Mandato ai catechisti 2019 – Omelia

Cattedrale di Crema, 8 ottobre 2019

Abbiamo sentito parlare molto di speranza, soprattutto nelle parole di papa Francesco che sono state lette prima. La speranza è una virtù di cui oggi le catechiste e i catechisti hanno una necessità particolare!
Se si guarda ai risultati immediati, infatti, è più facile che nascano in noi sentimenti di sconforto, di delusione, magari anche di irritazione o semplicemente di stanchezza, di fatica. «Chi me lo fa fare?» è, probabilmente, una domanda che affiora nel cuore di molti di voi – non dico tutte le settimane, o tutte le volte che si deve preparare un incontro di catechismo… Però, forse, dopo un incontro particolarmente faticoso, o dopo qualche anno di impegno nel catechismo, quando ancora una volta il parroco viene a chiederti di seguire l’uno o l’altro gruppo…
Intendiamoci: non è sempre così, grazie a Dio! Quando sento i catechisti (le catechiste, più spesso) che presentano i ragazzi al momento della Cresima, o dicono una parola di ringraziamento, magari dopo che hanno seguito lo stesso gruppo per anni, percepisco anche molte ragioni di riconoscenza, sento che ci sono stati itinerari molto belli di crescita nella fede e nel rapporto con le persone…

Sì, certamente non c’è solo il «chi me lo fa fare?», ma anche il «grazie a Dio!», per ciò che di buono, di arricchente e bello porta con sé l’impegno di comunicare e trasmettere la fede alle nuove generazioni; impegno che ho voluto sottolineare, per la sua importanza, anche negli Orientamenti pastorali presentati alla nostra Chiesa quest’anno, sotto il titolo Un tesoro in vasi di creta.
Questo titolo viene da una frase di san Paolo, e credo che si possa applicare bene anche a voi catechisti; perché immagino che un po’ questa sia anche la vostra esperienza, la consapevolezza cioè di avere tra le mani una grande ricchezza, che è prima di tutto la vostra stessa vita di fede, dono grande del Signore, come pure i bambini e i ragazzi che vi sono affidati; ma poi anche la sensazione di essere un po’ «vasi di creta», che portano questa ricchezza in una condizione di limite, qualche volta anche di stanchezza e scoraggiamento.
Ma se siamo davvero consapevoli del tesoro messo nelle nostre mani, allora sentiamo l’importanza, come dicevo, di trasmettere agli altri, e in particolare alle nuove generazioni, questa ricchezza. Dobbiamo esserne più che mai consapevoli: non c’è altro modo di conoscere Gesù Cristo e il suo vangelo, e la promessa di vita buona che offre a tutti gli uomini, se non attraverso la testimonianza di qualcuno. Tutti noi siamo cristiani certo anzitutto per un dono di Dio, ma poi, concretamente, perché qualcuno ci ha parlato di Gesù e ci ha aiutato a conoscerlo e ad amarlo, perché anche noi provassimo a seguire la via che egli mette davanti a noi.
È stato così per noi, ed è così anche per le nuove generazioni: per questo sempre da capo siamo chiamati a riprendere questa trasmissione, che è anzitutto testimonianza di ciò che l’incontro con Gesù significa per noi.

Riprendiamo questo impegno sorretti anche dalla parola di incoraggiamento, che l’autore della lettera agli Ebrei trasmette ai suoi destinatari, come abbiamo ascoltato: «Dio infatti non è ingiusto tanto da dimenticare il vostro lavoro e la carità che avete dimostrato verso il suo nome, con i servizi che avete reso e che tuttora rendete ai santi» (Eb 6, 10).
Il «servizio che avete reso e tuttora rendete ai santi» è precisamente il vostro ministero di catechiste e catechisti; e i «santi» – sarà difficile crederci, ma è così! – sono proprio i vostri ragazzi: santi non prima di tutto per quello che fanno (perché fanno nascere qualche dubbio, al riguardo…), ma santi per ciò che Dio ha fatto e fa per loro, per l’amore che continua a donare loro (anche attraverso di voi), perché li chiama a vivere la vita nuova del Vangelo, perché li guarda a partire dal suo sguardo di bellezza e di santità.
Davvero, possiamo e potete starne sicuri: Dio non dimentica il vostro lavoro e la vostra carità; e mi preme di assicurarvi che, con tutti i suoi limiti, non lo dimentica neppure il vostro Vescovo, che vuole anzi esprimervi di nuovo tutta la gratitudine sua e di tutta la Chiesa per il vostro impegno e la vostra fatica.
Come fa l’autore della Lettera agli Ebrei, si tratta anche per me, questa sera, di fare il possibile perché – come abbiamo sentito – la vostra speranza «abbia compimento fino alla fine» (6, 7), perché essere testimoni di Gesù Cristo e del suo vangelo significa mettere la propria fiducia in una promessa, e cioè in un bene che non sta soltanto dietro di noi, ma sta davanti a noi, sta nel nostro futuro: e per questo non la vediamo ancora in pienezza.
È stato così per Abramo, come ricorda ancora la Lettera agli Ebrei: che è il modello del credente che si affida a Dio, e crede in lui, non perché ha già in mano, come un possesso garantito, l’uno o l’altro bene: ma perché si fida della promessa di Dio, si fida non di ciò che Dio gli ha già dato, ma di ciò che Dio gli darà, perché crede alla fedeltà di Dio.
Non ci impegniamo nel catechismo perché abbiamo in mano dei successi, perché possiamo contabilizzare chissà quali risultati. Sì, certo, qualcosa di questo vediamo, e ne abbiamo anche giusta soddisfazione. Ma credo che nel cuore di ciascuno di noi ci sia questa convinzione: ci impegniamo nel catechismo perché siamo sicuri che Dio è fedele, e non lascerà cadere nel nulla le nostre fatiche, il nostro impegno, le nostre gioie e le nostre stanchezze, che mettiamo in gioco non per noi stessi, ma per Lui, e perché il suo amore fedele ancora sia conosciuto e accolto.

Del resto, Dio non ci chiede di camminare nel vuoto, non ci propone una speranza alla quale affidarci ciecamente. Con una bella immagine, che i cristiani delle prime generazioni hanno fatto propria – anche perché vivevano quasi tutti in città che si affacciavano sul mare, e vedevano ogni giorno barche e navi arrivare e partire – la lettera agli Ebrei ci dice che la nostra speranza può attaccarsi a un’àncora sicura, a un punto di riferimento che non viene meno, nonostante tutti gli sballottamenti della nostra vita.
Quest’àncora è, in definitiva, lo stesso Gesù Cristo: a lui restiamo attaccati con sicurezza, perché – lo dirà più avanti la stessa lettera – «Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre!» (13, 9); restando uniti a Lui, non rischiamo di andare fuori strada.
Ma poi la lettera dice un’altra cosa bellissima: che quest’àncora è gettata nel futuro, ci tiene già ancorati alla promessa di Dio già compiuta, in Cristo morto e risorto. Rimanere legati a quest’àncora non significa stare fermi, né assicuràti solo al passato. Vuole dire, invece, camminare verso il futuro, appunto verso la promessa del Dio fedele, l’unico che può dare compimento a tutti i nostri progetti, sogni e desideri.
Questa è la speranza cristiana, nel cui segno vogliamo camminare in questo nuovo anno catechistico. Ci conceda dunque il Signore la grazia di non scoraggiarci e, invece, rimanendo saldamente ancorati a lui, di andare avanti, insieme con coloro che ci sono affidati, verso la promessa di Dio, «afferrandoci saldamente alla speranza che ci è posta davanti» (6, 18).