Omelia del vescovo Daniele per il pellegrinaggio diocesano a Sotto il Monte Giovanni XXIII

Omelia della Messa celebrata il 9 giugno 2018 a Sotto il Monte Giovanni XXIII in occasione del pellegrinaggio diocesano di Crema per la ‘Peregrinatio Giovanni XXIII’

 

Un prete, e poi vescovo e poi papa, come fu san Giovanni XXIII, viene venerato nella Chiesa con il titolo di «pastore»: e le letture della Messa che stiamo celebrando orientano il nostro sguardo in questa direzione, che ci fa riconoscere in papa Giovanni un modello di «buon pastore», di un cristiano, cioè, che ha ricevuto dal Signore il compito di guidare, sostenere e accompagnare il gregge di Cristo – appunto perché il «gregge» rimane quello di Cristo, il quale ha detto a Giovanni XXIII, come prima a Pietro: «Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore».
Tuttavia, se vogliamo raccogliere qualcosa di più concreto intorno alla testimonianza di fede, di vita cristiana e di ministero pastorale di papa Giovanni, dobbiamo cercare di essere più precisi, e di chiederci in che modo egli fu controfigura, immagine del «buon Pastore» per eccellenza, e cioè di Cristo?

In questa terra bergamasca, che gli ha dato le origini, e che ha visto la sua prima educazione alla fede – attraverso le modalità che si vivevano in questa terra contadina e anche altrove, ossia le preghiere quotidiane, i sacramenti, il catechismo, il Rosario, le pratiche di pietà… – il futuro papa ha mosso anche i primi passi del suo ministero di prete;
e ha potuto ispirarsi a un modello ben preciso, a lui molto congeniale, e nel quale si è sempre ritrovato con «obbedienza e pace», per riprendere il suo motto episcopale:
era il modello del prete secondo il concilio di Trento, del parroco vicino alla sua gente, pronto e generoso nella predicazione, nell’amministrazione dei sacramenti, nella guida della comunità, solido nella spiritualità e nella disciplina, «tradizionale» nel senso più bello e forte che si può dare a questo aggettivo.
Penso che questa terra bergamasca, ma anche tante altre Chiese, abbiano visto molti preti così, particolarmente in Lombardia, grazie anche all’influsso di san Carlo Borromeo.

In che cosa si è caratterizzato, allora, papa Giovanni? Qual è stato il suo modo specifico di essere un «buon pastore», di distinguersi all’interno di questa bella «tradizione»? Mi chiedo se, per qualche pastore, guidare e proteggere il gregge voglia dire evitare ogni contatto con il lupo e, per stare nel sicuro, considerare tutti gli altri come lupi potenziali, come minacce dalle quali difendersi, o che addirittura bisogna combattere.
Non pochi la pensavano così, a proposito della Chiesa, all’epoca in cui il futuro papa incominciava il suo ministero: e a me sembra che papa Giovanni abbia voluto dire no proprio a questo modo di intendere le cose.
Le chiamate che hanno segnato il suo ministero lo hanno portato abbastanza presto fuori dall’ambiente cristiano ancora molto «sicuro», a quel tempo, in queste terre bergamasche:
a Roma prima e poi in Bulgaria, dunque in un ambiente prevalentemente non cattolico; quindi in Turchia, dunque in un paese a grande maggioranza non cristiano e, all’epoca, laicizzato; e poi nella Francia del dopoguerra, già molto agitata di fermenti e novità che probabilmente a lui non sempre piacevano…

Giovanni XXIII è stato così molto esposto all’incontro con l’«altro»: il non cattolico, il non cristiano, il mondo della cultura occidentale che si allontanava dal cristianesimo… E ha vissuto questo incontro appunto come incontro, nel segno dell’amabilità, della fraternità, dell’accoglienza. Nell’altro non ha visto un pericolo, il lupo da cui fuggire o da combattere, ma qualcuno da incontrare con amicizia, nel nome del Signore e del suo vangelo; l’altro non come qualcuno da condannare, ma da capire e da amare.
Notiamolo bene: tutto questo non per comodità, per evitare conflitti o problemi o per minimizzare il Vangelo e la sua verità: ma perché papa Giovanni riteneva che proprio l’amabilità, la benevolenza, la pazienza dell’incontro, fossero una via, anzi la via per il Vangelo, per far incontrare a tutti Gesù Cristo.

Questo è anche l’atteggiamento e l’orientamento che san Giovanni XXIII ha voluto dare al concilio Vaticano II, che è stato indubbiamente l’evento più importante del suo pontificato, e anzi della Chiesa del secolo scorso, come ha poi affermato san Giovanni Paolo II. Papa Giovanni voleva un concilio che non fosse di condanna, di opposizione, di critica, ma che facesse del tesoro del Vangelo un dono offerto a tutti, ben consapevole di quanti e quali problemi drammatici l’umanità stava attraversando.
Voleva una Chiesa libera dalla paura, sia all’interno che all’esterno, perché solo in questa libertà, che viene proprio dal Vangelo, si può seguire Cristo e si può testimoniarlo a tutti senza calcoli, senza cercare il proprio interesse, ma solo quello di Gesù Cristo e perseguendo il bene autentico di ogni uomo e donna.
Gesù chiede a Pietro, per tre volte, se lo ama: mi sembra che voglia dirgli, con queste domande, non soltanto che il ministero del pastore si fonda sull’amore personale per Gesù, ma anche che questo ministero si può realizzare soltanto in una carità vera, nel voler bene all’altro; e non solo come buon sentimento, ma nella ricerca effettiva di vie di carità e di benevolenza, perché solo così il vangelo dell’amore può essere annunciato e proposto.

È alla Chiesa tutta che san Giovanni XXIII ha lasciato questo modello; e mi sembra che papa Francesco ci stia sollecitando in tanti modi – anche a rischio di non essere capito – a seguire questo modello.
È il modello intravisto, già più di un secolo fa, da Charles de Foucauld: elaborando una regola per i suoi «Piccoli fratelli del Sacro Cuore di Gesù» (che non avrebbe mai avuto, durante la sua vita), il futuro beato scriveva, nel 1899 (gli anni nei quali Roncalli faceva i suoi studi teologici): “Che la loro [cioè dei «Piccoli fratelli», ma, potremmo dire: di ogni cristiano!] universale e fraterna carità risplenda come un faro, che nessuno, nemmeno il peccatore e l’infedele, ignori in un raggio molto ampio, che essi sono gli amici universali, i fratelli universali, che consumano la propria vita a pregare per tutti gli uomini senza eccezione e fare loro del bene, che la loro fraternità è un porto, un asilo, in cui ogni essere umano, soprattutto povero e afflitto, è fraternamente invitato, desiderato e accolto a ogni ora”.

Sono parole che riassumono bene lo «stile» di papa Giovanni XXIII, che fu percepito appunto come l’amico e il fratello universale, e che desiderò fare della Chiesa tutta una casa nella quale «ogni essere umano, soprattutto povero e afflitto, è fraternamente invitato, desiderato e accolto a ogni ora» per incontrarvi, attraverso la carità dei credenti, l’amore di Dio offerto a tutti gli uomini.