11 giugno 2026

Funerali di don Ennio Raimondi

Pubblichiamo l’omelia tenuta dal vescovo Daniele nel corso dei funerali di don Ennio Raimondi, morto l’8 giugno 2026 a Crema, all’età di 94 anni, di cui sessantanove di ministero presbiterale. I funerali sono stati celebrati nella chiesa della parrocchia di San Carlo Borromeo a Crema, parrocchia di cui don Ennio fu il primo parroco dal 1973 al 1987.

 

Non mi sottraggo al desiderio preciso indicato da don Ennio nel suo Testamento spirituale: che in questa liturgia del suo funerale fosse «proclamato e commentato il Vangelo dei discepoli di Emmaus ai quali il Risorto si rese presente e si fece riconoscere nella spiegazione delle Scrittura e nella celebrazione dell’Eucaristia». Il testo di questo vangelo è stato proclamato adesso dal diacono, a me tocca il compito del commento…

Prima di arrivarci, però, vorrei aggiungere che trovo un dono prezioso che questa nostra liturgia, nella quale diamo l’ultimo saluto a don Ennio e lo raccomandiamo a Dio e alla sua grande misericordia, nella quale egli ha sempre sperato, avvenga nel giorno in cui la Chiesa fa memoria di san Barnaba.

Perché Barnaba è una bella figura di cristiano e di apostolo: un uomo di grande generosità, che vende i suoi beni per mettere il ricavato a disposizione dei poveri della comunità (cf. At 4,36); un uomo capace di vedere la grazia di Dio all’opera anche in realtà nuove e forse “disturbanti”, come l’ingresso di Paolo nella comunità cristiana, o l’effervescenza della Chiesa di Antiochia; un credente capace di sostenere gli altri nel loro cammino di fede, un discepolo aperto alle sfide della missione, di una comunità cristiana chiamata a mettersi “in uscita” per portare il vangelo verso nuove terre o in condizioni umane e culturali nuove… Un uomo di pace e di concordia, anche se fermo nelle sue convinzioni, tanto da arrivare a un dissidio fortissimo addirittura con Paolo…

Penso che molti di voi, che hanno conosciuto don Ennio anche molto prima di quanto sia stato possibile a me, non avrebbero difficoltà a ritrovare corrispondenze significative tra il lungo ministero da lui vissuto nella nostra Chiesa e questo apostolo che gli Atti presentano come «profeta e maestro» (cf. At 13,1) (capace, dunque, di uno sguardo evangelico sulla realtà e la storia, e di condividere con altri ciò che l’ascolto di Dio e della sua Parola gli suggeriva), e come uno “specialista” della “esortazione”, della paráklesis (cf. 2,36), cioè dell’incoraggiamento, della promozione, del sostegno e dell’animazione rivolti alla comunità cristiana – del rimprovero, anche, quando necessario, quando nasce da una passione autentica per il Signore, per il Vangelo, perché prenda corpo nella vita degli uomini e donne del nostro tempo.

Di un’azione di questo tipo c’è bisogno soprattutto quando abbiamo la sensazione che la vita personale, o anche quella della Chiesa, sia come incamminata verso un crepuscolo, verso un tramonto nel quale le speranze svaniscono e viene meno il coraggio della fedeltà e della testimonianza, come accade ai due discepoli che se ne vanno verso Emmaus.

Non saprei dire esattamente perché don Ennio ci abbia chiesto di ascoltare e meditare questa pagina di vangelo – certo una di quelle che riscaldano sempre il cuore – in questa liturgia esequiale. Posso immaginare che volesse ribadire una dimensione della vita cristiana che certamente considerava centrale: la celebrazione dell’Eucaristia, in particolare la Messa domenicale della comunità cristiana, della parrocchia, come centro “assoluto” della vita della Chiesa, come il “luogo” a cui sempre ritornare, e da cui sempre ripartire, perché il Vangelo possa poi prendere corpo nella vita degli uomini e delle donne.

Mi chiedo, però, se don Ennio non voglia affidarci anche un altro messaggio, un’altra esortazione: quella di non cedere al fascino malato del tramonto, alla tentazione di pensarci come credenti, e come Chiesa in declino: “Noi speravamo…”, ma le nostre speranze sono deluse, ormai viviamo nell’ora del crepuscolo, andiamo verso una notte della fede, di ciò che il vangelo ha da offrire al mondo…

Invitandoci a meditare questo racconto, don Ennio ci ricorda che possiamo fare nostra la preghiera dei discepoli al Signore: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto» (Lc 24,29), per scoprire che il Risorto appunto entra «per rimanere con loro»: ma il suo rimanere non è confinato a quella sera – anzi, come riferisce il racconto, nel momento in cui gli occhi dei discepoli si aprono e lo riconoscono, dopo la frazione del pane, «egli sparì dalla loro vista» (v. 31).

Sparisce dalla vista, ma rimane con loro, rimane con i discepoli sempre, rimane appunto nei suoi gesti di salvezza, nella Parola e nel Pane spezzato; e rimane certamente anche nel modo in cui la Chiesa continua a raccontare di Lui, e continua a farlo non solo con le parole, ma in tutti i modi nei quali i discepoli di Gesù attestano la forza del Vangelo e la sua capacità di trasformare l’uomo e la sua storia, e di trasfigurare la vita delle persone, l’esistenza delle comunità cristiane, il mondo del lavoro, la salute e la malattia, e insomma tutte «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (GS 1).

Sì, penso che don Ennio volesse, voglia invitarci a rinnovare la nostra fede nella forza trasformante e rinnovatrice della Pasqua del Signore. E noi gli siamo grati anche per questa sua ultima esortazione; e lo affidiamo a Dio, perché ora si compia pienamente in lui la Pasqua di Gesù morto e risorto, preparata nella sua lunga vita di cristiano e di prete, e anche in questi ultimi anni di malattia; e perché in ciascuno di noi, e nella Chiesa cremasca, non venga meno la fede nel Risorto e il desiderio di annunciarlo e testimoniarlo a tutti.