4 giugno 2026

Solennità del Corpo e Sangue del Signore

Le parrocchie della città di Crema hanno vissuto la celebrazione ‘anticipata’ della Solennità del Corpo e Sangue del Signore, giovedì 4 giugno 2026, con la Messa presieduta dal Vescovo Daniele nella chiesa parrocchiale dei Sabbioni alle 18; alla Messa ha fatto seguito la Processione eucaristica fino alla chiesa parrocchiale di Ombriano, dove si è continuato con l’adorazione eucaristica, conclusa alle 22 con la Benedizione eucaristica. Riportiamo di seguito l’omelia della Messa.

 

Parlando al popolo di Israele, al termine della lunghissima traversata del deserto – quarant’anni, il tempo di una generazione, per un viaggio che le carovane di solito compivano in due o tre settimane – Mosè ricorda qual è il senso di quel viaggio, il senso dell’Esodo:

Egli [Dio]… ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore (Dt 8,3: I lettura).

La lunghezza e la difficoltà di quel viaggio devono essere capiti come una “prova”, dice ancora Mosè (cf. v. 2): una prova necessaria non a Dio, ma al popolo stesso, perché è lui, è il popolo – e ogni credente, all’interno di quel popolo – che deve guardare in fondo a sé stesso per provare a rispondere alla domanda: che cos’è che mi fa vivere? dove guardare, dove orientarmi, per cercare la “sorgente della vita”?

È chiaro che, in un modo o nell’altro, tutti, sempre, continuiamo a lasciarci pungolare da questa domanda; è chiaro che tutti noi abbiamo le nostre idee, circa ciò che ci fa vivere in pienezza, se non altro perché tutti, in un modo o nell’altro, siamo molto sensibili a tutto ciò che minaccia la nostra vita, a partire dalle sue condizioni elementari (ciò per cui abbiamo bisogno, tanto per dire, di mangiare e bere ogni giorno), per arrivare alle altre minacce, vere o presunte, che avvertiamo intorno a noi e alla vita nostra o anche di quelli che ci sono cari: che si tratti della salute, o dei desideri, dei progetti, della sicurezza, della reputazione, delle relazioni… e, in definitiva, di tutto ciò di cui si compone il nostro vivere.
Che cosa, dunque, ci fa ‘vivere’? Le esperienze di crisi, le “prove”, come quella vissuta da Israele nel deserto, hanno questa capacità – se le sappiamo ascoltare – di portarci alla radice di questa domanda.

E a questa domanda Gesù dà una risposta semplicissima, radicale, com’è proprio, appunto, delle risposte semplici, sì, ma tutt’altro che superficiali. Ed è una risposta che, prima di tutto, lo riguarda personalmente: «Io vivo per il Padre» (Gv 6,57: vangelo).
Questo “per” lo dobbiamo intendere prima di tutto nel senso di “mediante”. Gesù vuol dire: io vivo in virtù della vita che mi viene dal Padre, vivo grazie alla pienezza di vita che Egli mi comunica.
Qui Gesù non sta dicendo semplicemente che, come ogni creatura, anch’egli ha ricevuto da Dio la propria esistenza.
Gesù sta riassumendo, in pochissime parole, tutta la sua esistenza di Figlio: egli trova nel Padre tutto ciò di cui ha bisogno, trova in lui ogni ragione, ogni possibilità, ogni radice di vita: nel Padre Gesù trova tutto ciò di cui ha bisogno per vivere – il che non toglie che Gesù abbia voluto essere partecipe, come noi, delle necessità quotidiane della vita (come il nutrimento e la bevanda): e non ha voluto rispondere a queste necessità in modo “miracoloso” o piuttosto, se l’ha fatto (queste parole vengono dal discorso che segue la moltiplicazione dei pani e dei pesci), l’ha fatto proprio per riportare tutti alla domanda cruciale: che cos’è che ci fa vivere in verità?

Ma Gesù proclama ciò che sta alla radice della sua vita – «Io vivo per il Padre», in virtù della vita che mi viene da Lui – per aprire questo “segreto” anche a chi lo vuole seguire: «Così anche colui che mangia me vivrà per me» (v. 57).
Attraverso la comunione con lui, e specialmente attraverso quella comunione che si compie nel “mangiare lui” (l’espressione è molto forte, come è forte il linguaggio del mangiare «la carne del Figlio dell’uomo» e bere «il suo sangue»: cf. v. 54), diventa possibile questo scambio, e ciò che sta al cuore dell’esistenza del Figlio diventa possibile anche per chi vuol essere suo discepolo: anche per noi diventa possibile «vivere per Dio», vivere grazie alla vita che viene da Dio.
Vivere «per Dio», però, ha anche un’altra sfumatura: che Gesù sia colui che in tutto e per tutto «vive per Dio» si vede dal fatto che il Padre «lo ha mandato» (cf. v. 57), lo si vede dal fatto che egli è l’inviato del Padre, e che in tutto ha portato a compimento la missione ricevuta dal Padre, manifestata nella croce: «carne» e «sangue» rimandano non semplicemente alla persona di Gesù, ma al dono che egli ha fatto di sé stesso, nella piena consegna di sé al Padre e nell’amore per i “suoi”, vissuto fino alla pienezza (cf. Gv 13,1).
Così la partecipazione al Corpo e al Sangue del Signore ci immette nella pienezza della vita: attraverso Gesù Cristo e la nostra comunione con Lui, ci inserisce nella vita del Padre; al tempo stesso, però, ci impegna a vivere “per” Lui: “per” nel senso, questa volta, di “a favore di”, “a vantaggio di”: e, come sappiamo, l’unico modo per vivere “per Lui”, in questa prospettiva, si realizza nell’obbedienza al comandamento dell’amore: viviamo “per Lui” quando viviamo per i fratelli, fino al punto di “dare la vita” per loro (cf. 1Gv 3,16).

Ci lasciamo aiutare, per riassumere tutto questo, da alcune parole di san Francesco, in particolare da alcune righe tratte dalla sua Orazione sul Padre nostro, una sorta di meditazione orante sulla preghiera del Signore. Soffermandosi, in particolare, sull’invocazione: «Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra», Francesco dice:

… affinché ti amiamo con tutto il cuore sempre pensando a Te; con tutta l’anima, sempre desiderando Te; con tutta la mente, orientando a Te tutte le nostre intenzioni e in ogni cosa cercando il tuo onore; e con tutte le nostre forze, spendendo tutte le energie e sensibilità dell’anima e del corpo a servizio del tuo amore e non per altro; e affinché possiamo amare i nostri prossimi come noi stessi, trascinando tutti con ogni nostro potere al tuo amore, godendo dei beni altrui come dei nostri e nei mali soffrendo insieme con loro e non recando nessuna offesa a nessuno.

Così la comunione alla Carne e al Sangue del nostro Signore Gesù Cristo ci renda partecipi della sua vita, perché vivendo per Lui e, in Lui, per il Padre, possiamo diventare vita donata ai fratelli.