Il vescovo Daniele ha presieduto in Cattedrale, nella mattina del Giovedì santo (2 aprile 2026) la santa Messa Crismale, concelebrata dai sacerdoti della diocesi, che hanno rinnovato le promesse fatte nel giorno dell’Ordinazione, e nella quale sono stati benedetti gli Oli santi per le celebrazioni dei sacramenti. Riportiamo di seguito il saluto iniziale e l’omelia del vescovo.
Saluto iniziale
E benedico e ringrazio voi tutti qui presenti (e anche quanti seguono la celebrazione attraverso la diretta streaming o la radio): voi, nei quali vedo rappresentate tutte le componenti del popolo di Dio, tutti i fedeli, i consacrati e le consacrate, i diaconi e poi, in modo speciale, il presbiterio diocesano, e gli altri presbiteri che partecipano a questa celebrazione.
Sentiamo vicini a noi i confratelli assenti, in particolare quelli ammalati e residenti in case di riposo: don Ennio Raimondi, don Giovanni Terzi… ma anche tutti gli altri che per ragioni di salute (e anche di ministero, come don Enrico Gaffuri) non possono essere tra noi. E un saluto particolare a don Lorenzo…
Ricordo in modo speciale anche don Giuseppe Degli Agosti, che celebra quest’anno il 65° anniversario di ordinazione; e ringraziamo Dio per i sessant’anni di ordinazione di don Emilio Lingiardi, e i quarant’anni di don Mario Botti, don Giuseppe Dossena e don Osvaldo Erosi – senza trascurare chi celebra anniversari “minori”, ma che sono sempre occasione di rendimento di grazie a Dio.
Siamo in comunione con don Paolo Rocca, in servizio presso la Chiesa sorella di San José de Mayo in Uruguay, e che accoglie per qualche mese anche uno dei nostri seminaristi, Gianni; mentre salutiamo i due suoi compagni che sono qui con noi, Matteo e Riccardo; e anche i giovani che stanno compiendo un tempo di discernimento vocazionale.
Dalla Messa del Crisma del 2025 abbiamo dato il nostro ultimo saluto a don Giacomo Carniti e a don Benedetto Tommaseo; insieme con loro vogliamo ricordare con riconoscenza anche papa Francesco, di cui ricorre, tra poche settimane, il primo anniversario della morte. Dal cielo, preghino per la nostra Chiesa e per il nostro presbiterio, e per il dono di nuove vocazioni presbiterali.
Lo Spirito apra i nostri cuori all’ascolto della Parola e alla partecipazione ai santi misteri, perché con una sola voce e cuore unanime rendiamo grazie a Dio per i doni della sua misericordia.
Omelia
È per me motivo di gioia e, insieme, di grande responsabilità, il fatto che questa nostra Messa del Crisma coincida, oggi, con il nono anniversario del mio arrivo tra di voi come vescovo e segni anche, di conseguenza, l’inizio del decimo anno del mio episcopato in questa bella e santa Chiesa di Crema.
Ho bisogno, più che mai, di aggrapparmi alla preghiera di tutto il popolo di Dio, e in modo particolare a quella di voi, carissimi confratelli presbiteri, perché – come diremo anche tra poco, dopo aver rinnovato le promesse del nostro ministero – «io sia fedele al servizio apostolico», che mi è stato affidato, e tra voi «io diventi ogni giorno di più immagine viva e autentica di Cristo sacerdote, buon pastore, maestro e servo di tutti».
Mi vengono sempre in aiuto le parole ben conosciute di sant’Agostino:
La stessa unzione nello Spirito Santo, che viene da Gesù Cristo, ci accomuna nel renderci «un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre» (cf. Ap 1,6), e ci differenzia nella varietà dei doni e delle chiamate che arricchiscono l’unico popolo di Dio. Tutti, in modi diversi, partecipiamo dell’unzione fondamentale di Cristo, di lui che ha potuto dire con verità: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio…» (Lc 4,18).Nelle parole della liturgia di ordinazione, l’unzione del vescovo sul capo è associata alla fecondità del ministero, che scaturisce dalla benedizione di Dio: come se al vescovo fosse chiesto di adoperarsi perché la vita di Dio, che a partire dalla Pasqua del Signore si riversa sul mondo in virtù dell’effusione dello Spirito, non sia inquinata o adulterata, e non sia mai soffocata, non diventi rigidità, costrizione, pura istituzione… ma possa scaturire con abbondanza e senza ostacoli nella Chiesa a lui affidata, e in tutte le realtà che la costituiscono.
L’unzione sulle mani dei presbiteri è legata alla santificazione del popolo di Dio e all’offerta del sacrificio: attraverso le mani dei presbiteri lo Spirito plasma il Corpo di Cristo, la sua Chiesa, in particolare a partire dall’Eucaristia. Mi piace immaginare queste vostre mani, cari confratelli, come le mani di chi impasta la farina per farne uscire il buon pane; con un lavoro anche faticoso, che non è mai finito, e che fa crescere le comunità, nelle quali vivete il ministero, nella fragranza del dono di Cristo.
E, finalmente, l’unzione battesimale è quella che ci ha conformato tutti a Cristo, ci ha inseriti in lui, «sacerdote, re e profeta», perché la sovrabbondanza dell’amore di Dio, la ricchezza del suo perdono, la novità dello Spirito che in tutti i tempi e in tutti i luoghi prepara i “cieli nuovi e terra nuova”, si manifesti nella varietà delle chiamate e degli stati di vita nella Chiesa, e attraversi la vita del mondo, la società degli uomini, gli spazi dell’impegno quotidiano, dell’ingegno umano, della sofferenza, della vita sociale, della cultura…Se è così, mi sembra chiaro – per finire – che sentirci tutti debitori dell’unica unzione nello Spirito Santo, secondo la varietà delle nostre chiamate, comporta che nessuno possa dire: “io non ho bisogno di te” (cf. 1Cor 12,21), al contrario: abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri.
In questi anni di ministero episcopale, e in modo speciale durante la visita pastorale alle parrocchie e alle Unità pastorali, che ho avuto la gioia di portare a compimento in questi ultimi anni, mi sono sempre più confermato nella convinzione che, da solo, combino davvero poco! Viceversa, c’è tanta efficacia dello Spirito nel coinvolgimento di tutto il popolo sacerdotale nella missione di testimoniare e annunciare Gesù Cristo e, in lui, l’amore di Dio che perdona e salva; penso – per fare solo qualche esempio – alle tante persone anziane e ammalate, la cui fede, la cui preghiera, la cui pazienza e speranza sono un sostegno importantissimo delle nostre comunità; penso ai giovani e alle ragazze che cercano di vivere la fede, e anche di offrire il loro servizio alla comunità, in mezzo a un mondo che certo non li favorisce; penso ai tanti volontari che si danno da fare, ai laici che si impegnano nel mondo e spesso anche nelle parrocchie o in altre realtà ecclesiali… E penso a voi, naturalmente, cari confratelli presbiteri, e a voi diaconi, al vostro ministero quotidiano, non privo di fatiche e frustrazioni, e sento di avere nei vostri confronti, prima di tutto, un debito di riconoscenza e di ammirazione.
Sì, abbiamo bisogno gli uni degli altri; soprattutto, la cosa stupefacente è che Dio vuole aver bisogno della sua Chiesa, di noi, della nostra comunione vicendevole, con tutte le nostre fragilità e debolezze, perché il suo disegno amoroso sia conosciuto e accolto nel mondo: e per questo ci conferma nella sua santa unzione e ci avvolge nella potenza dello Spirito, al quale ci affidiamo con rinnovata fiducia.
