3 aprile 2026

Celebrazione della Passione

Riportiamo di seguito l’omelia del vescovo Daniele tenuta in Cattedrale nel corso della celebrazione della Passione del Signore, il venerdì santo 3 aprile 2026

 

Tutti i racconti della passione riferiscono che, dopo averlo crocifisso, i soldati si divisero tra loro le vesti di Gesù, tirando a sorte su ciò che doveva toccare a ciascuno (cf. Mt 27,35; Mc 15,24; Lc 23,34); e tutti mettono in relazione questo particolare con un versetto del Salmo 22 (il v. 19) – il Salmo dal quale viene anche il grido di Gesù sulla croce riferito da Marco e da Matteo, «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato», il Salmo che è in qualche il sottofondo di tutto il racconto di passione, nella tradizione cristiana.
Anche l’evangelista Giovanni, come abbiamo sentito poco fa, è fedele a questa tradizione (cf. Gv 19,23-24); e anzi presta più attenzione degli altri a questa spartizione delle vesti, e specialmente al destino della tunica, della quale sottolinea la particolarità di essere «tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo», sicché non fu divisa, ma assegnata tutta intera a uno dei soldati, tirando a sorte.
Sul significato di questi particolari la tradizione cristiana ha molto riflettuto, dandone anche interpretazioni diverse. Io, però, non vorrei richiamare l’attenzione su questi dettagli, ma condividere con voi una breve riflessione su ciò che è implicato in tutto questo: sul fatto, cioè, che Gesù, come gli altri condannati, fu denudato e così, nudo, inchiodato alla croce: ed è così che siamo abituati a vederlo rappresentato nei nostri crocifissi, anche se l’arte cristiana conosce, soprattutto in Oriente, molte raffigurazioni del crocifisso, nel quale Gesù appare vestito.
La nudità non è un aspetto secondario: ci basta ricordare ciò che accade fin dall’inizio del rapporto tra l’umanità e Dio, quando, secondo il racconto biblico, nel giardino dell’Eden, «tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna» (Gen 2,25): né l’uno dell’altro, né davanti a Dio.
È solo dopo, solo quando l’uomo e la donna hanno dato ascolto al tentatore e hanno ceduto all’illusione di «diventare come Dio», che i loro occhi si aprono: ma si aprono non sulla possibilità di conoscere e dominare tutto (come aveva appunto suggerito il tentatore), bensì proprio sul fatto di essere nudi: «Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture» (3,7); e a questo primo, goffo tentativo di coprire la nudità si aggiunge il bisogno di nascondersi davanti a Dio (cf. 3,8-10), appunto perché la nudità fa sentire l’uomo e la donna esposti, vulnerabili, drammaticamente fragili, anziché aperti pienamente a Dio e “trasparenti” alla relazione con Lui, fonte della vita piena.
Perché la nudità, più ancora che essere legata alla sensualità (come sembra essere prevalentemente nella nostra cultura), è anzitutto manifestazione di vulnerabilità: lo sanno benissimo i torturatori e gli aguzzini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, per i quali costringere le proprie vittime alla nudità è spesso, ancora oggi, il primo passo dell’umiliazione e delle sevizie che infliggono alle proprie vittime.
Anche l’uomo finisce così per sentirsi, davanti a Dio, come davanti a un nemico dal quale ci si deve proteggere, difendere; uno davanti al quale occorre coprirsi, nascondersi… Nel segno di questa nudità vissuta come vergogna si vede che il rapporto tra l’uomo e Dio è malato, inquinato.
La lunga storia della salvezza è la storia di come Dio si propone di risanare questo rapporto: e il punto culminante è ciò che stiamo ricordando oggi, è il punto in cui Dio ci mette davanti il suo Figlio, inchiodato, nudo, alla croce: il Figlio che ha rinunciato a ogni difesa, a ogni protezione, davanti al Padre (perché in tutto ha aderito al suo disegno di salvezza, è stato in tutto e per tutto “sì” al Padre) e davanti agli uomini, perché si è consegnato nelle loro mani disarmato, vulnerabile, «disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire» (Is 53,3), secondo le parole profetiche dedicate al Servo del Signore.
Anticamente, i battezzati nella Pasqua del Signore partecipavano a questa nudità salvifica immergendosi nudi nell’acqua del Battesimo, dalla quale uscivano per essere rivestiti della veste bianca.
Anche se il rito si è compiuto diversamente, è stato così anche per noi: e celebrando la Pasqua possiamo rinnovare il senso di quell’immersione nella morte del Signore. Oggi possiamo contemplare la nudità del Signore sulla croce e chiedere nella preghiera di essere assimilati a lui: per consegnarci totalmente, con lui, nelle mani del Padre, senza barriere, senza resistenze e difese; e per esporci così anche ai fratelli, perché anche la nostra carità vicendevole non viene dal disporre di chissà quali risorse, ma viene dalla nostra povertà, che non proteggiamo e non difendiamo, ma accettiamo sia trasfigurata in dono, per la potenza della Passione d’amore del Signore Gesù Cristo.