Natale del Signore 2022 – Messa del giorno

Il vescovo Daniele ha presieduto, nella Cattedrale di Crema, la santa Messa solenne nella festività del Natale del Signore, il mattino del 25 dicembre 2022. Riportamo qui di seguito la sua omelia.

 

Ci voleva del coraggio, per questo profeta della fine del sesto secolo avanti Cristo, a immaginare questa scena (l’abbiamo ascoltata nella prima lettura [Is 52,7-10]): tra le rovine di Gerusalemme, semidistrutta da più di mezzo secolo, arriva un messaggero di buone notizie (nella traduzione greca della Bibbia, questo si dice con la parola: “evangelizzatore”, uno che annuncia un “vangelo” cioè, appunto, una “buona notizia”), un messaggero di pace, un annunciatore di salvezza, che dice: «Regna il tuo Dio!» (v. 7).
Gerusalemme non era del tutto spopolata, all’epoca. Ma quelli che ci abitavano, probabilmente, pensavano che ormai da un pezzo Dio non regnava più sulla città santa. Altre cose, altri poteri regnavano: quelli delle potenze straniere, prima gli assiri, poi i babilonesi, ora i persiani (che sembravano almeno un po’ più tolleranti)… Regnavano le ingiustizie, l’oppressione dei più poveri, denunciate tante volte dai profeti; regnava soprattutto lo smarrimento, il senso della perdita di futuro, della mancanza di prospettive, la percezione che Dio avesse ormai abbandonato il suo popolo, dopo che il tempio era stato saccheggiato e distrutto, le città lasciate deserte… Dopo che, insomma, la guerra aveva lasciato la sua impronta mortale, come sempre fa.
È a questo mondo in rovina che Dio, secondo la parola del profeta, manda il suo messaggero di buone notizie, di salvezza, di pace. E anzi, il profeta si rivolge proprio alla città semidistrutta, e proclama: «Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme» (v. 9).
Mi chiedo che effetto farebbe, oggi, una parola così, rivolta alle rovine delle città bombardate in Ucraina, alla Siria devastata da lunghi anni di guerra, al popolo del Myanmar, dello Yemen, ai paesi provati da carestie, siccità, conflitti di ogni genere…

Se però noi siamo qui, a celebrare il Natale, cioè la nascita di Gesù Cristo, è perché, in un modo o nell’altro, siamo dalla parte di quel profeta, siamo vicini a quel messaggero di pace, di buone notizie, di salvezza. Se celebriamo il Natale è perché, di fronte a tutto ciò che ci sembra andare in rovina – e non soltanto negli alcuni paesi che ho ricordato, ma anche in tanti altri, e in tanti aspetti della nostra società e del nostro mondo – come credenti ci prendiamo la responsabilità di proclamare un vangelo, una buona notizia, che dice ancora: «Regna il tuo Dio!».
Certo, regna da una mangiatoia, che non è proprio un trono sontuoso; ma fra qualche mese, a Pasqua, arriveremo addirittura a dire che regna dalla croce, che è un patibolo per delinquenti! Eppure regna, perché noi oggi contempliamo la nascita di colui di cui il vangelo che abbiamo ascoltato (cf. Gv 1,1-8) dice: «Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto» (v. 3); e ancora: «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini»; e, sì, questa luce «splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno vinta» (vv. 4 s.).
Regna, anche se «il mondo non lo ha riconosciuto» (v. 10); regna, anche se «venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» (v. 11).
Regna, facendosi «carne» (cf. v. 14), il che vuol dire: regna, scegliendo la via della debolezza. Perché «il Verbo si fece carne» significa appunto che la Parola potente di Dio, la Parola che crea e sostiene ogni cosa, la Parola che annuncia e porta la salvezza e la pace che vengono da Dio, prende la via della «carne» – che, nel linguaggio della Bibbia, indica la fragilità, la debolezza della creatura.
È un bambino fragile e piccolo come tutti i bambini, quello che Maria ha deposto nella mangiatoia: eppure, regna, perché attesta la fedeltà di Dio, perché proclama la sua misericordia che non viene meno, perché ha il potere non di soggiogare, non di scatenare guerre, non di fare quel che gli pare a spese degli altri, ma di far diventare «figli di Dio» (v. 12) quelli che credono in lui e provano a seguirlo.

Per questo, i «messaggeri di pace», i messaggeri «di buone notizie che annunciano la salvezza» di fronte a tutto ciò che nel mondo sembra rovina e fallimento, oggi sono qui, in questa cattedrale, come sono in tutte le chiese e in tutti i luoghi del mondo dove si celebra la nascita di questo Bambino.
Perché, che senso avrebbe riascoltare oggi questa buona notizia, o ripetere le parole dell’angelo che annuncia ai pastori: «Vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,10 s.) – l’abbiamo sentito nella Messa della notte – se poi questo non ci desse il coraggio di quel profeta, il coraggio di dire al mondo in rovina: «Regna il tuo Dio»?
Non lo diremo andando in giro sbandierando chissà quali insegne o suonando i clacson, come quando la squadra del cuore vince il campionato… Chissà, qualche volta forse dovremmo farlo; il minimo che dovremmo fare, da cristiani, è certo di testimoniare di più la gioia di questa buona notizia.
Ma ciò che più mi sembra importante è che questa “buona notizia” la traduciamo nelle nostre “buone azioni”, e cioè in uno stile di vita che manifesta nei fatti il vangelo in cui crediamo. Lo sappiamo, come si fa a dire ancora, nel mondo di oggi: «Regna il tuo Dio». Lo si fa con i gesti concreti di riconciliazione e di pace; lo si fa, sostenendo tutto ciò che promuove la vita e la dignità delle persone e anzi di ogni creatura, nelle quali Dio ha impresso la sua verità e bontà; lo si fa, cercando in ogni conflitto, piccolo o grande che sia, le vie del dialogo e della reciproca comprensione; lo si fa, aprendo il cuore, le braccia, la vita, a chi più è lasciato ai margini e più ha bisogno di sentirsi dire la “buona notizia” dell’amore di Dio…
Insomma, lo sappiamo, come si fa, o come si dovrebbe fare. E mi piacerebbe che il frutto di questo santo Natale, insieme con l’adorazione riconoscente del Figlio di Dio, che ha fatto sua la nostra umanità, fosse una nuova consapevolezza di questo impegno: se c’è un mondo in rovina – e, per tanti versi, certamente c’è – non lamentiamoci; chiediamo piuttosto la grazia di essere anche noi quei messaggeri di buone notizie, che dicono (coi fatti, prima che con le parole): «Regna il tuo Dio», e ti porta salvezza e pace.