Omelia del vescovo Daniele per la solennità di S. Pantaleone

Cattedrale di Crema, 9 giugno 2018

Penso che sia bello che la nostra Chiesa di Crema abbia come patrono un santo venerato come medico e come martire. La sua è, possiamo dire, la figura di una santità «laicale» – non apparteneva al clero – vissuta nel contesto dell’esercizio di una professione che, certo, non possiamo paragonare troppo rapidamente alle condizioni attuali; nondimeno, vissuta nel «mondo», non in qualche angolo separato e riparato, ed esposta alla contestazione e all’opposizione, che sfociarono nel martirio.
Guardare a una figura così significa riconoscere una volta di più che la santità non è confinata solo ad alcune forme di vita, ma trova spazio e possibilità nell’esistenza di tutti i giorni, purché il cristiano si apra all’azione di Dio e non ponga ostacoli al dinamismo dello Spirito.

Alcune settimane fa, come sappiamo, papa Francesco ha pubblicato un documento che ha per tema “la chiamata alla santità nel mondo contemporaneo”, e che incomincia con le parole Gaudete et exsultate, prese dalle Beatitudini. Uno dei punti che il papa sottolinea, è precisamente il fatto che “per essere santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi” (GEx 14). Viceversa, “tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova. Sei una consacrata o un consacrato? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione. Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei un lavoratore? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli. Sei genitore o nonna o nonno? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù. Hai autorità? Sii santo lottando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali” (ivi).

La santità alla quale ci richiama il papa è una santità che possiamo chiamare anti-elitaria. Non solo nel senso che non dovremmo pensare ai santi come a una specie di élite del cristianesimo, una cerchia inarrivabile, lontana, che veneriamo ma che, in definitiva, ci sembra irraggiungibile, estranea; ma anche nel senso che la santità matura dentro le relazioni con gli altri, nei legami che poco alla volta impariamo a intessere con le persone, negli impegni della vita che giorno per giorno siamo chiamati a portare avanti con gli altri: “Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio. Tutto può essere accettato e integrato come parte della propria esistenza in questo mondo, ed entra a far parte del cammino di santificazione. Siamo chiamati a vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione, e ci santifichiamo nell’esercizio responsabile e generoso della nostra missione” (ivi, 26).

Da san Pantaleone impariamo una santità che non ha paura di conformarsi in tutto e per tutto a Cristo, perché vale per ogni discepolo ciò che Gesù sceglie come orientamento radicale della sua vita: “Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” (Gv 12, 25). Il cammino della santità, ricorda il papa, “va controcorrente fino al punto da farci diventare persone che con la propria vita mettono in discussione la società, persone che danno fastidio. Gesù ricorda quanta gente è perseguitata ed è stata perseguitata semplicemente per aver lottato per la giustizia, per aver vissuto i propri impegni con Dio e con gli altri. Se non vogliamo sprofondare in una oscura mediocrità, non pretendiamo una vita comoda, perché «chi vuol salvare la propria vita, la perderà».” (Mt 16,25)” (GEx 90).

Ma è ancora papa Francesco a ricordarci che “un santo non è una persona eccentrica, distaccata, che si rende insopportabile per la sua vanità, la sua negatività e i suoi risentimenti” (GEx 93). E già l’apostolo Pietro, come abbiamo sentito nella seconda lettura, mentre chiede ai suoi cristiani di essere “pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1Pt 3, 15), domanda tuttavia che “questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo” (ivi, v. 16).

Abbiamo più che mai bisogno di santi così in tutti i contesti di vita: nella professione, nella famiglia, nella politica, nell’arte, nella scuola – e, beninteso, nelle parrocchie, nelle associazioni laicali, in tutte le comunità cristiane… Ne ha bisogno la Chiesa, perché la chiamata alla santità la riguarda in prima persona; ma ne ha bisogno tutta la nostra società, perché una santità così non la limita, non la soffoca, ma le permette di crescere verso un bene autentico e degno dell’uomo.
San Pantaleone, medico e martire, interceda per noi e ci sia esempio di una santità fedele a Dio senza riserve, e pienamente inserita nel mondo degli uomini.