Il vescovo Daniele ha presieduto la Messa domenicale nella chiesa parrocchiale di Vaiano Cremasco, domenica 27 settembre 2026, in occasione della 112ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Riportiamo di seguito la sua omelia.
Credo che non sia una forzatura rileggere la parte centrale della seconda lettura proposta dalla liturgia di oggi (cf. Fil 2,1-11) alla luce della Giornata mondiale del migrante e il rifugiato, che celebriamo oggi.
Vorrei far notare che si tratta, per la Chiesa cattolica, della 112ª Giornata che viene dedicata a questa realtà, che da un po’ di anni invade la nostra attualità e alimenta le discussioni e le polemiche (per non parlare di tutti gli aspetti concreti, il più delle volte anche drammatici, che riguardano le condizioni di migranti e rifugiati): ma, insomma, mi sembra importante ricordare che è da molto tempo che la Chiesa richiama l’attenzione su questa dimensione così rilevante della vita dei popoli e delle persone.
Quando questa giornata venne istituita, erano moltissimi gli italiani che lasciavano il nostro Paese per cercare condizioni migliori di vita: pensate che tra il 1870 e il 1914, anno nel quale papa Benedetto XV istituì questa Giornata, si calcola che quasi quindici milioni di italiani abbiano abbandonato l’Italia, in cerca di una vita migliore – e spesso scontrandosi, anche loro, con diffidenze, cattiva accoglienza, pregiudizi e rifiuti… È bene non dimenticare queste cose, anche nel nostro tempo presente.
Scrivendo ai Filippesi, Paolo invita i cristiani di quella comunità ad assumere «gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (v. 5): “sentimenti”, qui, vuol dire non tanto le emozioni (anche, ma non principalmente), ma il modo di pensare, di giudicare, caratteristici di Gesù: pensare, sentire, volere desiderare come Gesù: questo è ciò che il cristiano dovrebbe cercare.
E questo modo di sentire e giudicare, Paolo lo descrive riassumendo in poche righe il senso della vicenda di Gesù: «Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (vv. 6-8).
Potremmo ridire la stessa cosa con questo linguaggio: Gesù, la cui “patria” originaria era la pienezza della vita di Dio (la «condizione di Dio», la chiama Paolo), scelse di allontanarsi da quella condizione, di farsi “migrante” verso un’altra condizione, verso un’altra terra: la nostra terra, di noi uomini e donne; una terra di povertà e di tribolazione, una terra segnata dalle conseguenze del peccato e dalla presenza del male.
In questa “terra”, cioè la nostra condizione umana, il Figlio di Dio ha voluto spingersi fino verso le estremità più remote: avendo assunto una «condizione di servo», «umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce».
Questo è l’estremo dell’esilio, della lontananza verso la quale Gesù ha voluto spingersi: lui che non aveva bisogno di tutto questo, ma ha scelto questa “emigrazione” radicale, dal “meglio” al “peggio”, dalla «condizione di Dio» fino «alla morte e a una morte di croce», perché noi, noi tutti, potessimo con lui ritrovare la patria dell’amore di Dio.
Potremmo riassumere dicendo: il Figlio di Dio si è fatto migrante per amore: per raggiungere tutti quelli che si sentivano lontani dall’amore e dalla vita di Dio, e per offrire a tutti quell’amore e quella pienezza di vita: e Dio ha abbracciato il suo Figlio crocifisso per amore, e lo ha dato a noi come “Signore”, che ci guida e ci governa unicamente nell’amore e nel dono di sé.
Questa “migrazione” paradossale, il Figlio di Dio l’ha scelta per solidarietà con chi era lontano, esiliato da Dio, e riportarlo nello spazio del suo amore.
Avere «gli stessi sentimenti» di Gesù vuol dire ragionare allo stesso modo, fare le stesse scelte. Vuol dire fare della solidarietà una scelta di fede e di vita: e vuol dire farla non solo verso quelli che sono più vicini o simpatici, ma verso chi è più nel bisogno, verso chi è più ai margini, più lontano e esiliato.
Papa Leone, nel Messaggio che ha inviato a tutta la Chiesa per questa 112ª Giornata del migrante e del rifugiato, richiama alla solidarietà soprattutto nei confronti dei minori migranti e rifugiati. Scrive:
I minori sono i più vulnerabili all’interno dei flussi migratori mondiali. Sono volti concreti, storie uniche, che fanno appello alla nostra coscienza. Ogni anno, milioni di bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare la propria terra a causa di guerre, povertà, violenze, disastri ambientali e altre tragedie; e purtroppo il loro numero continua ad aumentare. Le responsabilità economiche, politiche e militari di questo disastro sono immani. La sofferenza non si esaurisce nello spostarsi: vi sono giovanissimi che hanno perso genitori, fratelli, sorelle e amici e sono testimoni di violenze indicibili. Altri, separati per lunghi periodi dai propri familiari, tentano di ricongiungersi a loro, vivendo nel frattempo l’angoscia della lontananza. Vi sono poi minori che affrontano il tragitto insieme ai genitori, esposti tuttavia a condizioni estreme e traumatiche. Non possiamo infine dimenticare la tragica condizione di quanti vengono separati dai genitori a causa del rimpatrio.
Ricordando la parola di Gesù, «Chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me» (Mt 18,5), papa Leone richiama i singoli cristiani, le comunità cristiane, e le diverse istituzioni civili, ad aprirsi all’accoglienza, all’attenzione speciale per i minori. Alle comunità cristiane, in particolare, il papa ricorda: «Non possiamo limitarci a delegare questo compito a istituti o associazioni dotati di uno specifico carisma: di fronte ai volti concreti che ci interpellano nel quotidiano, tutta la comunità cristiana è chiamata a sentirli suoi figli e a farsi prossima alla storia concreta di ciascuno».
E chiede ancora, alle comunità cristiane di aprirsi
all’integrazione e alla valorizzazione dei rifugiati e dei migranti come soggetti a pieno titolo della famiglia ecclesiale, promuovendo nuovi percorsi educativi e spirituali, anche personalizzati, che superino la logica del puro assistenzialismo. In particolare, è fondamentale prevenire la solitudine, l’isolamento e il rifiuto, che non di rado colpiscono anche i figli dei migranti, e promuovere dinamiche di incontro e di integrazione in cui i ragazzi del territorio e i giovani migranti possano rafforzarsi insieme, in un cammino di mutuo rispetto, di solidarietà e di amicizia.
Grazie a Dio, e all’impegno di tanti, si fa già molto, in questa direzione. Facendo nostro il modo di sentire di Gesù, chiediamo per ciascuno di noi e per le nostre comunità questa grande apertura di cuore e di braccia, perché l’amore speciale di Dio verso i più piccoli e vulnerabili si renda visibile nella premura nostra, di discepoli di Gesù, e nelle nostre comunità cristiane, chiamate a diventare luoghi di fraternità, e sostegno a chi cerca una vita migliore.
