Solennità di tutti i Santi – Omelia del vescovo

Il vescovo Daniele ha presieduto l’Eucaristia per la Solennità di tutti i Santi nella Cattedrale di Crema, lunedì 1 novembre 2021. Riportiamo di seguito l’omelia.

 

Mi sembra che ci sbagliamo, se pensiamo che l’alternativa sia: santi da una parte, peccatori dall’altra. Intanto, perché il santo non è esente dal peccato. Anzi, proprio la vicenda di santità di tanti uomini e donne nella Chiesa ci fa vedere che proprio i santi e le sante sono i più consapevoli del loro peccato, e del bisogno continuo della misericordia e del perdono di Dio.
Naturalmente, non voglio dire che la santità non si contrapponga al peccato: ci mancherebbe! Ma celebrando oggi la memoria riconoscente di tutti i santi, cioè di quella «moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua», e dove «tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani» (Ap 7,9); quella moltitudine immensa che, nel libro dell’Apocalisse – come abbiamo sentito nella prima lettura – rappresenta il numero incalcolabile dei salvati, e cioè appunto dei santi; celebrando questa festa di tutti i santi mi preme di dire che la vera alternativa, alla quale invito me e voi a fare attenzione, è quella tra chi si sente amato e salvato da Dio, e chi invece si ritiene autonomo, artefice solitario della propria vita e del proprio destino.
I santi, come la fede cristiana li conosce, li richiama alla memoria e li propone anche alla nostra imitazione, sono quelli che dicono «a gran voce» – appunto come la «moltitudine immensa» di cui parla il veggente dell’Apocalisse – «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello» (7,10). Non è la nostra bravura, non è il nostro eroismo, non sono le tante cose belle che abbiamo fatto, a renderci santi. Anche perché noi oggi celebriamo una moltitudine di sante e santi di cui non sappiamo niente. Quali sono stati i loro meriti? Quali le loro opere buone? Dio li conosce, certamente; ma noi no.
Ma anche loro ci invitano, credo, a ripetere che «la salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello». Oppure, con le parole dell’apostolo Giovanni, che abbiamo ascoltato nella seconda lettura, ci dicono: «Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!» (1Gv 3,1).
Non vi preoccupate se di noi non sapete niente; non vi preoccupate se, della maggior parte degli uomini e donne che hanno affidato la loro vita a Dio, credendo in Gesù Cristo e nel suo vangelo, e ora vivono la gioia e la pienezza della vita eterna, ignorate tutto: i loro nomi, il tempo della loro vita, le gioie che hanno vissuto e le tribolazioni che hanno sopportato…
Non sapete nulla di tutto questo, se non per una piccola minoranza di loro; ma sapete la cosa essenziale: Dio li ha amati come figli e figlie, li ha amati riconoscendo in loro il volto del suo Figlio prediletto; e loro si sono abbandonati a questo amore, hanno creduto in questo amore e da questo amore si sono lasciati portare verso la pienezza della vita.
Si può vivere così, affidando se stessi a un amore che ci precede, che fonda la nostra origine e ci conduce verso un compimento eterno; oppure (e questo sembra essere un tratto dominante nella visione del mondo in cui ci troviamo) si può pensare che non c’è nessuna origine, se non nel caso; e nessun compimento, se non quello di questa vita terrena, nella quale ciascuno si ritrova affidato a sé stesso, «artefice del proprio destino», come già dicevo, riprendendo una frase che sembra anche bella, ma che finisce per consegnare l’uomo a una solitudine radicale e priva di un vero futuro.
Questa, dicevo, mi sembra l’alternativa che è in gioco: santo, cioè amato e chiamato da Dio, e reso da Lui capace di rispondere a questo amore, che ci permette di abitare pienamente il presente e, al tempo stesso, ci apre a quella speranza che ha le dimensioni, lo ‘spessore’ di Dio stesso (perché, come dice sempre l’apostolo, «sappiamo che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è»: 1Gv 3,2); oppure, esseri senza radici e senza futuro, chiusi nell’orizzonte piatto di questo mondo, a rischio di impostare tutta la nostra vita in base alla preoccupazione di difenderla dalle minacce che incombono su di essa.
Quest’alternativa, sia chiaro, passa anche attraverso di noi, che pure ci diciamo cristiani. E lo scopriamo, naturalmente, quando ci mettiamo seriamente davanti a una pagina come quella delle beatitudini, che abbiamo ascoltato nel Vangelo, e forse diciamo: ah, che bello!… Però poi non ci crediamo veramente, perché davvero non è tanto facile credere alla beatitudine della povertà, dell’afflizione, della persecuzione, della lotta spesso ingrata per ciò che è buono e giusto…
È bello, dunque, lasciarci di nuovo incoraggiare dalla «moltitudine immensa» dei santi, che oggi celebriamo. È bello sentirsi dire da loro che possiamo credere davvero all’amore di Dio per noi, e possiamo affidarci ad esso, e riconoscerci nella condizione di figli amati, condizione che ci è data non perché ce la siamo meritata, ma perché scaturisce dall’amore del Padre e ci è stata donata grazie al sangue dell’Agnello, il Signore Gesù, che ha dato se stesso per noi.
E possiamo, allora, abbracciare la proposta di vita che lo stesso Signore Gesù ci mette davanti, con il suo vangelo, di cui le beatitudini sono come una sintesi; proposta che possiamo vedere, prima che come un impegno, come un dono che ci è fatto, perché la salvezza, la pienezza di vita e di gioia, che Dio ci vuol dare come dono, ci propone di viverla anche come nostro impegno.
Come quando un papà, una mamma, insegnano al loro figlio, alla loro figlia, a camminare con le proprie gambe: non perché smettono di amarlo e si stancano di portarlo in braccio, al contrario: perché è giusto che un figlio, una figlia, senza smettere di essere tali, diventino autonomi e, poco alla volta, prendano in mano la loro vita.
In modo simile, l’amore fedele di Dio ci rende santi, figli amati, nel Figlio diletto; e ci propone lui e il suo vangelo come via di santità che possiamo fare nostra, accogliendo la sua chiamata e camminando nelle sue vie, fino a quando anche noi raggiungeremo la moltitudine immensa delle sante e dei santi del cielo.