Sabato 15 agosto 2026, in Cattedrale, il vescovo Daniele ha presieduto la solenne Eucaristia nella solennità dell’Assunzione di Maria, alla quale è intitolata la Cattedrale di Crema. Riportiamo di seguito la sua omelia.
«Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti» (1Cor 15,20): così abbiamo sentito dalle parole di Paolo ai Corinzi, ascoltate nella seconda lettura (cf. 1Cor 15,20-27).
Non cogliamo fino in fondo il valore di queste parole, però, se non ci rendiamo conto del loro contesto polemico. Paolo scrive, infatti: «Ora, invece, Cristo è risorto dai morti…», perché vuole contrapporsi a quelli che, nella comunità di Corinto, negavano la risurrezione: e prima di arrivare a ciò che abbiamo ascoltato, Paolo si diffonde in questa polemica. Fa notare, prima di tutto, che l’annuncio della morte e risurrezione di Gesù Cristo appartiene al cuore della fede cristiana (cf. 15,3-11); tanto che, se non c’è risurrezione, neppure Cristo è risorto: ma, se si nega la risurrezione di Cristo, tutta la nostra fede crolla come un castello di carte: «Se non vi è risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto! Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede» (v. 13).
Paolo continua poi in questa linea, fino ad arrivare a dire, subito prima della nostra lettura di oggi: «Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini» (v. 19): e poi continua «Ora, invece, Cristo è risorto dai morti…».
Diciamo subito che, senza la fede nella risurrezione di Cristo, cadrebbe come un castello di carte anche la solennità che stiamo celebrando, l’Assunzione di Maria “in cielo”, come diciamo per usare un linguaggio in qualche modo comprensibile.
La risurrezione di Cristo, secondo Paolo e secondo la fede cristiana, non riguarda soltanto lui: Cristo, dice l’apostolo, «è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti». “Primizia” è la prima parte del raccolto – quella che, nelle abitudini cultuali del popolo ebraico, era riservata a Dio e Gli veniva offerta; ma la primizia implica che poi arrivi anche il resto del raccolto. E, difatti, Paolo continua dicendo che c’è un “ordine”, una successione («Ognuno però al suo posto [lett.: “secondo il suo ordine”]: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo»: v. 23).
Prima Cristo, poi quelli che gli appartengono, l’umanità che per mezzo di lui ha ricevuto e riceve da Dio pienezza di vita. La fede della Chiesa ha intuito, nel corso del tempo, e prima che si arrivasse, con Pio XII, alla definizione del dogma dell’Assunzione di Maria, che lei, la Madre del Signore, ha un posto speciale, in questo “ordine”: Maria, strettamente unita al suo Figlio Gesù in tutta la sua vita, rimane strettamente unita a Lui anche nel suo destino eterno, ed è già ora pienamente partecipe della sua risurrezione.
Maria, quindi, anticipa il destino di tutti: è già entrata pienamente, «in corpo e anima», come dice la liturgia, nella vita del suo Figlio Gesù, risorto dai morti: in lei vediamo il riflesso di ciò che anche noi siamo chiamati a essere.
E questo, da una parte, valorizza il tempo della nostra vita presente. Ciò che Maria vive ora nella pienezza della gloria, non è “altra cosa”, rispetto a ciò che ha vissuto nella sua vita terrena, ossia la sua stretta unione con il suo Figlio Gesù, concretizzata poi in tutto ciò che Maria ha vissuto giorno per giorno, in modo molto concreto, per essere discepola e Madre di Gesù.
La risurrezione non è una specie di “premio” per quel che Maria ha vissuto: è il suo compimento, la sua pienezza: non “altra cosa” ma un “altro modo” – il modo della pienezza, e della gloria, ormai sottratta alle vicissitudini del tempo – di vivere la sua esistenza orientata a Dio e posta a servizio del suo progetto di salvezza.
Vivere nella fede la nostra esistenza in questo mondo, anche nei suoi aspetti più concreti, è già un modo per orientarci alla risurrezione: a quella condizione, cioè, nella quale tutto ciò che di buono, di giusto, di bello possiamo sperimentare in questo mondo, sarà condotto al suo compimento definitivo: nulla andrà perduto, secondo la promessa del Signore, di tutto ciò che in questa vita avremo saputo orientare al bene nostro, dei nostri fratelli e sorelle, e dell’intera creazione. La risurrezione è promessa di salvezza definitiva di tutto questo.
Per altro verso, tutto ciò richiede che sappiamo custodire quell’atteggiamento che abbiamo chiesto a Dio nella preghiera subito prima delle letture: «… fa’ che viviamo in questo mondo costantemente rivolti ai beni eterni, per condividere la stessa gloria» di Maria.
Ciò che è davvero “bene”, in questa nostra vita terrena (e dobbiamo ammettere che non abbiamo sempre le idee chiare, su che cosa sia davvero “bene”, per noi e per gli altri), resta sempre limitato. La fede non ci propone di voltare le spalle ai beni terreni – anche se qualcuno può essere chiamato a farlo, come “segno” per tutti (pensiamo a san Francesco d’Assisi e alla sua ricerca della povertà…): in ogni caso, non ci chiede di disprezzarli, tutt’altro.
La fede ci propone, però, di non farne un assoluto, sapendo che questi beni non rappresentano, ancora, la pienezza di vita alla quale siamo destinati, e di cui è anticipazione e segno Maria, assunta in cielo. La fede nella risurrezione, chiedendoci di rimanere «costantemente rivolti ai beni eterni», ci rende liberi e lieti in questo mondo, ci fa partecipare della beatitudine di Maria, della gioia che si esprime nel suo canto di lode, nella ferma speranza di partecipare anche noi, a suo tempo, della sua stessa gloria, per la quale oggi rendiamo lode a Dio.
