PAPA IN COLOMBIA: LA GRANDE PREGHIERA PER LA RICONCILIAZIONE NAZIONALE

“Fin dal primo giorno ho desiderato che venisse questo momento del nostro incontro”. È iniziato con queste parole – venerdì pomeriggio – il grande incontro per la riconciliazione nazionale, cuore del viaggio in Colombia, che ha radunato nel Parque Las Malocas a Villavicencio centinaia di migliaia di persone, tra cui molte vittime della guerriglia che ha insanguinato per più di 50 anni il Paese, militari ed ex agenti di polizia, ex guerriglieri. E proprio a questa storia, “segnata da eventi tragici ma anche piena di gesti eroici, di grande umanità e di alto valore spirituale di fede e di speranza”, il Papa ha fatto subito riferimento: “Vengo qui con rispetto e con la chiara consapevolezza di trovarmi, come Mosè, su una terra sacra. Una terra irrigata con il sangue di migliaia di vittime innocenti e col dolore lacerante dei loro familiari e conoscenti. Ferite che stentano a cicatrizzarsi e che ci addolorano tutti, perché ogni violenza commessa contro un essere umano è una ferita nella carne dell’umanità; ogni morte violenta ci ‘diminuisce’ come persone”. “Io sono qui non tanto per parlare ma per stare vicino a voi e guardarvi negli occhi, per ascoltarvi e aprire il mio cuore alla vostra testimonianza di vita e di fede”, ha assicurato Francesco: “E, se me lo permettete, vorrei anche abbracciarvi e piangere con voi, vorrei che pregassimo insieme e che ci perdoniamo – anch’io devo chiedere perdono – e che così, tutti insieme, possiamo guardare e andare avanti con fede e speranza”. 
Un momento lungamente atteso da un popolo che ha sofferto per la guerra ma che ora, come ha sottolineato papa Francesco, compie il “primo passo” di un cammino di pace. Significativo il luogo dove l’incontro è avvenuto. Il Papa stesso lo ha sottolineato: “Ci siamo riuniti ai piedi del Crocifisso di Bojayà, che il 2 maggio 2002 assistette e patì il massacro di decine di persone rifugiate nella sua chiesa”. Altrettanto significative le persone presenti: vittime della violenza di una guerra decennale, militari e agenti di polizia, ma pure ex guerriglieri. Tutti, in un modo o nell’altro, portavano “ferite che stentano a cicatrizzarsi” perché, ha annotato il Papa, “ogni violenza commessa contro un essere umano è una ferita nella carne dell’umanità”.
“L’amore è più forte della morte e della violenza”, questo il messaggio che Francesco ha consegnato al popolo colombiano in un incontro commovente, toccante soprattutto per le quattro testimonianze che – dopo la lettura del Salmo 85 e il Canto per la pace – si sono alternate, ognuna seguita dall’accensione e deposizione di una candela ai piedi del Crocifisso, un Crocifisso che “non ha più braccia”, ma conserva il suo volto che “ci guara e ci ama”. Storie di sofferenza e di violenza, quelle dei quattro testimoni, ma soprattutto di coraggio e speranza, di fiducia nel futuro. Fiducia che trova un’immagine eloquente nello scambio della pace lungo, intenso e prolungato, seguito all’ultima testimonianza. Nel suo discorso, il Pontefice ha ripreso proprio queste testimonianze per dire con forza che se è vero che la violenza genera altra violenza, con il perdono è però possibile “spezzare la catena” dell’odio. “L’odio non ha l’ultima parola”. Il Papa si è mostrato commosso per il dono di Luz Dary: una stampella segno delle ferite che porta la guerra. “Benché ti rimangano ancora conseguenze fisiche delle tue ferite – ha detto il Papa – la tua andatura spirituale è veloce e salda perché pensi agli altri e vuoi aiutarli”. Le ferite del cuore, soggiunge, sono “più profonde e difficili da sanare di quelle del corpo”, ma “l’amore libera e costruisce”.
“C’è speranza anche per chi ha fatto del male – è stato l’incoraggiamento del Pontefice – non tutto è perduto”. Gesù, ha ripreso, è venuto per questo: c’è speranza per chi ha fatto il male. Tuttavia, è il suo monito, è “indispensabile accettare la verità, è una sfida grande ma necessaria”. La verità, ha sottolineato del resto, “non deve condurre alla vendetta, ma piuttosto alla riconciliazione e al perdono”. Certo, riconosce, è difficile “accettare il cambiamento di quanti si sono appellati alla violenza crudele per promuovere i loro fini”. E tuttavia, ha ribadito, “è una sfida per ciascuno di noi avere fiducia che possano fare una passo avanti coloro che hanno procurato sofferenza a intere comunità e a tutto un Paese”.
Intense le parole che il Papa ha scelto per concludere il suo discorso prima della preghiera: “Colombia, apri il tuo cuore di popolo di Dio e lasciati riconciliare. Non temere la verità né la giustizia. Cari colombiani: non abbiate timore di chiedere e di offrire il perdono. Non fate resistenza alla riconciliazione che vi fa avvicinare, ritrovare come fratelli e superare le inimicizie. E’ ora di sanare ferite, di gettare ponti, di limare differenze. E’ l’ora di spegnere gli odi, rinunciare alle vendette e aprirsi alla convivenza basata sulla giustizia, sulla verità e sulla creazione di un’autentica cultura dell’incontro fraterno. Che possiamo abitare in armonia e fraternità, come vuole il Signore! Chiediamo di essere costruttori di pace; che là dove c’è odio e risentimento, possiamo mettere amore e misericordia”. 
L’incontro si è concluso con il ringraziamento al Papa da parte di due bambine colombiane, che hanno portato al Santo Padre una pianta, segno di riconciliazione. Una pianta che, come la pace, avrà bisogno dell’acqua della buona volontà per crescere e rinvigorirsi.
L’ultimo momento della giornata di Papa Francesco a Villavicencio, venerdì, è stata la sosta in preghiera presso la Croce della Riconciliazione nel Parque de los Fundadores. Nel parco, riferisce Radio Vaticana, il Pontefice è stato accolto dal presidente della Repubblica colombiana, da 400 bambini e da un gruppo di indigeni. Francesco dopo aver deposto una corona di fiori si è raccolto in preghiera sotto la grande Croce, mentre veniva intonato il Silenzio militare. Sul monumento è riportato il numero delle vittime della violenza che ha sconvolto il Paese negli ultimi decenni. Dopo la preghiera, il Papa – aiutato da alcuni bambini – ha piantato un albero, come simbolo di nuova vita.