2 luglio 2026

Serata di riflessione e preghiera con i membri del Movimento di Comunione e Liberazione

Il vescovo Daniele ha partecipato, il 2 luglio 2026, alla serata di riflessione e preghiera promossa dal Movimento di Comunione e Liberazione nella chiesa parrocchiale della SS.ma Trinità in Crema, per riflettere e chiedere il perdono e l’aiuto di Dio per gli abusi su minori di cui fu riconosciuto colpevole M. Inzoli, già presbitero della diocesi e assistente del Movimento di CL. Riportiamo di seguito l’intervento tenuto dal vescovo Daniele, dopo quello proposto da Davide Prosperi, Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione.

 

Ringrazio Davide Prosperi, Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, per la sua presenza qui, questa sera, e per le parole che ci ha rivolto; ringrazio i membri della Commissione tutela minori di CL, che ho incontrato più volte nei mesi scorsi; e ringrazio tutti voi che siete qui riuniti.

Il mio coinvolgimento personale nella vicenda degli abusi di cui Mauro Inzoli è stato riconosciuto colpevole sia in ambito ecclesiale che davanti alla giustizia italiana è diverso, rispetto a chi ha vissuto “in diretta” quegli eventi, con i procedimenti che hanno poi condotto alle sentenze definitive, essendo arrivato a Crema quando quei procedimenti erano ormai in fase di conclusione.

Ma il principio di solidarietà ecclesiale che è già stato ricordato, e che ricorderemo ancora nel momento di preghiera, richiamato da papa Francesco all’inizio della sua Lettera al popolo di Dio del 20 agosto 2018, «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme» (1 Cor 12,26), fa sì che, naturalmente, anch’io debba sentirmi parte in causa, e non semplice spettatore.

Ho cercato di farlo, in questi anni, soprattutto sforzandomi di mettermi in ascolto di tutti quelli e quelle che, per le ragioni più diverse, a volte anche contrapposte, mi hanno chiesto di parlare con me: le vittime degli abusi, anzitutto, o i loro famigliari (come ho potuto fare anche molto di recente); ma anche altre persone che hanno voluto condividere con me la propria sofferenza; e anche lo stesso Mauro Inzoli. Ribadisco, naturalmente, la piena disponibilità all’ascolto mia e del Servizio Dioceano tutela minori per tutti quelli e quelle che lo desiderano.
Consapevole anche di qualche limite ed errore, spero in questo modo di contribuire, con la responsabilità che mi è chiesta, alla edificazione di una Chiesa che sia testimonianza viva di verità, di giustizia, di carità e misericordia, con una speciale attenzione ai più piccoli e vulnerabili – molti dei quali, tra l’altro, incontro in questi giorni, visitando i Grest in atto nelle nostre parrocchie.

C’è poi un altro modo, per me altrettanto doveroso, di vivere la mia responsabilità: ed è quello di prendermi cura della Chiesa di Crema, perché anche in essa, come in tutte le Diocesi e in tutta la Chiesa cattolica, cresca e si consolidi l’impegno per la cura e protezione dei minori e delle persone vulnerabili.

Gli orientamenti decisivi, a questo riguardo, sono già indicati nelle Linee guida che, come vescovi italiani, ci siamo dati sette anni fa. Permettetemi di riprenderli, per lo meno nelle articolazioni fondamentali, perché è qui che troviamo anche quei «passi del cammino di conversione che sono chiesti a ciascuno di noi», di cui parlava Davide Prosperi concludendo il suo intervento (tutti i passi che, di seguito, sono riportati tra virgolette sono tratti dalle Linee guida).

Anzitutto, riprendendo parole di Papa Francesco, ricordo che «l’unico modo che abbiamo per rispondere a questo male che si è preso tante vite è viverlo come un compito che ci coinvolge e ci riguarda tutti come Popolo di Dio»; in altre parole, come abbiamo scritto noi Vescovi nelle Linee guida, «tutta la comunità è coinvolta nel rispondere alla piaga degli abusi non perché tutta la comunità sia colpevole, ma perché di tutta la comunità è il prendersi cura dei più piccoli», sia nella prevenzione degli abusi, sia nel «mettere al centro la cura e la protezione dei più piccoli e vulnerabili come valori supremi da tutelare. Solo questa conversione potrà permettere a tutta la comunità di vincere ogni silenzio, indifferenza, pregiudizio o inattività per diventare partecipazione, cura, solidarietà e impegno».

«La cura e protezione dei minori… sono parte integrante della missione della Chiesa nella costruzione del Regno di Dio… Prendersi cura dei più piccoli e deboli è dunque una necessità, che deve essere rinnovata con forza, anche a fronte di tradimenti che in passato hanno toccato in profondità la stessa comunità ecclesiale». Determinante in questo è «l’ascolto delle vittime» e la «loro presa in carico, favorendo una cultura della prevenzione, la formazione e informazione di tutta la comunità ecclesiale, la creazione di ambienti sicuri per i più piccoli, l’attuazione di procedure e buone prassi, la vigilanza e quella limpidezza nell’agire, che sola costruisce e rinnova la fiducia».

A proposito in particolare dell’ascolto delle vittime, le Linee guida sottolineano che la vittima «va riconosciuta come persona gravemente ferita e ascoltata con empatia, rispettando la sua dignità. Tale priorità è già un primo atto di prevenzione perché solo l’ascolto vero del dolore delle persone che hanno sofferto questo crimine ci apre alla solidarietà e ci interpella a fare tutto il possibile perché l’abuso non si ripeta. Questa è l’unica via per passare dal sapere qualcosa sull’abuso sessuale al sentire, patire, conoscere e cercare di comprendere ciò che è realmente accaduto nella vita di una vittima, così da sentirci interpellati a un rinnovamento personale e comunitario». Aggiungo che, naturalmente, fatte salve le esigenze dei procedimenti di indagine e giudizio, l’ascolto suppone la disponibilità à lasciare che siano le vittime stesse a scegliere i tempi e le modalità della loro testimonianza, che non può essere in nessun modo oggetto di “pretesa”.

Dall’ascolto, si tratta poi di passare alla «disponibilità evangelica a prenderci cura delle vittime, ad accompagnarle e supportarle in un percorso di riconciliazione, guarigione interiore e pace».
In questo ambito, «coloro che hanno abusato o sfruttato sessualmente un minore o una persona vulnerabile, soprattutto se questi piccoli erano affidati alle loro cure pastorali, hanno il dovere morale di una profonda conversione personale, che conduca al riconoscimento della propria infedeltà vocazionale, alla ripresa della vita spirituale e, non da ultimo, all’umile richiesta di perdono alle vittime delle loro azioni».

La comunità cristiana ha poi un dovere particolare di «discernimento circa gli operatori pastorali e quanti, in modi diversi, hanno contatto con i minori nelle comunità ecclesiali: animatori, educatori, catechisti, allenatori, insegnanti e tutti coloro che sono impegnati in attività di culto, carità, animazione e ricreazione. Sono persone che con grande generosità si prestano ad un prezioso servizio» – lo sto vedendo, come già accennavo, anche in queste settimane dei Grest – «per il quale vanno formate e rese corresponsabili dello stile e delle scelte della Chiesa per la protezione e cura dei più piccoli e vulnerabili».

Molta attenzione è richiesta nel discernimento e nella formazione iniziale e permanente dei candidati al ministero sacerdotale e alla vita consacrata: si tratta di «formare nei soggetti una solida identità e il senso autentico di quella particolare autorità legata al sacerdozio e alla consacrazione religiosa, che è l’autorità del servizio e della compassione; l’autorità di chi pone liberamente la propria vita al servizio degli altri».

Più brevemente (ma non perché siano meno rilevanti) richiamo ancora, dalle Linee guida, l’impegno della Chiesa nella ricerca la verità e nel cercare il ristabilimento della giustizia: «perché questi obiettivi siano perseguiti senza esitazione, se ne fa promotrice con tutti i mezzi a sua disposizione, compresa la fattiva collaborazione con l’autorità civile»; anche perché la Chiesa si sente «chiamata ad aprirsi alla promozione di una cultura della prevenzione di ogni forma di abuso, di una cultura della cura e della protezione dei minori e delle persone vulnerabili, in dialogo e confronto coraggioso con università, servizi sociali, enti locali, le associazioni di volontariato…».

Fa parte di questo impegno anche la preoccupazione circa l’informazione corretta sia a riguardo «delle scelte operate dalla Chiesa con queste Linee guida, le prassi e i protocolli adottati, le misure prese per tutelare al meglio i più piccoli e vulnerabili», sia a riguardo «dell’accertamento della verità nei singoli procedimenti», fermo restando «l’obbligo di tutelare, per quanto possibile, la buona fama e la riservatezza di tutti i soggetti coinvolti».

Finalmente, mi preme osservare che tutto questo (anche nei maggiori dettagli che si possono ricavare dalla lettura integrale delle Linee guida) è, come già detto, un compito per l’intera comunità diocesana, che come vescovo mi sento impegnato a portare avanti: non da solo, però, ma con l’aiuto in particolare del Servizio diocesano per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, che anche la nostra Chiesa si è premurata di costituire e rendere operativo, perché gli intenti potessero tradursi anche in azioni concrete.

Ed è soprattutto nelle mani di Dio che mi sento di mettere il cammino di conversione della nostra Chiesa e di tutta la Chiesa, perché sia sempre più segno trasparente, limpido, dell’amore di Dio per i più piccoli, ai quali in modo speciale si apre l’accesso a quel Regno che il Signore Gesù è venuto a inaugurare con la sua vita, morte e risurrezione.