Ordinazione diaconale di Claudio Dagheti

Nella cattedrale di Crema, lunedì 26 dicembre 2022, il vescovo Daniele ha presieduto la celebrazione di Ordinazione diaconale di Claudio Dagheti, direttore della Caritas diocesana.
Riportiamo di seguito il saluto iniziale e l’omelia del vescovo.

Saluto iniziale

Nella gioia della celebrazione della Nascita di Gesù, la nostra Chiesa di Crema ha oggi un altro motivo per rallegrarsi e gioire: l’ordinazione diaconale di Claudio Dagheti, sposo, padre, direttore della nostra Caritas diocesana. Con gioia e riconoscenza saluto dunque lui, con la sua sposa Miriel e con Rebecca, Mattia e Sofia; e saluto tutti voi, fedeli, consacrati, diaconi e presbiteri, qui radunati per questa celebrazione, così come saluto quanti la stanno seguendo attraverso la radio e la diretta streaming.
Con i famigliari e amici di Claudio e Miriel, do il benvenuto in particolare ai sacerdoti e fedeli dell’Unità pastorale di San Giacomo e san Bartolomeo, e a quelli di Santa Maria dei Mosi, Crema Nuova e San Carlo, dove Claudio e la sua famiglia sono andati ad abitare da qualche mese; e un saluto speciale, naturalmente, a tutta la Caritas diocesana: saluto anzitutto quanti sono seguiti e accompagnati dalle cure della Caritas stessa, e poi tutti i responsabili, operatori e volontari.
Saluto cordialmente quanti sono venuti da fuori diocesi, in particolare i rappresentanti della Caritas di altre diocesi lombarde, sacrificando un po’ di quella che poteva essere una giornata più tranquilla e riposante: ma santo Stefano, il primo dei sette uomini «di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza», scelti per il servizio dei bisognosi della comunità di Gerusalemme, “antenati” dei diaconi, santo Stefano, di cui oggi si celebra il martirio, era lì a dirci: questo è proprio il giorno adatto all’ordinazione di un diacono!
Sicuri della sua speciale intercessione, preghiamo per Claudio e disponiamo i nostri cuori ad accogliere i doni di Dio, in primo luogo la sua misericordia e il suo perdono.

Omelia

Prendo soprattutto dalle parole di Paolo, ascoltate nella seconda lettura (cf. Rm 12,6-8), qualche spunto di riflessione, per aiutarci – spero – a lasciar risuonare in noi la parola di Dio e meglio vivere, poi, i gesti di grazia che Dio ha in serbo per noi in questa celebrazione.

«Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi» (v. 6). Oggi diciamo grazie a Dio per la diversità dei doni e delle chiamate che suscita nella Chiesa. La bellezza del popolo di Dio è anche questa: bellezza di diverse vocazioni, di risorse suscitate dallo Spirito, di servizi chiamati a intrecciarsi secondo alcuni principi chiari, che ritroviamo negli insegnamenti del Signore (compresi quelli che abbiamo ascoltato poco fa nel vangelo) e degli apostoli:
– riconoscere la grazia multiforme dello Spirito, che suscita appunto questa varietà di doni e chiamate;
– orientare tutto all’unico Signore, Gesù Cristo, che siamo chiamati a seguire e testimoniare;
– cooperare all’edificazione dell’unico Corpo di Cristo, la sua Chiesa, perché possa continuare la sua missione, di proclamare con la vita e le parole la buona notizia dell’amore di Dio;
– evitare ogni forma di competizione e di invidia, e anzi crescere nella stima vicendevole, onorando in particolare quei doni che sembrano meno appariscenti e importanti;
– e cercare la «via migliore di tutte», quella della carità (cf. 1Cor 13), onorando così il comando del Signore: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).

Poi, certo, in questo quadro generale, ciascuno è chiamato a “personalizzare” il dono ricevuto. È questo, credo, il senso degli esempi proposti da Paolo, che sembrano un po’ delle ripetizioni: «Chi ha un ministero attenda al ministero; chi insegna si dedichi all’insegnamento; chi esorta si dedichi all’esortazione» (vv. 6-7) …
Che cosa significa? Che non esistono la diakonia (è la parola tradotta con “ministero”), o “l’insegnamento”, o “l’esortazione”: o meglio, esistono, ma esistono solo nelle persone che esercitano questi ministeri. Esistono i diaconi, esistono i “maestri”, esistono i “paracliti” (cioè quelli che esortano, incoraggiano, consolano… come fa lo Spirito, che è il Paraclito per eccellenza)…
Che cosa siano i doni dello Spirito, lo si vede solo quando ci sono persone che li accolgono, e lasciano che questo dono diventi visibile attraverso il loro comportamento. Per questo, quando nella giovane comunità di Gerusalemme nascono dei problemi di diseguaglianza, e si avverte l’esigenza di un nuovo servizio di assistenza a chi è più nel bisogno, i Dodici chiedono alla comunità: «cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico…» (At 6,3).
Occorrono le persone, perché i servizi prendano corpo: e senza le persone adatte, umanamente («uomini di buona reputazione…») e spiritualmente («pieni di Spirito e di sapienza»), rimangono solo i progetti sulla carta o le pie esortazioni: chi opera in Caritas lo sa bene – e ci ricorda che per il servizio della carità (ma la cosa vale per ogni servizio, nella Chiesa) ci vorranno anche soldi, strutture, progetti… ma tutto questo a nulla serve, senza persone disponibili, che rispondono alla chiamata di Dio e mettono a sua disposizione ciò che sono, prima ancora che ciò che hanno.

È così anche per la chiamata al diaconato. È una chiamata che riguarda anzitutto la persona. Non è, prima di tutto, questione di fare o non fare, e dunque di ciò che il diacono può fare o non fare ad es. rispetto al prete. No: prima di tutto è la chiamata che il Signore ha rivolto a Claudio, attraverso la Chiesa, proponendogli di vivere la sua vita guardando a Lui, al Signore Gesù, venuto a servire e dare la vita per i fratelli; invitandolo a conformare tutta la vita a quella di Cristo – lui, sì, il primo vero “diacono”, più ancora di Stefano e degli altri sei.
Dopo, certo, c’è l’esercizio della diaconia, come servizio della Parola (simboleggiato nel fatto che il diacono proclama il Vangelo nella liturgia), del Corpo eucaristico di Cristo (il diacono essendo, nella Messa, ministro della comunione e del calice), della carità – perché secondo la tradizione della Chiesa proprio ai diaconi viene affidata una cura speciale per i poveri, che il diacono san Lorenzo presentava come il vero tesoro della Chiesa…
Ci sarà tutto questo, caro Claudio – e, del resto, in un modo o nell’altro già c’è, anche attraverso la tua condizione di sposo e padre – nella tua vita e nell’esercizio del diaconato che oggi ti viene affidato. Ma ciò che ci aspettiamo, soprattutto, è di veder trasparire in te il volto del Cristo, che sta in mezzo ai fratelli come colui che serve e, per loro, dà la sua vita.

Ti aiutino, come programma ma anche, e soprattutto, come promessa, le tre caratteristiche dell’esercizio dei doni spirituali, che Paolo richiama nelle ultime righe del passo che abbiamo letto: la semplicità, la diligenza, la gioia (v. 8).
Paolo associa spesso la semplicità alla generosità del dono (cf. 2Cor 8,2; 9,11.13) e al servizio (cf. Ef 6,5; Col 3,22). Come dire: anche in mezzo alle complicazioni (comprese quelle burocratiche: civili e anche, purtroppo, ecclesiastiche), che rischiano di soffocare il nucleo di una genuina dedizione, Dio conservi in te la capacità di un dono e di un servizio limpido e cordiale.
Della diligenza, che è prontezza, alacrità, e anche rapidità, si parla spesso, nella Scrittura. Ma vorrei ricordare in particolare quel passo dove ancora Paolo dice di quando le “colonne” della prima Chiesa gli chiesero di ricordarsi dei poveri, svolgendo il suo ministero: ciò che appunto l’apostolo dice di aver fatto con ogni diligenza (cf. Gal 2,10). Credo che non ci sia bisogno di aggiungere altro.
Finalmente, la gioia: che qui è detta proprio con la parola ilarità, che rimanda al buon umore, al sorriso, insomma a una gioia che anche si vede e si sente. Penso che la carità e il servizio, anche di fronte a situazioni difficili, accompagnati da questa gioia, potranno lasciar trasparire nel modo migliore la sorgente da cui tutto proviene, e che alimenterà – te le auguriamo di cuore – tutto il tuo diaconato: l’amore inesauribile del Padre, che nel suo Figlio, nato tra noi, vuol donare a tutti pienezza di vita e speranza indefettibile.