Omelia del vescovo Daniele per il mandato ai catechisti

Cattedrale di Crema, 10 ottobre 2018

Si potrebbe riassumere ciò che sta al cuore del nostro incontro di preghiera di questa sera dicendo così: per fare i catechisti non basta essere catechisti! Bisogna essere santi e, come dice il titolo stesso della celebrazione, diventare testimoni di santità e di gioia.

Immagino a che a molti di noi questo possa far nascere dei dubbi. Se debbo essere santo, per fare il catechista o la catechista, è meglio che mi tiri indietro, non mi sento all’altezza, come faccio a testimoniare una santità che mi rendo conto di essere ancora molto lontano dal vivere come si dovrebbe…? Sono dubbi legittimi: hanno però un difetto, che rispecchia un’idea molto comune, quando si parla di santità, e cioè che la santità sia prima di tutto un compito, un impegno, qualcosa che dobbiamo fare noi, e che richieda per questo uno sforzo ‘eroico’, che solo pochi riescono a realizzare.
Dobbiamo provare a sfatare questa convinzione, anche perché può diventare una scusa, la scusa di chi dice: grazie, la santità non fa per me, cerco di essere un cristiano o una cristiana accettabile, mi prendo anche qualche impegno in parrocchia come appunto fare catechismo, ma la santità no, grazie, non è una cosa per me…
La prima cosa da ricordare, allora, è che la santità – che, naturalmente, è un altro modo per dire la pienezza di vita e di amore di Dio stesso, che è il Santo per eccellenza – è prima di tutto un dono, uno dono che ci è stato già fatto, sicché già siamo santi, e lo siamo non per le nostre capacità o i nostri meriti, ma per dono gratuito di Dio.
A leggere le lettere di Paolo e altri testi delle prime comunità cristiane, si vede benissimo questo: i cristiani sono «i santi» – non quelli che stanno in cielo, ma quelli che vivono oggi, adesso, nel nostro tempo e nel nostro mondo e sono stati resi santi dal dono di amore che Dio ha fatto e fa a noi nel suo Figlio Gesù Cristo e mediante l’effusione dello Spirito. L’abbiamo detto nelle benedizioni iniziali della celebrazione, usando parole della lettera agli Efesini, dove si dice che il Dio, il Padre, ci ha scelti in Cristo «prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità». La santità come dono significa questo: grazie a Cristo, e nella potenza dello Spirito Santo, abbiamo ricevuto l’amore di Dio, che prende la nostra umanità per trasfigurarla secondo la ricchezza del suo amore. Più in breve: la santità è il riflesso dell’amore con il quale Dio ci ha amati e ci ama, e ci rende partecipi del suo progetto di salvezza e di vita; un progetto che riguarda non solo noi, ma tutta l’umanità e tutta la creazione, perché il disegno di Dio consiste nel «ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra».

La santità che ci è stata donata significa che siamo dentro a questo grande progetto di salvezza di Dio per noi e per il mondo; ed è importante che ne siamo sempre più consapevoli, prima di tutto per ringraziare Dio, e poi per ricordarci che dal suo dono scaturisce sempre un compito o una chiamata: che è precisamente quella di vivere la santità ricevuta in dono, per diventarne così testimoni davanti agli altri.
Qui però dobbiamo sfatare l’altra idea sbagliata che dicevo prima, e cioè che la santità sia una cosa per pochi, un eroismo che solo alcuni riescono a raggiungere. E in questo ci dà un grande aiuto papa Francesco, con la sua esortazione apostolica Gaudete et exsultate, di cui abbiamo ascoltato qualche passaggio e che tra poco riceveremo in mano con l’invito a leggerla e meditarla, come testo che può accompagnare l’anno di catechismo che abbiamo incominciato. Il papa ci aiuta, perché un punto centrale di tutto quel che dice è che la santità è appunto il compito che possiamo svolgere nell’ordinarietà della vita: è la santità «della porta accanto», la santità che si esprime in comportamenti quotidiani (e, certo, qualche volta almeno anche in gesti e scelte più «fuori della norma») nei quali cerchiamo di rispondere al dono di Dio: perché di questo si tratta, rispondere al dono di Dio, facendo sì che la sua santità – che, ripeto, è in definitiva l’amore sovrabbondante di Dio che salva – diventi la legge della nostra vita quotidiana.
Anche l’impegno del catechismo fa parte di questa risposta. In fondo, tutto quel che abbiamo da dire e da dare ai bambini e ragazzi (e forse anche qualche adulto, perché non è che la catechesi finisca da ragazzi), potrebbe essere detto così: caro bambino, caro ragazzo, io (noi, la comunità cristiana) abbiamo fatto l’esperienza della santità di Dio che ci avvolge con il suo amore e con il suo dono di salvezza, ci perdona in Cristo e ci ha fa la promessa di una vita buona e felice.
Noi vorremmo dire anche a te, con la nostra vita e anche con il nostro impegno di catechisti, che è bello accogliere questo dono e cercare di farlo diventare il criterio, la legge, di una vita piena, autentica.
Per dire questo, mettiamo in atto tutta la nostra creatività, fantasia, competenza, professionalità… insomma le cose che abbiamo sentito elencare nel Decalogo del catechista ok (Decalogo al quale, però, mi permetto di aggiungere un’altra indicazione, che è quella di pregare per i vostri bambini e ragazzi, ricordando ciò che scriveva S. Agostino a un catechista in difficoltà: ricordati che se non riesci a parlare a loro di Dio, puoi sempre parlare di loro a Dio!).
Soprattutto, mettiamoci la gioia delle Beatitudini: una gioia che può nascere solo dal guardare continuamente a Dio per scoprire, in ogni momento della nostra vita, il modo in cui egli opera per la nostra salvezza.
Quando Gesù proclama le beatitudini, contempla ciò che fa il Padre, Dio, nella sua santità sorprendente, che si volge ai piccoli, agli ultimi, ai dimenticati… Gesù vede questo, ne gioisce, e vuole trasmettere questa gioia ai suoi discepoli: questa sera, la trasmette anche a noi, perché con questa gioia accogliamo la santità che Dio ci dona, ci impegniamo a rispondere a questo dono con la nostra vita di credenti, e lo trasmettiamo a coloro che ci sono affidati nel nostro impegno, faticoso e bello insieme, di essere catechisti in questa nostra Chiesa.