lo stesso san Paolo, benché letteralmente “atterrato”, buttato a terra, dall’incontro con il Signore Gesù (cf. At 9,3-6 e par.), ha avuto poi bisogno dell’incontro con la comunità cristiana, perché il suo cammino di conversione si compisse pienamente (cf. 9,10-28); e lui stesso è poi diventato per altri, e in particolare, come giù dicevo, per molti che venivano dalle “genti”, strumento di incontro con il Signore Gesù.
Tutto questo andava sottolineato perché il racconto dei Magi e del loro lungo viaggio dall’Oriente fino a Betlemme rinnova sempre in noi questo interrogativo: noi credenti, noi che già siamo parte della “famiglia di Dio” nel mondo, noi che portiamo il nome di cristiani, noi Chiesa di Dio che vive in questo territorio cremasco, cosa siamo, che segno siamo, per quelli che non conoscono Gesù e il suo vangelo, o anche per quanti l’hanno conosciuto, ma poi l’hanno dimenticato o forse anche rifiutato?
A Gerusalemme, i Magi ricevono un’informazione giusta: devono andare a Betlemme, e la stella conferma che quella è la meta, là troveranno Colui che cercavano, là potranno adorarlo e offrirgli i loro doni.
Dicendo questo, l’evangelista sembra dare però un giudizio severo nei confronti di Gerusalemme e dei suoi capi politici e religiosi, che non si lasciano veramente toccare dalla vicenda, non si lasciano mettere in questione, non sembrano minimamente interessati a incontrare Colui sul quale hanno dato le loro informazioni – o, piuttosto, l’unico veramente interessato sembra essere Erode, per i motivi che sappiamo e con l’esito tragico, generato dalla sua paura di perdere il potere, che conosciamo.
Sì, l’Epifania manifesta che tutti sono amati, tutti sono cercati, tutti sono desiderati da Dio. E in tutti Dio mette in movimento il desiderio di cercarLo e di trovare in Lui pienezza di vita. E pone a noi la questione: noi, sua Chiesa, suo popolo, suo famiglia, dove stiamo, davanti a questo desiderio? Quale testimonianza rendiamo? Come possono le persone trovare in noi, singoli credenti e comunità cristiane, un segno di Gesù Cristo, manifestazione dell’amore del Padre per tutti?
In altra occasione ho ricordato che un segno viene dal fatto che tutti noi, anche noi credenti, continuiamo a essere cercatori di Dio: nessuno può avere la pretesa di “possederlo”.
Ma c’è un segno, in particolare, che il Signore stesso ci ha lasciato come “carta di identità” dei suoi discepoli: ed è quello dell’amore vicendevole e verso tutti (cf. Gv 13,35). Non ci richiede studi complicati, abilità particolari, strategie di marketing o altre cose simili. Ci chiede di accogliere la misericordia di Dio e di esserne segno e strumento gli uni per gli altri, e nei confronti di tutti coloro che la vita ci fa incontrare, perché tutti possano essere condotti all’incontro con l’unico Salvatore, il nostro Signore Gesù Cristo.
