Omelia del Vescovo per la Solennità dell’Assunzione

Cattedrale di Crema, 15 agosto 2018

Nei giorni scorsi ho camminato a piedi, con una cinquantina di giovani della nostra diocesi, nel pellegrinaggio che ci ha portato dalla Santa Casa di Loreto alla Porziuncola, ad Assisi, da dove poi abbiamo raggiunto Roma per unirci, sabato e domenica, all’incontro dei giovani italiani con il Papa. È stato al tempo stesso faticoso e bello fare a piedi quei venti, venticinque chilometri al giorno, per una settimana, su e giù per le colline della Marche e dell’Umbria, che potevano ricordarci quella «regione montuosa» percorsa da Maria, nel suo cammino affrettato e gioioso verso Elisabetta. Abbiamo sentito il sole picchiarci sulla testa, abbiamo sentito i nostri piedi gridare pietà, dopo tante ore di cammino; abbiamo desiderato che la salita finisse, solo per scoprire, dopo l’ennesima curva, che invece continuava ancora… Abbiamo tirato un sospiro di sollievo arrivando all’ingresso del paese nel quale dovevamo fare tappa, solo per scoprire che c’erano ancora due o tre chilometri da fare, per arrivare alla casa che ci ospitava… Abbiamo vissuto, insomma, le peripezie tipiche di chi si mette per strada con l’idea che l’esperienza del pellegrinaggio sia ancora oggi molto significativa per la vita e per la fede.

Che cosa ci ha permesso di arrivarci in fondo, e di arrivarci contenti e riconoscenti, nonostante tutte le fatiche e i sudori? Provo a sottolineare due risposte, che ci possono aiutare, credo, anche a cogliere qualche aspetto importante dalla festa dell’Assunzione, che stiamo celebrando.

Prima di tutto, ci ha sostenuti nel nostro cammino la consapevolezza di avere una meta. La meta dell’itinerario di ogni giorno, naturalmente, e poi anche quella di tutto il pellegrinaggio, Assisi, e poi ancora l’ultima tappa, Roma e l’incontro con il suo Vescovo, papa Francesco, e gli altri giovani delle diocesi italiane. Più a fondo, però, ci sosteneva la convinzione che il cammino che materialmente facevamo ogni giorno era per noi immagine e anche scuola di quel cammino che è la vita: e di una vita che, appunto, abbiamo imparato a riconoscere sempre meglio nel suo orientamento ultimo, nella meta che le dà senso, e che è l’amore di Dio, manifestato nel volto di Cristo, donato a noi nello Spirito Santo, testimoniato nel volto dei santi conosciuti o sconosciuti…
Neppure il pellegrinaggio di Maria è senza meta: e non solo quello che la conduce fino alla casa di Elisabetta – e che, tra l’altro, è anche il primo pellegrinaggio del suo figlio, Gesù, che la Madre porta nel grembo – ma il pellegrinaggio di tutta la sua vita, il suo pellegrinaggio nella fede, di cui la festa di oggi ci fa contemplare la meta. In Maria, assunta in cielo in anima e corpo, pienamente partecipe della risurrezione gloriosa di Cristo, contempliamo anche noi ciò che dà senso al pellegrinaggio della nostra vita, lo orienta, gli permette di superare le fatiche e le difficoltà. In Maria assunta in cielo, dice la liturgia, il popolo di Dio pellegrino nel mondo trova «un segno di consolazione e di sicura speranza», indispensabile per riprendere il cammino del nostro vivere quotidiano.

E c’è un secondo aspetto, che vorrei riprendere dalla nostra recente esperienza di pellegrinaggio: ci ha sostenuto, in quei giorni, il fatto di non essere da soli.
Ci è capitato, naturalmente, di fare qualche tratto di strada «in solitaria»; ma sapevamo che prima o poi avremmo incontrato qualcuno dei compagni di viaggio, e condiviso la strada con altri, e che ci saremmo ritrovati tutti insieme alla meta. Sapevamo che qualcuno ci accompagnava nel cammino, assicurandosi che non ci perdessimo agli incroci (anche se qualche volta, per piccoli tratti, è successo…), portandoci un po’ d’acqua da bere, soccorrendo chi proprio non ce la faceva più. Avevamo i nostri angeli custodi, che ci preparavano i pasti e attrezzavano le aree in cui dovevamo sostare;
e abbiamo goduto dell’ospitalità di chi ci ha accolti, sempre con grande cordialità, nonostante anche le situazioni disagiate (abbiamo attraversato zone molto segnate dal terremoto di due anni fa, e abbiamo anche ascoltato testimonianze toccanti sull’impatto del terremoto nella vita e nella fede delle persone). Abbiamo vissuto, insomma, una vera esperienza di Chiesa: abbiamo fatto esperienza della fraternità in Cristo, sia attraverso i legami vissuti fra noi che eravamo in cammino, sia grazie agli incontri che abbiamo potuto fare. Abbiamo capito meglio, credo, che il pellegrinaggio della nostra vita non può essere vissuto come individui singoli, che procedono solitari o addirittura scansando gli altri, che possono essere d’impiccio.
Ancora una volta, capiamo meglio tutto questo guardando a Maria: a lei che, dopo l’annuncio dell’angelo, non si chiude nella sua condizione straordinaria, ma si muove verso l’incontro con Elisabetta, per condividere la sua gioia, per partecipare delle sue fatiche, per condurre Cristo all’incontro con Israele e con l’umanità. Si parla, a volte, dei «privilegi» di Maria (compreso quello dell’Assunzione): ma la Vergine santa, ben consapevole che Dio «ha guardato all’umiltà della sua serva», non tiene per sé questi privilegi; è, invece, l’immagine e il modello della Chiesa, della comunità dei credenti, dove i doni e finanche i «privilegi» di Dio sono dati a ciascuno per essere condivisi, nel servizio vicendevole, perché ciascuno, così, sia aiutato e sostenuto nel compiere il pellegrinaggio della vita.

Ringraziamo Dio per il dono di Maria, madre del suo Figlio Gesù, assunta nella gloria del cielo; contempliamo in lei ciò che orienta il cammino della nostra vita e gli dà senso e pienezza; per l’intercessione di lei, che è immagine, modello e madre della Chiesa, domandiamo a Dio, per la nostra Chiesa cremasca, di crescere nella comunione e nella carità, per portare a tutti il dono di Gesù e del suo vangelo.