3 ottobre 2026

“Transito” di san Francesco d’Assisi” – Inizio dell’anno pastorale 2026-27

Nella serata di sabato 3 ottobre 2026 il vescovo Daniele ha guidato il pellegrinaggio diocesano dalla Cattedrale alla chiesa di S.Francesco d’Assisi ai Sabbioni, dove si è tenuta la veglia di preghiera e di celebrazione del “transito” di S. Francesco, nell’Ottavo centenario. Nella stessa occasione la Diocesi ha inaugurato ufficialmente l’anno pastorale 2026-27, e il vescovo ha dato il “mandato” agli operatori pastorali. Riportiamo di seguito l’omelia.

 

Molti tra noi, me compreso, sapevano – credo – che S.~Francesco d’Assisi, prima di morire, fattosi trasportare dalla casa del vescovo di Assisi alla Porziuncola, aveva chiesto che gli fosse cantato il Cantico di frate Sole, che lui stesso aveva composto, e al quale aggiunse la “lassa”, cioè la strofa, di “sorella morte”.
Da parte mia, prima di preparare questa veglia che insieme stiamo celebrando (e per la quale ringrazio i membri dell’Ordine francescano secolare dei Sabbioni), ignoravo, invece, che san Francesco avesse chiesto la lettura del testo del vangelo di Giovanni con la narrazione della lavanda dei piedi (cf. Gv 13,1-15), che abbiamo ascoltato prima.
È stata una scoperta, e una lieta sorpresa: per la densità del testo evangelico in sé, naturalmente; ma poi anche perché, in questa sera nella quale uniamo la memoria del “transito” di san Francesco da questo mondo al Padre, all’inizio dell’anno pastorale per la nostra Chiesa di Crema, questa pagina del vangelo veniva a combaciare con la riflessione che ho voluto proporre alla Diocesi, in vista di questo anno pastorale, nella Lettera che vi verrà consegnata alla fine della veglia.

Questa riflessione si impernia intorno a questa idea di fondo: che una “Chiesa locale”, qual è anzitutto una diocesi, ma poi anche a loro modo le parrocchie, le Unità pastorali, e le varie altre comunità, sono chiamate a essere «segno e strumento della presenza di Cristo nel mondo» (cf. Messsa “per la Chiesa particolare”, orazione Colletta).
La presenza è la parola chiave, e tutto ruota intorno a questa domanda: in che modo ci è chiesto, oggi, in questo tempo, e in questo territorio, di essere «segno e strumento della presenza di Cristo nel mondo»?
Per aiutare a cercare di rispondere a questa domanda, ho provato, nella lettera, a farmi un’idea dei diversi modi nei quali il Signore Gesù – lui, che, morto e risorto, assicura ai discepoli: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (cf. Mt 20,28) – è presente in mezzo all’umanità, in mezzo al suo popolo, tra i suoi discepoli… nei giorni della sua vita terrena.
E ho provato a chiedermi, a conclusione di uno sguardo “a volo d’uccello” nelle pagine dei vangeli: come riassumere lo “stile di presenza” del Signore Gesù nel mondo? Mi sembra di aver trovato la risposta nelle parole che Gesù stesso dice ai discepoli, durante l’ultima Cena, secondo il racconto di Luca, parole che sono diventate anche il titolo della lettera: «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27).
Questa frase riassume tutto; e ciò che il Signore dice in poche parole, l’evangelista Giovanni lo racconta nel modo che abbiamo ascoltato: presentando Gesù che, facendo sua la condizione del servo, dello schiavo, lava i piedi ai discepoli; per esprimere non semplicemente un gesto di servizio, ma per riassumere il senso di tutta la sua vita, e del dono radicale di questa vita, dono nel quale si compie ciò che l’evangelista dice nelle righe introduttive: «Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1) – cioè, come sappiamo, “fino alla pienezza”, della dedizione al Padre e ai fratelli.
Gesù è stato, ed è per sempre presente nel mondo, in questa “forma” radicale, nel dono pieno della sua esistenza, che rivela la pienezza dell’amore di Dio. Perché «in questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che Gesù Cristo ha dato la sua vita per noi» (1Gv 3,16), ricorda ancora l’evangelista nella sua prima lettera (lettera che, insieme con le altre due dello stesso evangelista, sarà il “libro biblico” di questo anno pastorale).
La questione, dunque, sta in questi termini: in che modo, in che modi, la sua Chiesa, che è il suo “Corpo”, rende presente nel mondo questo dono di amore che viene dal Padre, perché tutti i gli uomini possano conoscerlo e, se lo vogliono, accoglierlo? In che modo Dio ci chiama a essere “presenza” del suo amore nel mondo, nelle diverse situazioni nelle quali ci troviamo, come singoli discepoli, e come comunità cristiana?

La lettera che ho provato a scrivere vuol più suscitare la domanda, che offrire delle risposte. Al tempo stesso, però, ho ritenuto importante riportare nella lettera le proposte di impegno pastorale che sono frutto del discernimento fatto insieme in questi anni, e che vogliono essere punti di riferimento per il cammino che ci sta davanti.
Riflessione, dunque, e domande sulle quali confrontarci; ma anche indicazioni, proposte, orientamenti, sui quali camminare come Chiesa cremasca nell’anno che ci sta davanti, e anche oltre, come Dio vorrà, per cercare di essere, con il suo aiuto, segno vivente di Gesù Cristo in questo nostro mondo.

Ci aiuta e ci sostiene, in questo inizio di anno pastorale, san Francesco d’Assisi: lui che a tal punto fu “segno vivente” di Cristo, da essere chiamato “un altro Cristo”: perché totalmente conformato a Lui, perché si è lasciato spossessare da tutto ciò che il mondo giudica importante, per lasciarsi totalmente “riempire” di Gesù Cristo, del suo modo di pensare e di agire, di vivere e di morire.
San Francesco muore nudo sulla nuda terra. Questa nudità richiama l’ideale del suo modo di seguire Cristo, che si riassume in una bella e densa frase di san Girolamo (Ep. 125,20), ma molto a proposito applicata a san Francesco: nudum Christum nudus sequere, «Cristo è nudo, seguilo nudo». Così Francesco ha fatto, da quando ha risposto alla chiamata del suo Signore, fino all’ultimo respiro in questa terra, ottocento anni fa.
Il suo esempio ci aiuti, la sua intercessione accompagni la nostra Chiesa, perché sempre più sia, in questo nostro mondo, il segno trasparente di Gesù Cristo, rivelazione dell’amore di Dio per il mondo.