29 marzo 2026

Domenica delle Palme – 2026

Pubblichiamo l’omelia del vescovo Daniele nel corso della celebrazione solenne della Dominca delle Palme, domenica 29 marzo 2026, nella Cattedrale di Crema.

Nella preghiera che abbiamo presentato a Dio prima di metterci in ascolto delle letture bibliche, abbiamo chiesto di «avere sempre il grande insegnamento della passione» del Signore: di lui, il Figlio «fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce», e che Dio ha dato come «modello agli uomini»; tutto questo, «per partecipare alla gloria della risurrezione».
Nel «grande insegnamento» che è tutta la passione del Signore, raccolgo brevemente un solo aspetto, che prendo però a partire dal racconto dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, con il quale abbiamo aperto anche la nostra processione delle palme.
Secondo l’evangelista, attraverso questo ingresso si adempie ciò che era stato detto dai profeti, e cioè (citando il profeta Zaccaria): «Dite alla figlia di Sion: Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma» (Mt 21,5).
«Viene il tuo re, mite…»: non come un sovrano trionfante, a cavallo, circondato dal suo esercito; viene con quella mitezza che Gesù stesso, nel vangelo di Matteo, aveva segnalato come un tratto del suo insegnamento: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita» (11,29).
Tutto il racconto della passione è caratterizzato da questa mitezza, che si mostra in particolare, mi sembra, in due tratti. Il primo è il silenzio di Gesù. Nel vangelo di Matteo ci sono molte parole di Gesù, ci sono i suoi grandi discorsi, ci sono tanti insegnamenti… Nel racconto di passione (quello di Matteo è il più lungo, tra tutti e quattro i vangeli) Gesù parla pochissimo; mentre tanti altri parlano, e spesso con parole violente, di accusa, di condanna, o di derisione e di sfida (e anche parole di tradimento e di rinnegamento), Gesù dice poche parole, o tace del tutto (come davanti a Pilato, che rimane stupito per questo: cf. 27,14).
C’è in Gesù una mitezza della parola, che è un insegnamento prezioso anche nella nostra epoca, così portata a moltiplicare le parole a vanvera e, spesso, le parole di critica, di odio e di condanna. Non dimentichiamo il consiglio che papa Leone ci aveva dato all’inizio della Quaresima, il suo invito ad astenerci

dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace.

E poi, c’è la mitezza di Gesù che, a chi cerca di difenderlo con la spada, e ferisce uno di quelli che erano venuti ad arrestarlo, dice: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno» (26,52).
Gesù non chiede al Padre di difenderlo con la forza (cf. v. 53); tanto meno vuole che siano gli uomini a farlo, consapevole che violenza chiama violenza.
Non ci interessa qui, in questo momento, la discussione infinita se sempre, e dovunque, e in qualsiasi circostanza, si debba rinunciare alla forza, specialmente quando ci sono innocenti in pericolo.
Ci interessa raccogliere l’invito di Gesù alla mitezza, e ricordare la beatitudine promessa ai miti (cf. 5,5); ci interessa l’insegnamento della sua passione, che risponde alla violenza con la consegna di sé, e fa affidamento non sulla forza delle armi umane, ma sull’amore del Padre, anche quando la sua voce tace, anche quando le tenebre ricoprono la terra.
Lasciamoci guidare da questo insegnamento, e cerchiamo di meditarlo in tutta la Settimana che ci sta davanti, e che rinnova per noi la possibilità di passare, con il Signore, dalla fragilità delle risorse umane alla forza mite dell’amore che salva e redime.