Omelia del vescovo Daniele per il pellegrinaggio del MCL a Caravaggio

Santuario B. Vergine del Fonte – Caravaggio (BG)

Cristo «ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo» (2 Tim 1, 10). Con queste parole, che Paolo scrive al suo discepolo e collaboratore Timoteo, e che abbiamo ascoltato nella prima lettura, la fede cristiana esprime la radice fondamentale di ciò in cui noi crediamo, e dà la sua risposta a coloro che «dicono che non c’è risurrezione» (cf. Mc 12, 18).
Questo è il caso dei sadducei, come abbiamo sentito nel vangelo proclamato poco fa. Questi esponenti di uno dei gruppi presenti nell’ebraismo del tempo di Gesù cercano di ridicolizzare la fede nella risurrezione presentando la vita dei risorti come una specie di fotocopia di quella attuale e, soprattutto, dimenticando ciò che Gesù ricorda loro con chiarezza: e cioè che Dio «non è Dio dei morti, ma dai viventi!» (Mc 12, 27), e che è «in grave errore» chi dimentica che Dio desidera per la sua creatura una pienezza di vita che niente e nessuno possa minacciare. Solo chi crede a un Dio così, e si affida pienamente a Lui, può mettere nelle sue mani l’intera propria esistenza con fiducia, con abbandono confidente, con piena libertà e disponibilità – come ha fatto per primo Gesù stesso, il quale ha affidato sempre se stesso al Padre con fiducia filiale, ben consapevole che Dio non avrebbe abbandonato il suo Figlio in potere della morte.
A partire dalla Pasqua di Gesù, quanti credono in lui e lo accolgono come il Signore, il Vivente, il primogenito dei morti (cf. Col 1, 18), possono partecipare del suo stesso destino: possono anche loro vivere nella fiducia piena, nell’abbandono filiale, nella certezza di aver posto per sempre la propria vita nelle mani del Padre. E possono così fare anch’essi della propria vita una dono, senza temere tutto ciò che può apparire come pericolo, violenza, limite o insicurezza.

È molto bello rileggere in questa linea ciò che Paolo scrive a Timoteo, ricordando che chi scrive si presenta come un prigioniero, ormai avanti negli anni (cf. 1, 8; 2, 9; 4, 6-7); un uomo che ha vissuto l’esperienza di essere stato abbandonato da chi prima gli era vicino (cf. 1, 15); un uomo che è passato attraverso le persecuzioni (cf. 3, 10-11) e che sta tutt’ora rischiando la vita; un uomo che ha subìto anche attacchi personali molto forti (cf. 4, 14) e che ora è solo, o quasi, perché ha visto amici e collaboratori andarsene – o perché impegnati in altri campi di lavoro o anche perché l’hanno abbandonato, rinnegando la fede e la propria antica collaborazione con l’apostolo (cf. 4, 9-11)… Paolo, insomma, avrebbe mille ragioni per lamentarsi e recriminare la situazione estremamente difficile che sta vivendo: viceversa, le sue parole a Timoteo sono parole di ringraziamento, di fiducia, di gioia e di coraggio.
«Rendo grazie a Dio» (v. 3): questa parola di ringraziamento, che apre quasi tutte le lettere dell’Apostolo, si legge anche in questa, che è forse la sua ultima lettera; così come vi si legge la sua convinzione che Dio «non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza» (v. 7); e vi si legge la sua profonda convinzione di essere stato salvato da Dio, chiamato alla vita piena in Gesù Cristo, inserito nel mistero e nel dono della sua morte e risurrezione.
Per questo risuona almeno due volte, in questi primi versetti della seconda lettera a Timoteo, l’invito a non vergognarsi del Vangelo e della testimonianza che esso domanda, a prezzo anche di qualche sofferenza. Questo invito vorrei che lo raccogliessimo anche tutti noi, oggi, proprio a partire dalla convinzione di essere anche noi parte del disegno di salvezza, di grazia, di vita e di speranza che è stato manifestato in Gesù Cristo (cf. vv. 10-11), e di cui ogni cristiano, come ci ricorda incessantemente papa Francesco, è chiamato a diventare «discepolo missionario».

Lo possiamo fare rimanendo radicati saldamente nella fede in cui crediamo. Anche noi, infatti, possiamo dire con Paolo: «So… in chi ho posto la mia fede e sono convinto che egli è capace di custodire fino a quel giorno ciò che mi è stato affidato» (v. 12); lo possiamo fare perché anche noi, come l’apostolo, abbiamo probabilmente fatto l’esperienza che egli ricorda più di una volta, nella sua lettera: l’esperienza cioè della solidarietà, dell’aiuto, della vicinanza sperimentata in mezzo alle difficoltà e tribolazioni. Se ci sono state persone che hanno abbandonato l’apostolo e lo hanno combattuto, ci sono stati anche quelli che l’hanno aiutato, curato, assistito, anche a prezzo di non poche difficoltà (cf. 1, 16-18).
Penso che anche noi possiamo ritrovare nella nostra memoria il ricordo della consolazione e dell’aiuto che ci sono venuti da persone vicine e forse anche lontane; e ciò può diventare anche stimolo, invito a essere gli uni per gli altri aiuto e sostegno nel vivere il coraggio della fede, nel testimoniare senza vergogna il vangelo, nell’essere anche noi, nella nostra vita quotidiana, strumento della volontà di vita e di salvezza che Dio offre all’uomo. Aiutandoci e sostenendoci così, e affidando noi stessi a Dio in Cristo, e per l’intercessione della beata Vergine Maria, ci sia dato di poter dire anche noi dire ogni giorno, e fino al termine della nostra vita, ciò che Paolo scrive nelle ultime righe della sua lettera: «Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen» (4, 18).