Omelia del vescovo Daniele nella Veglia di Pentecoste

Cattedrale di Crema, 19 maggio 2018

Ringrazio i rappresentanti di alcune delle associazioni e movimenti che si ritrovano nella Consulta diocesana delle Aggregazioni laicali: in vista di questa Veglia, avevo chiesto loro di indicarci, attraverso brevi testimonianze, come si può realizzare, secondo le caratteristiche della realtà di cui fanno parte, quella vocazione alla «santità quotidiana», alla quale papa Francesco ha richiamato tutta la Chiesa, attraverso la sua Esortazione apostolica Gaudete et exsultate.
Si può realizzare, come abbiamo sentito, in vari modi, di cui le testimonianze di questa sera sono esempi, che certamente non esauriscono tutte le possibilità. Già la loro varietà è un bel segno dello Spirito Santo, di cui questa sera, e in questa solennità di Pentecoste, invochiamo con tutta la Chiesa una rinnovata effusione.
L’unico Spirito, dono del Padre effuso in pienezza sulla Chiesa e sul mondo a partire dalla Pasqua del Signore Gesù, opera infatti secondo una grande varietà di doni e si manifesta in una molteplicità di frutti: di ciò dobbiamo rendere grazie a Dio, riconoscendo che anche questa nostra Chiesa di Crema ha beneficiato in passato, e continua a beneficiare oggi, di questi doni.
Ringraziamo per i doni e frutti visibili dello Spirito; ringraziamo anche per quei frutti di santità che rimangono meno conosciuti, ma la cui esistenza è fuori dubbio, dato che lo Spirito – ci ricorda papa Francesco – «riversa santità dappertutto nel santo popolo fedele di Dio» (Gaud. et exsult., n. 6). Anche noi, come ci invita a fare il papa, impariamo a «vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere» (ivi, n. 7).
Impariamo anche noi a riconoscere «la santità “della porta accanto”» (ivi), e rendiamo grazie a Dio perché «anche fuori della Chiesa Cattolica e in ambiti molto differenti, lo Spirito suscita “segni della sua presenza, che aiutano gli stessi discepoli di Cristo”» (ivi, n. 8).

La riconoscenza per la presenza e l’opera dello Spirito – riconoscenza che vuol dire, al tempo stesso, imparare a scorgere quest’opera, e imparare a rendere grazie per essa – è anche la premessa fondamentale per diventare a nostra volta terreno fecondo per la sua azione santificante.
Questa è anche la «logica» delle Beatitudini, che abbiamo ascoltato poco fa e che, insieme con la pagina sul giudizio del cap. 25 del vangelo di Matteo, sono il riferimento evangelico fondamentale dell’Esortazione del papa.
Le Beatitudini, infatti, non sono soltanto né, in primo luogo, un «programma di vita» o di santità per noi. Lo sono, ma in quanto ci parlano prima di tutto di Dio stesso, e più precisamente di Dio come si è rivelato definitivamente nel suo Figlio fatto uomo.
Le Beatitudini «raccontano Dio», raccontano il Dio di Gesù Cristo: se, come dice il papa, sono un invito ad andare «molto controcorrente rispetto a quanto è abituale, a quanto si fa nella società» (ivi, n. 65), è perché ci parlano di un Dio che per primo va controcorrente.
Ci parlano del Dio che sceglie i poveri e gli ultimi per farli eredi del Regno (cf. Gc 2, 6); raccontano il Dio che ha rivelato il suo amore non ai dotti o ai sapienti, ma ai piccoli (cf. Mt 11, 25); annunciano il Dio che ha scelto «ciò che è stolto per il mondo… per confondere i sapienti; ha scelto quello che è debole per il mondo, per confondere i forti; ha scelto quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, per ridurre al nulla le cose che sono» (cf. 1Cor 1, 27-28). Le Beatitudini ricordano, con la ragazza di Nazaret chiamata a diventare la Madre del Signore, che Dio «ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1, 52-53).
Riconoscendo questo, capiamo meglio che la nostra chiamata alla santità è, in definitiva, chiamata a fare nostra la perfezione paradossale, contro corrente, del Padre, quella perfezione che si manifesta in modo particolare nella misericordia (cf. Gaud. et exsult., n. 81). E capiamo meglio che questa chiamata è possibile prima di tutto e soprattutto per dono di Dio: quel dono che si chiama, precisamente, lo Spirito Santo; quel dono che è, in definitiva Dio stesso, che si fa, in noi, principio e fonte di vita nuova, «respiro» di una santità capace poi di trasformare la nostra vita personale e di Chiesa, e così la vita del mondo.

Chiediamo dunque questo Spirito. In particolare, ci ricorda il papa, «abbiamo bisogno della spinta dello Spirito per non essere paralizzati dalla paura e dal calcolo, per non abituarci a camminare soltanto entro confini sicuri. Ricordiamoci che ciò che rimane chiuso alla fine sa odore di umidità e ci fa ammalare. Quando gli Apostoli provarono la tentazione di lasciarsi paralizzare dai timori e dai pericoli, si misero a pregare insieme chiedendo la parresia» (ivi, 133), cioè il coraggio e il fervore: e Dio rispose alla loro preghiera effondendo di nuovo lo Spirito (cf. At 4, 31).

Chiediamo dunque a Dio che in questa Pentecoste rinnovi anche per noi tutti, per la nostra Chiesa, per le parrocchie, per i vari gruppi, associazioni e movimenti, l’effusione del suo Spirito di santità, di coraggio, di gioia e intraprendenza nel vivere e testimoniare il vangelo delle Beatitudini.