ASSEMBLEA DIOCESANA 2019 – LE PROPOSTE DA SOTTOPORRE ALLA VOTAZIONE DELLA SESSIONE DEL 6 GIUGNO

Vengono qui pubblicate le proposte che verranno votate nella terza ed ultima sessione assembleare del 6 giugno. Il documento è frutto dei contributi offerti dalle comunità, dalle associazioni e dai singoli nell’arco di quest’anno. In special modo dei lavori di gruppo che si sono tenuti il 18 maggio scorso.

il 6 giugno alle ore 21,00 presso la chiesa S.Bernardino – Auditorium Bruno Manenti terremo la terza ed ultima sessione assembleare. Tutti sono invitati a partecipare ed avranno diritto di voto i membri del Consiglio Pastorale Diocesano, i membri del Consiglio Presbiterale Diocesano, 5 componenti della Consulta delle Aggregazioni Laicali e quanti sono stati accreditati dalle proprie comunità presso la segreteria assembleare secondo le modalità già indicate.

 

LE PROPOSTE DELL’ASSEMBLEA DIOCESANA DA SOTTOPORRE A VOTAZIONE NELLA SESSIONE DEL 6 GIUGNO 2019

I. La comunità chiamata a pensarsi nella logica della chiesa in uscita.

Ripensare la comunità cristiana

      1. Una pastorale attenta agli adulti

Convinti della necessità di una pastorale che ponga al centro gli adulti, per animare comunità fraterne, si propone di intervenire in tre direzioni:

– Verificare il cammino già in attoe leggere attentamente la situazione, mettersi in ascolto non tanto per portare le persone in parrocchia o affidare impegni, ma per costruire relazioni, cercare condivisione, suscitare il desiderio di crescere insieme… rispettare tempi e sensibilità diverse, con percorsi diversificati e graduali. Per esempio sembra importante porre l’accento e un’attenzione particolare alla fascia degli adulti giovani, individuata nell’età 30-45 anni; oppure sulla famiglia nel suo insieme (gruppi famiglia o gruppi di coppie/fidanzati, percorsi per fidanzati o conviventi).

– Attivare subito una serie di proposte concrete in grado di intercettare meglio le istanze connesse ai ritmi di vita delle famiglie (orari delle celebrazioni, modalità di comunicazione da parte della parrocchia, iniziative più ridotte ed essenziali, proposte per vivere meglio le domeniche…)

– Costituire un ‘gruppo di lavoro’ a livello diocesano, appoggiandosi anche all’ISSR, che, in un’ottica di medio-lungo termine, compia un lavoro di analisi e di proposta pastorale per il mondo adulto, oggi in difficoltà.

      1. Le piccole comunità

Nell’articolazione delle UP può essere interessante prevedere e favorire la generazione di piccole comunità

– che già sono presenti, oppure nascono in modo spontaneo o con gradualità diverse; a questo proposito sono da valorizzare le esperienze associative e i movimenti, lasciandosi contagiare dalla pedagogia e dal metodo di ciascuno;

– che condividono i vissuti delle persone, la preghiera e l’ascolto della Parola, gesti di carità verso gli ultimi, l’assunzione di responsabilità all’interno dell’UP;

– attente a non chiudersi nei piccoli gruppi perdendo il contatto con la comunità intera;

– promosse dal sacerdote, ma anche da laici inseriti nella comunità, attenti ad alcuni ambiti di vita;

– previste e incoraggiate dal progetto pastorale diocesano;

– con attenzione alla formazione dei responsabili-animatori di queste esperienze, anche attraverso un accompagnamento diocesano

      1. La formazione di presbiteri e laici

Curare la formazione dei sacerdoti, in modo particolare gli aspetti di comunicazione e relazione. Inoltre, anche per chi dovrà animare le “piccole comunità” sarà predisposto un percorso di formazione o di aiuto, magari attraverso un accompagnamento permanente da parte degli organismi diocesani di servizio alla pastorale.

      1. L’Eucarestia domenicale al centro

L’Eucarestia domenicale è il momento centrale, unitario e culminante della vita cristiana della comunità. Occorre rivedere le modalità della preparazione e della celebrazione delle Messe festive (per esempio animate dai diversi gruppi, con omelie preparate assieme, didascalie efficaci, parti maggiormente attente ai più piccoli, ecc., ma anche rivedendone il numero).

      1. Dialogo con le realtà del territorio

Viene posto l’accento anche sul dialogo con le realtà territoriali: lettura condivisa della realtà sociale della comunità, dialogo come ascolto e confronto con le diverse esperienze, fattiva collaborazione con le istituzioni pubbliche, preparazione delle persone perché sappiano agire in questo modo.

      1. Flessibilità e progressività

Per non cadere in indicazioni eccessivamente restrittive o normative, occorre unire obiettivi e scelte chiare con la possibilità di lasciare alle comunità la creatività di trovare soluzioni a loro misura.

Potrebbe essere utile partire da progetti ‘pilota’, iniziando a sperimentare con alcuni gruppi, quindi verificare, monitorare e poi diffondere.

II.  Le unità pastorali. Come concretizzarle e con quali strumenti

      1. Lo stile della corresponsabilità

È necessario educarsi ad uno stile di corresponsabilità che caratterizza l’agire pastorale dell’UP dove, al di là delle scelte operative e dei servizi che ciascuno è chiamato a realizzare, vi sia una cura attenta delle relazioni: apertura e fiducia reciproca appaiono come ingredienti imprescindibili per un lavoro di vera condivisione e servizio. Il lavoro di equipe è, per l’Unità Pastorale (UP), segno tangibile di uno stile pastorale fondato sulla comunione e sulla corresponsabilità.

      1. Uno stile da accompagnare

L’UP è l’opportunità di valorizzare i differenti carismi presenti nella comunità e farli crescere attraverso la formazione pastorale permanente che aiuti anche ad acquisire le dinamiche del lavoro di équipe. La corresponsabilità e la comunione sono parte di uno stile da acquisire gradualmente, pertanto risulta prioritario proporre un accompagnamento formativo (spirituale, esperienziale ed ecclesiale) rivolto ai preti, ai consacrati e ai laici che prestano un servizio e alla comunità tutta.

      1. L’Équipe Pastorale: finalità, composizione, mandato

L’Équipe pastorale (EP) è deputata alla programmazione ed alla attuazione quotidiana delle linee pastorali indicate dal Consiglio Pastorale dell’UP (CPUP). L’EP è luogo dove si esercita la corresponsabilità: condivisione nelle decisioni, partecipazione attiva e fiducia sono le fondamenta del suo lavoro.

Essa dovrà essere testimonianza viva di vera comunione e sarà formata dai coordinatori dei settori pastorali (liturgia, catechesi, carità, ecc), individuati dal parroco in accordo con il CPUP, a partire dalle diverse vocazioni presenti nell’UP (presbiteri, diaconi, consacrati e laici). I componenti dell’EP partecipino al CPUP. Nelle realtà più piccole l’EP potrebbe essere un allargamento della presidenza del CPUP.

Il parroco, o l’Équipe presbiterale, dovrà lavorare per legittimare ed accompagnare l’UP, il suo Consiglio pastorale, la Commissione economica e l’Equipe pastorale.

L’EP deve avere un mandato a termine di tre anni cercando un avvicendamento dei componenti che garantisca la condivisione delle competenze acquisite nel tempo dagli stessi, così da garantire continuità all’azione pastorale anche nei cambiamenti interni all’EP

      1. Il Consiglio dell’Unità pastorale

Ciascuna Unità pastorale si doti di un unico Consiglio pastorale dell’UP (CPUP), composto dai coordinatori dei diversi ambiti della pastorale comunitaria (Equipe Pastorale) e attento alla territorialità ed alla rappresentanza delle parrocchie che formano l’UP.

È il luogo della comunione, del pensiero, della progettazione, dell’indirizzo pastorale e del mandato all’Équipe pastorale. Il parroco, in sintonia con il CPUP individua i membri dell’Équipe pastorale, dando loro un mandato chiaro, fissandone la scadenza e accompagnandone l’operato.

      1. L’Assemblea comunitaria

Un segno tangibile di comunione e corresponsabilità è l’Assemblea comunitaria; essa è aperta a tutti, anche a coloro che non sono impegnati in un servizio attivo in comunità; è uno spazio di confronto aperto e libero, convocato due o tre volte l’anno dal CPUP per discutere di una specifica tematica, ascoltare ed informare della vita pastorale della comunità; essa viene convocata anche a scopi programmatori o di valutazione all’inizio o alla fine dell’anno pastorale.

      1. La Commissione economica

È importante che l’azione del CPUP sia sostenuta dai Consigli degli Affari Economici (CAE) delle parrocchie che compongono l’UP. Per far questo si ritiene necessario la creazione di un luogo coordinamento e sintesi di tutti i CAE presenti nell’UP, così da agire con uno stile di corresponsabilità per il bene di tutta l’UP e condividere al meglio come custodire e valorizzare il patrimonio (immobili, strutture ed economie) di ciascuna parrocchia e come utilizzarlo con equilibrati criteri di equità e generosità.

      1. Un progetto pastorale diocesano e il rapporto UP/diocesi

Il cammino della Chiesa diocesana necessita di essere scandito dalle indicazioni del vescovo, coadiuvato dal Consiglio Pastorale Diocesano e dal Consiglio Presbiterale Diocesano. Queste indicazioni, una volta declinate anche dalle commissioni pastorali, andranno a comporre la progettualità pastorale diocesana che potrà essere ulteriormente concretizzata in indirizzi pastorali e priorità di ciascuna UP.

È importante che il rapporto tra UP e livello diocesano sia fondato su una reciprocità costruttiva che permetta, da una parte la costruzione di un percorso di accompagnamento rivolto alle UP da parte della diocesi e, dall’altra, di permettere una continua revisione delle proposte diocesane grazie alle esperienze che si vivono nelle UP.

      1. Il servizio di accompagnamento delle UP

Si ritiene necessario un Servizio diocesano di accompagnamento alle UP preposto alla cura, supervisione e supporto delle Equipe pastorali e che lavori in sinergia col Vescovo ed il vicario episcopale per la pastorale. Questo servizio potrebbe curare anche il tema della formazione dei componenti delle equipe delle UP coinvolgendo le Commissioni Pastorali, mantenendo un’attenzione costante all’accompagnamento e al discernimento.

      1. Criteri per la costituzione delle UP: territorialità, identità, gradualità

Nella formazione e costituzione delle UP è importante tener conto del contesto sociopolitico, amministrativo e civile del territorio nel quale si va a formare l’UP. Si tengano in considerazione i bacini scolastici e i servizi offerti ai cittadini (assistente sociale, farmacie, banche, poli lavorativi, negozi …) in quanto sono già luoghi di unione e contatto tra le singole parrocchie.

Un momento significativo nel cammino verso la costruzione delle UP è la scelta del nome che la identifica. Il nome dell’UP non sia la somma delle parrocchie che la costituiscono, ma qualcosa di originale, nuovo e diverso, così da sostenere la creazione di una specifica identità.

È importante il rispetto ed il mantenimento della tipicità di ogni singola parrocchia, parte integrante dell’identità stessa della comunità (es. sagre, devozioni particolari, ecc…)

Il processo di convergenza verso le UP deve adottare uno stile di gradualità che però mantenga chiari gli obiettivi intermedi e finali verso l’unità. Obiettivi che necessitano continuamente di essere verificati, incoraggiati e posti come imprescindibili.

      1. Il ruolo del presbitero

Il ruolo del presbitero è fondamentale nelle UP: dovrà lavorare per legittimare ed accompagnare l’UP, il suo Consiglio pastorale, la Commissione economica e l’Equipe pastorale cercando di valorizza i differenti carismi presenti nella comunità introducendo uno stile di comunione e corresponsabilità.

      1. La comunicazione

La comunicazione è fondamentale nel rapporto tra le singole UP e la Chiesa diocesana. Proprio per questo è necessario integrare, rafforzare e implementare tutti quegli strumenti che rendono possibile una comunicazione fluida, diretta e efficace, in una dinamica interattiva e di reciprocità sia sul versante diocesano che su quello delle UP. Nel delicato momento della creazione dell’UP, la comunicazione con la comunità, è un elemento importante che può dettare successi e fatiche dell’UP. Strumenti necessari sono sicuramente il CPP ma anche e soprattutto la messa in opera di assemblee parrocchiali aperte il più possibile ai membri della comunità.

III. La centralità della parola nell’ambito dell’azione pastorale comunitaria

      1. La Parola di Dio nella vita di fede personale

La lettura e la meditazione della Parola di Dio siano proposte come parte fondamentale della vita spirituale di ciascuno; si forniscano (anche con l’uso delle nuove tecnologie) indicazioni e sussidi accessibili a tutti, soprattutto per facilitare il collegamento tra Parola di Dio e vita.

      1. La Parola di Dio nella vita di fede comunitaria.

Anche la dimensione comunitaria dell’incontro con la Parola di Dio è da valorizzare, con questo animo si favorisca la costituzione in tutte le Parrocchie/Unità Pastorali di gruppi di ascolto biblici: dovunque si facciano, anche nelle case, prevalga un clima familiare e si valorizzino quelli già esistenti; la lettura della Parola di Dio non manchi in nessun incontro comunitario.

      1. La Parola di Dio nella formazione cristiana

In tutti i momenti e le fasi della formazione cristiana si dia centralità alla Parola di Dio: si aiutino catechisti, educatori e formatori, con sussidi adeguati, a trasmettere a tutti la conoscenza e l’amore per la Parola. 

      1. Protagonismo dei laici nella condivisione della Parola

Si sperimentino nuove forme di protagonismo dei laici nella condivisione della Parola (celebrazioni, commento in alcune Messe, incontri di preghiera…), necessariamente favorite da un atteggiamento di apertura e di ascolto da parte dei preti.

      1. L’incontro con la Parola offerto a tutti

Si dia spazio a tutto ciò che facilita/aiuta l’ascolto accogliente e non giudicante della Parola (è Lei al centro) e di quanti sono attorno ad essa (compresi quelli che sono un po’ strani, le persone difficili e complicate, quelli che chiedono attenzione, quelli che sono diversi, chi è molto colpito dalla vita, chi ha altri interessi [GEx89]).

      1. Pratiche condivise di ascolto della Parola di Dio

Si favoriscano la circolazione di “buone pratiche”, in certi casi già presenti in alcune comunità, che mettono al centro la Parola di Dio e possano essere accolte anche da altre comunità (ad es. via lucis nel tempo pasquale, orientamenti diocesani di lettura dei testi biblici, drammatizzazioni, diffusione via social di brevi commenti al Vangelo del giorno…).

IV.  La ministerialità e la formazione degli operatori pastorali.  
Per una chiesa tutta ministeriale.

      1. Una ministerialità diffusa

È ancora insufficiente la consapevolezza che la Chiesa debba essere costituita da una ministerialità diffusa. Si ricade spesso in una faticosa e continua richiesta di disponibilità a farsi carico di esigenze e servizi della parrocchia e non è ancora sufficientemente maturato che la mera suddivisione dei compiti non è ancora corresponsabilità e capacità di lavorare in équipe.

È necessario fare evolvere verso una maggiore maturazione e consapevolezza le diverse forme di ministerialità laicale nate in questi anni e già presenti nelle comunità (in campo catechistico ed educativo, in campo liturgico, in campo caritativo, in campo famigliare, …), ma anche favorire il sorgere di nuove forme (per es. il ministero della sensibilità sociale, oppure il ministero dell’accoglienza comunitaria per coloro che sono ai margini della comunità).

Figure ministeriali importanti, da far crescere e accompagnare, saranno gli animatori-coordinatori delle “piccole comunità” e, qualora si costituissero, i membri delle équipes pastorali.

È utile prevedere forme di riconoscimento esplicito delle diverse forme di ministerialità laicale.

      1. I tratti di chi esercita una ministerialità riconosciuta

Il ministero nasce dalla fede e dalla passione per il Vangelo, si radica in una vita spirituale ed in una visione ecclesiale, prima che essere risposta ad un bisogno. Si chiede che chi esercita un ministero abbia alcune caratteristiche come maturità umana ed equilibrio emotivo, umiltà e disponibilità al servizio, capacità di ascolto, dialogo e relazione, formazione biblico-teologica, sensibilità sociale e spirito di discernimento. Non ci si aspettano super-ministri ma persone appassionate ed autorevoli. Sta al prete e alla comunità discernere, suscitare, accompagnare queste ministerialità, verificando realisticamente il contributo che possono offrire.

      1. Il prete dentro una Chiesa ministeriale e la sua formazione

Il parroco rimane figura essenziale nella vita della comunità cristiana in forza del ruolo ministeriale; tuttavia, egli dovrà sempre più lavorare in équipe insieme agli altri sacerdoti, diaconi, laici e consacrati. Dal momento che l’attitudine al lavoro in équipe non è scontata, è determinante che ci sia al riguardo un’opportuna formazione umana e spirituale, a cominciare già dal Seminario. Per facilitare il lavoro condiviso con altri, è auspicabile che ci siano forme e modalità diverse di vita fraterna tra i preti.

      1. Il prete formatore delle persone

Il prete concentri sempre più le sue energie nella cura della vita di fede delle persone, rinunciando quindi almeno a una parte dei compiti organizzativi e gestionali che fanno capo a lui; sappia quindi scegliere collaboratori affidabili per questi compiti, e conceda loro fiducia e giusta autonomia, stimolando il loro senso di responsabilità.

      1. Il diaconato permanente

La nostra diocesi sta da qualche anno promuovendo il diaconato permanente, terzo grado dell’Ordine sacro e ministero-ponte con la vita “ordinaria” (matrimonio, paternità, lavoro, impegno sociale…), ciò che consente un reciproco e fecondo scambio tra la Chiesa e il mondo. In diocesi, il diaconato permanente va promosso e motivato, per aiutare le comunità a comprenderne meglio il significato proprio. Si rifletta ai compiti che i diaconi potranno ricevere, perché non siano trattati solo da ‘supplenti’ dei preti, ma possano svolgere servizi anche innovativi e adatti a loro in ambito diocesano o di UP.

      1. L’identità laicale come identità di battezzati che esercitano il proprio sacerdozio battesimale

Con l’emergere di nuove ministerialità, i battezzati saranno sempre più chiamati a vivere il proprio sacerdozio battesimale, ad essere i protagonisti e gli animatori della vita delle comunità. Ciò non dovrà andare a detrimento della loro indole secolare. Si tratta di valorizzare la ministerialità di ciascun credente in quanto battezzato, cresimato, sposato. Si tratta anche di evitare lo sbilanciamento a favore di richiesta servizio intra ecclesiale rispetto all’indole “secolare” del laico e alla dimensione sponsale-famigliare.

      1. La formazione del laico e di quanti assumono compiti ministeriali

Una struttura fondata sulla corresponsabilità esige un laicato formato, con una visione della Chiesa e un profondo senso ecclesiale. Tale formazione non può però sviluppare unicamente una sensibilità intraecclesiale né essere solo teorica. Appare particolarmente urgente un percorso strutturato di formazione dei membri laici delle équipes pastorali e degli animatori/coordinatori delle “piccole comunità”.

L’aggiornamento dei preti (ma anche la formazione dei nuovi seminaristi) dovrebbe almeno in parte intrecciarsi con quella dei membri delle équipes pastorali e degli animatori/coordinatori delle “piccole comunità”.

La formazione di quanti assumono ruoli ministeriali dovrebbe essere fornita a livello diocesano, attraverso un percorso strutturato ed articolato, di carattere pluriennale, valorizzando l’Istituto superiore di scienze religiose.

Alcune attenzioni da avere sono: a) far sì che la formazione non sia troppo impegnativa: un mix tra rigore e impegnatività sostenibile; b) operare un giusto equilibrio tra aspetti comuni a tutti ed aspetti specialistici, riferiti a specifiche ministerialità; c) coordinare e valorizzare le proposte formative delle commissioni e degli organismi, evitando sovrapposizioni o eccessiva eterogeneità; d) valorizzare l’apporto dell’associazionismo laicale.

 

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