La riflessione del vescovo Daniele per l’inizio del nuovo anno pastorale

Riportiamo il testo dell’intervento del vescovo Daniele tenuto durante la Celebrazione della liturgia della Parola “Gesti e parole per ricominciare” tenuta in Cattedrale venerdì 25 settembre in occasione dell’inizio del nuovo anno pastorale

1. La modalità inconsueta, con la quale apriamo ufficialmente questa sera l’anno pastorale che ci sta davanti, e soprattutto lo affidiamo a Dio, perché lo ponga sotto la sua benedizione, e lo illumini e guidi con il suo Spirito, è già un segnale del fatto che molte cose non sono ancora rientrate nella ‘normalità’, dopo i mesi difficili della primavera scorsa.
Forse non è neanche del tutto opportuno desiderare semplicemente un ritorno alla ‘normalità’. Certo, a questo proposito bisogna intendersi: se ‘normalità’ significa ciò che costituisce la missione propria della Chiesa, il compito, che Gesù le ha affidato, di annunciare il Vangelo, di offrire a tutti l’amore del Padre vittorioso sulle forze del peccato e della morte, di testimoniare anzitutto attraverso la novità della vita in Cristo la forza trasformante del Vangelo… ecco, se per ‘normalità’ intendiamo questo (quali che siano le parole con cui possiamo dirlo), allora senza dubbio dobbiamo cercare con tutte le forze, per quanto sta in noi, di poterci tornare in pienezza.
Come è giusto che sia, ogni epoca della storia della Chiesa ha poi cercato le forme concrete, attraverso le quali realizzare questa missione. La ‘normalità’ è diventata dunque anche l’insieme delle pratiche, delle consuetudini, delle iniziative e anche delle abitudini, buone o meno buone, che le Chiese sparse nel mondo, e anche noi qui, nella nostra diocesi e nelle nostre comunità, hanno messo in atto per realizzare quella missione.
Questa ‘normalità’ è stata duramente sconvolta, negli ultimi mesi. Una delle nostre ‘abitudini’ – uso volutamente questo termine, per sottolinearne anche l’aspetto positivo –, una delle più importanti, è il “convenire”, il radunarsi insieme. Molti di voi ricordano senz’altro che la stessa parola Chiesa deriva dalla parola greca ekklesía, che designava un gruppo di persone radunate a seguito di una convocazione. Nella versione greca della Bibbia, questa parola è usata per la comunità del popolo di Israele, specialmente quando essa si raduna per rispondere alla chiamata di Dio; e di lì passa poi a indicare la comunità cristiana, che è tale proprio perché Dio la convoca, Dio la raduna intorno al suo Figlio Gesù, morto e risorto, nella comunione dello Spirito, per essere nel mondo segno e strumento della comunione che Dio vuole realizzare per tutta l’umanità (cf. LG 1).
Per questo appartiene alla ‘normalità’ della Chiesa il suo radunarsi anche visibile: in modo particolare quello che si realizza nella celebrazione dell’Eucaristia, che è il vertice di questo riunirsi; ma poi anche tutte le altre occasioni di raduno, organizzate o no, fanno parte di questa ‘normalità’ ecclesiale; come lo era anche il nostro convenire all’inizio dell’anno pastorale.
Qualche volta, giustamente, ci è capitato di lamentare l’eccesso di riunioni e incontri; abbiamo forse detto – con il sorriso sulle labbra, ma anche con un po’ di amarezza – che non è certo che il Signore, quando verrà, ci troverà uniti, ma certamente ci troverà riuniti… Eppure avvertiamo che una Chiesa che non può radunarsi, che non può condividere la pregnanza dell’incontro fisico, e non solo ideale o virtuale, è una Chiesa menomata, azzoppata, come Giacobbe dopo la lotta misteriosa di cui abbiamo sentito nella prima lettura.
Il tempo che stiamo vivendo, con le sue difficoltà, ci aiuterà forse a riscoprire meglio il senso e il valore di questo radunarsi, che adesso è ancora limitato; ci insegnerà, magari, a ridimensionare il numero delle riunioni, per farle crescere in qualità, in modo che possiamo essere meno preoccupati delle tante cose da fare e organizzare, e possiamo vivere meglio l’esperienza che ogni tanto diciamo con il Salmo: «Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme!» (Sal 133, 1).

2. Mi sono fermato un po’ su questa abitudine del ‘radunarsi’, e su come oggi essa ci chieda un rinnovamento, prima di tutto perché, come ho cercato di dire, è una dimensione determinante dell’essere Chiesa; ma poi anche perché mi sembra un bell’esempio di ciò che ci aspetta in questo anno pastorale: la necessità, cioè, di rivisitare le nostre abitudini, le consuetudini e le pratiche della vita delle nostre parrocchie; la necessità di fare discernimento, di comprendere in che modo il tempo ancora difficile, incerto, che stiamo vivendo può essere un’occasione anche per ripensare il consueto e capire meglio che cosa lo Spirito dice alla Chiesa e alle nostre comunità in questo tempo.
Da parte mia, ho pensato di contribuire a questo lavoro di riflessione indirizzando alla nostra Chiesa una lettera, che ‘consegnerò’ tra qualche giorno, alla fine del mese di settembre, dopo averla anticipata al Consiglio pastorale diocesano un paio di settimane fa, e aver ricevuto alcune osservazioni e consigli, di cui voglio tenere conto prima di renderla pubblica.
Questa lettera non vuole offrire nuovi orientamenti pastorali. Il cammino avviato con l’Assemblea pastorale del 2018-19, e poi proposto negli Orientamenti pastorali Un tesoro in vasi di creta, pubblicati un anno fa, resta tuttora valido, e ci impegnerà anche nei mesi prossimi: anche perché l’emergenza CoViD-19 ha rallentato, se non bloccato, questo cammino, e si tratta dunque di riprenderlo e portarlo avanti.
Le ragioni per ripensare la presenza della Chiesa nel nostro territorio, soprattutto la necessità di un rinnovamento in senso missionario della vita delle nostre parrocchie, restano più che mai valide: le ha rilanciate, per tutta la Chiesa, un recente documento pubblicato dalla Congregazione per il Clero, con il titolo: La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa.
Come ho già incominciato a fare nelle ultime settimane, incontrando i preti e mettendo in calendario anche incontri con i consigli pastorali, intendo sostenere, insieme con i miei collaboratori, le scelte che favoriscono qualche passo in avanti, anche piccolo, ma chiaro e deciso, verso le Unità pastorali, nella prospettiva indicata dagli Orientamenti dell’anno scorso.
Fa parte di questo cammino anche l’attenzione a riconoscere, promuovere e sollecitare una ministerialità sempre più diffusa, che permette a ciascuno di portare il suo contributo, secondo i doni e le chiamate del Signore, alla vita e alla missione della nostra Chiesa. In questa linea, desidero ricordare che il prossimo 10 ottobre 2020 avremo la grazia dell’ordinazione dei due primi diaconi permanenti della nostra Chiesa. Invito tutti a pregare per i due ordinandi, Alessandro Benzi e Antonino Andronico; e chiedo a Dio che la loro ordinazione sia precisamente apertura di una corresponsabilità sempre più forte nella vita della diocesi e delle nostre comunità.
Si tratta dunque di proseguire e consolidare, nell’anno pastorale che ci sta davanti, orientamenti e passi che avevamo già incominciato ad attuare. È evidente, al tempo stesso, che dovremo misurarci ancora, probabilmente per diversi mesi, con le limitazioni e i problemi che derivano dalla pandemia CoViD-19. Mi è sembrato utile, per questo, suggerire alla nostra Chiesa alcune parole-chiave, un piccolo glossario per l’anno pastorale che ci aspetta; un glossario che vuole suggerire anzitutto alcuni atteggiamenti di fondo, spirituali ma anche pastorali, che mi sembrano importanti in questo nostro tempo; con, al tempo stesso, l’indicazione di qualche scelta concreta, sulla quale fermare l’attenzione nei mesi prossimi.
Questo glossario si limita al numero biblico di sette parole – come le sette lettere dell’Apocalisse, di cui abbiamo sentito qualche estratto nella prima parte di questo momento di preghiera: sarà il cuore della lettera (breve!) che appunto a fine mese indirizzerò alla nostra Chiesa. Vi anticipo queste parole, senza entrare nei dettagli:
abbandono confidente, ovvero un richiamo alla fede che, proprio nella difficoltà e nell’incertezza, si appoggia su Dio, e si alimenta in modo particolare nella preghiera e nell’adorazione;
ascolto, che mi sembra particolarmente richiesto nel tempo difficile che stiamo vivendo: ascolto di Dio, della sua Parola, della Sacra Scrittura (e in particolare del vangelo di Marco, che ci accompagnerà nel prossimo anno liturgico); ma anche ascolto reciproco del nostro vissuto, alla luce della fede, privilegiando le piccole comunità e i centri di ascolto nei quali praticare questo atteggiamento essenziale per la nostra vita di fede;
celebrazione, in particolare quella dell’Eucaristia, una delle nostre ‘abitudini’ più preziose, ma anche più a rischio e affaticate, per tante ragioni; in questi giorni stiamo ricevendo il nuovo Messale: vorrei che non fosse solo un libro, ma un’occasione preziosa per ritrovare il senso vero e, prima ancora, l’obbedienza fedele al comando del Signore: fate questo in memoria di me;
uscita, come il necessario complemento del nostro ritrovarci; il tempo dell’emergenza ci ha fatto sentire, con le difficoltà, anche il bisogno estremo di essere una Chiesa che va verso le persone, le loro situazioni quotidiane di vita, gli spazi dell’esistenza quotidiana con le sue gioie e i suoi mille problemi… Ce lo diciamo da tempo, la pandemia ci ha messo alle strette, e ci ha anche suggerito qualche strada da percorrere e da approfondire;
generazioni: penso, come ci ricorda spesso il Papa, ai due estremi degli anziani e dei bambini (e ragazzi, adolescenti…): i primi perché sono stati tra i più colpiti dalla pandemia nei mesi scorsi, i secondi perché la chiusura delle scuole per mesi e mesi ci ha fatto toccare con mano l’urgenza di una rinnovata attenzione educativa; ma in mezzo ci sono tutte le altre situazioni, e le loro diverse condizioni e problematiche, alle quali portare una rinnovata attenzione;
solidarietà: è una parola che abbiamo cercato di praticare, anche in forme creative, nei mesi scorsi; è un atteggiamento che rimane urgente, ma che ci chiede anche, come Chiesa, di non limitarci alla logica dell’emergenza, per portare una parola costruttiva lì dove molte cose vanno ripensate – penso ad es. a spazi come il lavoro, l’economia, la sanità, l’ambiente…
condivisione: perché, ormai dovremmo averlo imparato, non ci si salva da soli; e questo ci chiede apertura e aiuto reciproco all’interno della Chiesa (e ritorna qui anche il cammino delle Unità pastorali), ma anche verso tutte quelle realtà con le quali – in ambito sociale, politico, educativo, culturale, ricreativo… – possiamo condividere qualcosa del nostro desiderio di lavorare per il bene di tutti e di tutta la società.

3. Sono queste alcune parole, ma anche alcune pratiche, sulle quali puntare nell’anno pastorale che ci sta davanti. Come ho detto, e come possiamo immaginare, sarà un anno pastorale probabilmente segnato da molte incertezze. Come potremo accompagnare il catechismo? Che ne sarà delle nostre celebrazioni, se si protrarranno le limitazioni in atto? Come potremo tenere aperti gli Oratori e proporre in essi autentici percorsi educativi? Come potremo stare vicini agli anziani, agli ammalati, ai poveri?
Sono esempi di domande alle quali, mi sembra, non siamo in grado di dare risposte sicure e chiare. Proprio pensando a questo, ho proposto al nostro ascolto, questa sera, alcuni testi biblici che ci aiutano a misurarci con l’incertezza e, al tempo stesso, a farvi fronte da credenti. Non intendo commentarli, naturalmente, ma, per concludere questa mia lunga riflessione, riproporne quelle che mi sembrano le loro icone centrali.
La crisi che stiamo attraversando ci ha azzoppati, come Giacobbe dopo la lotta notturna con quell’essere misterioso che lo affronta ai guadi dello Iabbok. Uomo, angelo, non è ben chiaro di chi si tratti: se non che, a un certo punto, si avverte in quest’essere una presenza divina: presenza che ferisce, ma anche benedice. Presenza che evoca la forza, l’impegno che ci vuole anche nel lottare in situazioni difficili ma, al tempo stesso, cambia, con il nome, il senso della propria vita. Giacobbe sarà ormai Israele, l’uomo che ha lottato e ha vinto, ma anche l’uomo che ha visto: quella lotta, che lo lascia azzoppato per sempre, gli ha dischiuso gli occhi sul volto di Dio. Anche la crisi che attraversiamo potrà aprirci gli occhi, e farci accogliere in modo rinnovato la benedizione di Dio sulla nostra Chiesa.
Tutto questo potrà richiedere un cammino laborioso e lungo. La sorprendente guarigione del cieco in due momenti, raccontata dal vangelo di Marco, mi sembra una bella immagine della pazienza che dobbiamo avere in questo momento storico. Forse incominciamo a vedere qualcosa di ciò che il Signore sta chiedendo alla Chiesa in questo «cambiamento d’epoca»: ma vediamo forse soltanto alberi che camminano, contorni un po’ vaghi, ancora troppo incerti, insicuri. Non smettiamo di affidarci al Signore Gesù, di tornare sempre a Lui, di lasciarci aprire gli occhi da Lui. Presto o tardi, arriveremo a vederci chiaramente e distinguere ogni cosa. Per il momento, facciamo nostra la preghiera del santo John Henry Newman che, in un momento particolarmente difficile della sua vita, domandò a Dio: «Luce gentile, guidami nel buio che mi avvolge… Custodisci i miei passi; non ti chiedo di vedere lo scenario lontano: un sol passo mi basta».
Basterà questo a farci sperimentare, anche nel tempo dell’incertezza, il sostegno del Signore, perché anche noi possiamo dire, con Paolo, di essere talora «afflitti, ma sempre lieti… poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!» (2Cor 6,10). Amen.