Veglia per la fine dell’anno e preghiera per la pace

Riportiamo l’omelia tenuta dal vescovo Daniele in occasione della Veglia di conclusione dell’anno civile e di preghiera per la pace, celebrata in Cattedrale la sera di venerdì 31 dicembre 2021.

 

Il messaggio di papa Francesco per la 55ª Giornata mondiale della pace, di cui abbiamo ascoltato estratti abbondanti, nei momenti successivi di questa nostra veglia, è un po’ più articolato del solito. Per questo messaggio annuale, normalmente i Papi hanno scelto un tema, o hanno richiamato l’attenzione su un aspetto, un risvolto della situazione o un atteggiamento da evidenziare e promuovere, in vista di un mondo più pacifico e fraterno.
Papa Francesco, invece, ci mette davanti a tre temi (dialogo tra generazioni, educazione e lavoro), ciascuno dei quali meriterebbe un Messaggio a sé! Non è la prima volta che accade, peraltro: già due anni fa, parlando della pace come cammino di speranza, il Papa aveva indicato tre vie, dialogo, riconciliazione e conversione ecologica.
Il fatto è, da una parte, che il mondo nel quale viviamo è terribilmente complicato. Questa complicazione sicuramente ci fa anche paura, perché – è chiaro – è molto più difficile tenere sotto controllo situazioni complicate che non situazioni semplici.
Anche l’esperienza della pandemia, che dopo quasi due anni continua a contrassegnare questo nostro tempo, ci ricorda che le scorciatoie semplificatrici sono, appunto, scorciatoie: e, come succede spesso con le scorciatoie imboccate troppo frettolosamente, non conducono più rapidamente alla meta, ma finiscono per rendere il cammino ancor più complicato e faticoso.
Anche il cammino verso la pace è complicato e tortuoso, e chiede di tenere conto di tante dimensioni che, peraltro – e anche questa è una prospettiva cara a papa Francesco – sono strettamente interconnesse, sicché abbiamo bisogno di cercare di tenere insieme tutto quanto, nei limiti del possibile.
La contemplazione del modo di agire del samaritano, nella parabola che Gesù ha raccontato per rispondere alla domanda del dottore della legge, «e chi è il mio prossimo?» (cf. Lc 10, 29 s.), ci mette davanti proprio a uno «stile di prossimità» che si fa carico anche della complessità delle cose.
La risposta di Gesù alla domanda «chi è il mio prossimo?», certo, è semplice e diretta – anche se ribalta tutta la prospettiva, perché porta a dire: tu, diventa il prossimo dell’altro, superando ogni barriera, ogni divisione. Ma l’azione che il Samaritano mette in atto, semplice nel suo nucleo centrale – si riassume nella frase «si prese cura di lui», traducendo in atto, così, la «compassione» provata per quel poveretto (cf. vv. 33-35) – è «complessa» nell’insieme delle sue sfaccettature.
Implica infatti il «pronto soccorso», lì, lungo la strada (e dunque anche col pericolo di un ritorno dei briganti…), con l’uso di strumenti medici diversi (bende, olio, vino…); e poi il trasporto sull’ambulanza a quattro zampe (un asino, probabilmente); e poi ancora il ricovero del malcapitato nell’albergo, e ancora il pensare in prospettiva, preoccupandosi che qualcun altro, in propria assenza, continui a prendersi cura del ferito, e mettendo in conto non solo le spese immediate, ma anche quelle possibili per il futuro…
Insomma, la parabola è anche, mi sembra, una parabola di che cosa significhi la complessità, e di come il discepolo di Gesù sia chiamato a farsene carico, se vuol prendere sul serio il comando del Signore («Va’, e anche tu fa’ così»: v. 37), e diventare veramente prossimo del fratello, ma anche prossimo di questo tempo difficile, prossimo di questo mondo inquieto e ancora in cerca di pace; se vuole – se noi vogliamo –, evitare la trappola di semplificazioni che possono semplicemente mascherare la tentazione di voltarsi dall’altra parte.
Forse anche il sacerdote e il levita, passando di là, avevano sentito un moto di compassione; forse hanno pensato, per un momento: «bisognerebbe fare qualcosa per quel poveretto…»; ma, forse, hanno anche pensato: «troppo complicato, troppo impegnativo, meglio tirare dritto…».

Guardando all’anno che si conclude, ma guardando anche a ciò che ci aspetta – per quel che riusciamo a prevedere – rischiamo di sentirci schiacciati proprio da una complessità alla quale ci sembra di non riuscire a far fronte.
Ma siamo qui a pregare, rivolgendoci al Padre per mezzo di colui che Egli stesso ci ha inviato quale buon Samaritano del mondo, il suo Figlio Gesù Cristo. Siamo qui a rendere grazie perché anche quest’anno ci è dato di ritrovare nella nostra memoria ragioni di riconoscenza, esperienze della prossimità di Dio e della carità fraterna, per le quali possiamo e dobbiamo rendere grazie.
Siamo qui a pregare per chiedere coraggio, perseveranza lieta e umile, di fronte alle fatiche che sappiamo di dover affrontare ancora, nella contingenza presente, ancora molto segnata dalla pandemia e dalle sue conseguenze, e per far fronte all’invito a costruire un mondo più giusto, pacifico e fraterno.
Siamo qui a pregare, perché sappiamo riconoscere, accogliere e promuovere la solidarietà, senza la quale nulla sarà possibile. Le tre vie indicate dal papa nel suo Messaggio per la Giornata della pace sono appunto vie di solidarietà: tra le generazioni, nel processo educativo, nel promuovere il lavoro e la sua dignità.
Neppure il samaritano ha voluto o potuto fare tutto da solo: né quello della parabola, né quel Samaritano, che è il Cristo Signore. Egli ha voluto farsi solidale con noi in tutto, fuorché nel peccato, per liberarci dal peccato, ma anche per fare di noi i suoi collaboratori: solidali con lui, solidali tra noi, riusciremo a non sentirci schiacciati dalla complessità del tempo che viviamo, e a tracciare in esso, nell’anno che ci aspetta, le vie della pace.