Messa ‘in Cena Domini’ 2019 – Omelia

Cattedrale di Crema, 18 aprile 2019

L’antifona di ingresso della Messa che stiamo celebrando, riprendendo una frase della lettera di Paolo ai Galati (6, 14), dice così: «Di null’altro mai ci glorieremo se non della croce di Gesù Cristo, nostro Signore: egli è la nostra salvezza, vita e risurrezione; per mezzo di lui siamo stati salvati e liberati».
Mettendo queste parole proprio all’inizio di questa nostra Messa «nella Cena del Signore», la liturgia ci aiuta a celebrarla mettendola in rapporto con quanto vivremo in modo particolare domani, quando ricorderemo la morte di Gesù e contempleremo la sua Croce gloriosa.

Croce gloriosa, diciamo appunto noi: ma non dovremmo dimenticare mai che cos’era la croce per gli antichi, e lo scandalo che suscitavano i cristiani, quando proclamavano un Messia Crocifisso, un Figlio di Dio morto in croce: scandalo per i giudei, follia per i pagani, come ricorda Paolo scrivendo ai Corinti (cf. 1Cor 1, 23).
Per «gloriarsi della croce di Gesù Cristo» bisogna averne almeno «capito» qualcosa, bisogna che il suo scandalo ci venga spiegato: ma si può «spiegare» la croce? Fino in fondo, no: essa fa parte del modo misterioso in cui Dio ha voluto mostrarci il suo amore e donarci la sua salvezza, e finché resteremo in questa vita, questo mistero non lo potremo «spiegare» fino in fondo.
Però qualcosa possiamo spiegare, o meglio lasciarci spiegare: soprattutto se a spiegarcelo è Gesù stesso, con le sue parole e con i suoi gesti. Ed è proprio ciò che ci viene dato nel vangelo e nella seconda lettura: i gesti e le parole dell’ultima cena, che Paolo ha trasmesso ai Corinzi, e i gesti e le parole della lavanda dei piedi, raccontate nel vangelo di Giovanni, sono proprio la «spiegazione» della croce. In questo noi siamo più fortunati dei discepoli che pure erano presenti, quando Gesù compiva questi gesti e diceva quelle parole: perché loro non sapevano ancora bene che cosa poi sarebbe successo, e forse hanno avuto bisogno di un po’ di tempo, per capire che in quei gesti Gesù aveva dato loro ciò che serviva per non rimanere scandalizzati dalla sua morte in croce. Gesù, anzi, aveva dato loro il necessario perché rendere presente per sempre, nella vita dei discepoli di tutte le generazioni, ciò che lui stesso aveva fatto.

Nell’Eucaristia e nel gesto della lavanda dei piedi, dunque, il Signore ci ha lasciato una chiave, anzi la chiave di lettura del mistero della Croce. L’Eucaristia e la lavanda dei piedi aiutano a capire che, per Gesù, la croce non è fallimento, non è solo male e dolore, e neanche solo peccato – il peccato dell’umanità che rifiuta Gesù.
Sì, nella croce ci sono queste cose. Ma i discepoli di Gesù, ricordando i gesti che Gesù fece e le parole che disse sul pane e sul vino, leggendo attentamente, fin nei dettagli, la descrizione che l’evangelista ci ha lasciato del Signore che lava i piedi ai discepoli, capiscono che nella Croce si compie il dono della vita.

L’Eucaristia e la lavanda dei piedi aiutano a fissare lo sguardo non sulla vita che viene tolta a Gesù, a causa della crudeltà e del peccato degli uomini, ma sulla sua vita, e sulla sua morte, donate per noi e per la nostra salvezza. Quel corpo, che sarà inchiodato sulla croce, «è il mio corpo, che è per voi»; quel sangue, versato nella morte, parla del «calice della Nuova Alleanza nel mio sangue» (1Cor 11, 24 s.). Così il discepolo può capire che ciò che conta non è tanto ciò che Gesù subisce, ma ciò che egli vuole donare, liberamente e per amore: a questo dono allude il vangelo, quando dice che Gesù «depose le vesti…» e poi le «riprese» di nuovo (cf. Gv 13, 4.12): un gesto che vuole richiamare una parola detta una volta da Gesù, per indicare la sua libertà di donare la vita (cf. Gv 10, 17 s.).

Si tratta, dunque, prima di tutto, di contemplare e accogliere questo dono. Sia l’Eucaristia che la lavanda dei piedi ci dicono quanto sia importante ricevere ciò che il Signore dona. Pensiamo a Pietro, che dice a Gesù: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!» (Gv 13, 8). Ma, gli risponde Gesù, se non accetti questo dono, se non ti lasci raggiungere dal mio amore, come potrai esserne partecipe, come potrai vivere una vita piena?
È importante, è essenziale, accogliere ciò che Gesù ci dona: abbiamo sempre bisogno di ricordarci che solo lui, solo il dono che Egli ha fatto di sé sulla croce, ci salva e ci apre le porte di una vita vera e piena. È per questo che la Chiesa ci chiede di riunirci sempre intorno all’Eucaristia: perché così lasciamo che al centro della nostra vita di cristiani e di comunità ci sia Lui, il Signore, e il suo dono di amore. Tutto il resto viene dopo.

Però, anche questo resto che viene dopo è importante: ed è il comandamento di «fare» anche noi ciò che Gesù ha fatto. Due volte, nel racconto dell’ultima Cena, Paolo riporta il comando del Signore: fate questo, in memoria di me. E nel racconto della lavanda dei piedi, Gesù dice: «Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13, 15). È chiaro che non si tratta solo di rifare i riti, i gesti del Signore. Certo, è importante ripeterli: e li rifaremo anche questa sera, tutti e due, la lavanda dei piedi e l’Eucaristia. È importante rifarli, proprio perché ci permettono di ricevere ciò che il Signore vuole donarci. Ma il «fare», che il Signore ci chiede, è anche altro: è il fare anche della nostra vita un dono e un servizio di amore, come ha fatto lui.
Partecipare all’Eucaristia, comunicare al Corpo e al Sangue del Signore, sarebbe vano, se poi la nostra vita rimanesse chiusa nell’egoismo, nella ricerca del proprio io, nell’indifferenza per chi la croce la porta addosso come patimento, dolore, ingiustizia. Estasiarci davanti a Cristo che lava i piedi ai discepoli non serve a niente, se poi non ci alziamo anche noi dalle nostre tavole per compiere il servizio dell’amore, per andare incontro al fratello che è nel bisogno, per vivere insomma, in quanto possibile a noi, quell’amore «fino alla pienezza» (cf. 13, 1), che il Signore ha avuto e ha per noi.
Sì, «nostra gloria è la croce di Cristo», perché in essa scorgiamo l’amore più grande che Dio potesse dimostrarci, e intuiamo che solo questo amore salva il mondo. Accostiamoci all’Eucaristia, per partecipare al dono che Cristo fa della sua vita; e, guardandolo piegato mentre lava i piedi ai discepoli, chiediamo la grazia di imparare a fare la stessa cosa, consapevoli che solo una vita donata è una vita pienamente salvata.