Funerali di mons. Vito Barbaglio

I funerali di don Vito Barbaglio, canonico della Cattedrale di Crema, morto il 18 marzo 2022, sono stati celebrati in Cattedrale, presieduti dal vescovo, lunedì 21 marzo 2022. Riportiamo di seguito l’omelia.

Con la lettura del racconto di Naamàn il Siro (cf. 2Re 5,1-15: prima lettura), comandante dell’esercito di Damasco che viene guarito dalla lebbra grazie all’intervento del profeta Eliseo – episodio che viene poi richiamato da Gesù nella sinagoga di Nazaret, per sottolineare l’apertura ai lontani della “buona notizia” che egli è venuto a portare, e che proprio i “vicini” sembrano invece più restii ad accogliere (cf. Lc 4,24-30: vangelo) – con questa lettura la liturgia quaresimale attira la nostra attenzione sul mistero del Battesimo.
L’acqua del Giordano, nella quale Naamàn si immerge sette volte, è uno dei segni anticipatori del Battesimo, che leggiamo nell’Antico testamento. La fonte che sgorga da Gesù Cristo, morto e risorto (il cui mistero pasquale, a sua volta, è anticipato e profetizzato dal rifiuto che egli subisce a Nazaret), purifica da ogni colpa, risponde in abbondanza a quella sete di Dio, di cui ci ha parlato il salmo, ed è punto di partenza di una vita autenticamente feconda.
Nel giorno in cui don Vito ha chiuso la sua lunga e laboriosa esistenza terrena, venerdì scorso, si leggeva il vangelo della parabola dei vignaioli che si rivelano incapaci di portare frutto. A quella sterilità risponde il dono di Dio in Gesù Cristo: e il battesimo fa scaturire l’acqua dello Spirito, che nutre le radici della nostra vita, e la rende simile a un albero rigoglioso, che dà frutti in abbondanza.
Questa rigogliosità, e fecondità, radicata nel Battesimo e poi in tutti i doni di Dio che lì hanno la loro sorgente, noi la contempliamo oggi in don Vito, mentre lo accompagniamo per il suo ultimo viaggio in questo mondo, al termine di una vita lunga – avrebbe compiuto 93 anni a giugno – donata a Dio e alla Chiesa nel ministero presbiterale, esercitato per quasi settant’anni.
C’è una lettera, manoscritta, che don Vito mandò al vescovo Carlo Manziana nel novembre del 1969, per chiedergli di dimettersi da due incarichi, perché sentiva in coscienza – scriveva – “di dovermi concentrare maggiormente per adempiere un po’ meglio ai miei impegni”.
E poi elencava i suoi incarichi dell’epoca:

– membro del Consiglio di Amministrazione diocesano
– membro del Consiglio di Amm.ne del S. Luigi
– membro della Commissione per il Clero
– membro del Consiglio Pastorale diocesano
– segretario del Consiglio Presbiterale
– segretario della Visita Pastorale
– un po’ di scuola in Seminario
– un po’ di scuola di religione a 140 alunni
– responsabile del Consultorio Matrimoniale
– assistente diocesano degli Uomini di A. C.
– assistente diocesano delle donne di A. C.
– Giudice istruttore al Tribunale Regionale Matrimoniale… e qualcosa d’altro ancora.

Stiamo parlando, lo sottolineo, di un don Vito quarantenne, prete da poco più di sedici anni: ne aveva davanti a sé, da vivere, ancora più di cinquanta! Non era ancora stato parroco, non aveva ancora svolto il suo lungo ministero in ospedale, non aveva ancora esercitato gli altri compiti importanti e delicati che gli saranno assegnati per la diocesi e per diversi gruppi di fedeli…
Da subito, dunque, un ministero fecondo. Ma don Vito era consapevole che questa fecondità domandava anche serietà, non poteva sorreggersi soltanto sull’accumulazione di impegni, per quanto generosamente assunti. E dunque non stupisce che in quella stessa lettera al Vescovo Manziana continuasse dicendo: “Lei mi capisce che non posso non sentirmi ridicolo”!
Mi sembra di leggere, in queste righe, la consapevolezza che la vita di un prete va spesa, va donata senza riserve, ma anche con discernimento; e anche curando il tempo della preghiera, della familiarità con Dio, dell’adorazione, della contemplazione… senza di che, il ministero rischia di ridursi ad attivismo, e vengono meno anche le forze fisiche, e ancor più interiori, per dedicarsi alle persone, per farsi delicato accompagnatore della vita, delle preoccupazioni, delle speranze e delle fatiche che tanti gli confidavano, per essere da lui guidati e sostenuti – ciò che ha saputo fare con grande disponibilità e sensibilità (il che – aggiungo – compensava tratti di un carattere che, a quanto ho sentito dire, non mancava dei suoi lati decisi e anche “spigolosi”).
Quando io l’ho conosciuto, cinque anni fa, tutti i vari incarichi erano ormai conclusi, tranne l’ufficio di Canonico di questa Cattedrale. Ho conosciuto il don Vito della preghiera, qui in Cattedrale o alla chiesa di San Giovanni in via Matteotti; ho conosciuto poi il don Vito della malattia, vissuta con grande pazienza e fede, e con un sorriso riconoscente che non mi ha mai fatto mancare, dal letto nel quale ha celebrato le sue ultime Messe…
C’è, anche in questo, una grande fecondità, che si è nutrita anche del suo attaccamento alla Vergine Maria, venerata e amata soprattutto come Regina della Pace nei pellegrinaggi a Medjugorie – ma ricordo anche con quale sano orgoglio mi parlava di quando aveva inventato l’iniziativa della “Madonna sul fiume” a Montodine…
Don Vito non si presenta certo a mani vuote, all’incontro definitivo con Dio. Sono sicuro, peraltro, che da noi egli si aspetti soprattutto preghiere di suffragio, più che complimenti o encomi, nella consapevolezza che le opere di bene di cui possiamo riempire le nostre mani sono sempre poca cosa, rispetto alla misericordia sovrabbondante di Dio, di cui tutti siamo mendicanti.
Non possiamo, in ogni caso, non ringraziare il Signore per come ha fatto germogliare attraverso don Vito tanti buoni frutti di vita evangelica. Di questa fecondità è simbolo anche il giardino di casa sua che, mi dicono, lasciava crescere in libertà, curandolo e amandolo senza tante regole.
Proprio pensando a questo giardino – nell’ombra del quale possiamo intravvedere il giardino della risurrezione del Signore – riprendo volentieri, in chiusura, una poesia che è stata dedicata a don Vito, e che forse avete già letto sull’ultimo numero del \emph{Nuovo Torrazzo}: «Le violette di marzo / dipingono il manto erboso / del tuo giardino / dove hai coltivato / sogni, speranze, amicizie e fede. \quad I fiori di San Giuseppe si ergono / solitari a incorniciare il viottolo / che conduce / alla tua amata casa / dove tanto hai ascoltato e pregato. \quad Minuscole foglioline sulle rose / accennano l’arrivo del mese / a te tanto caro / ai giorni dedicati alla tua amata / Regina della Pace. \quad Ma un altro giardino fiorito / ti reclama amico mio / appartieni ormai a quel tutto / che ti farà esclamare ancora… / Ma come sono fortunato!»

Al termine della Messa, prima del Rito di commiato, il vescovo ha aggiunto:

Condivido con tutti voi, e in particolare con i nipoti e famigliari di don Vito, i messaggi di condoglianze che mi sono arrivati dai vescovi più legati alla nostra Chiesa, in particolare mons. Carlo Ghidelli e mons. Franco Manenti.
Il mio predecessore, mons. Oscar Cantoni, vescovo di Como, così mi ha scritto: “Caro fratello vescovo Daniele: mi unisco alla vostra preghiera a suffragio di don Vito Barbaglio, che fu un valido collaboratore nella pastorale diocesana cremasca. Lo ebbi vicino, e gli sono grato, soprattutto nel corso dei lavori per il restauro della Cattedrale, un opera che lo coinvolse appassionatamente, dedicandosi con tanto impegno quale principale responsabile, ma che gli riservò numerose preoccupazioni. Il Signore Gesù, Pastore dei pastori, lo accolga nell’assemblea dei Santi e gli doni il premio promesso a quanti lo hanno seguito con fedeltà e amore”.
Si unisce al nostro cordoglio e assicura la sua preghiera anche l’arcivescovo di Ferrara – Comacchio, mons. Giancarlo Perego, originario di Agnadello, la parrocchia nella quale don Vito abitava quando venne ordinato prete, e alla quale rimase sempre molto legato.
Anche il presidente del Tribunale ecclesiastico regionale, mons. Paolo Bianchi, ha espresso la partecipazione al lutto, ricordando don Vito «con affetto come una persona buona e un giudice equilibrato».
Dio ricompensi tutti coloro che espressamente o nel segreto del cuore accompagnano la nostra Chiesa nel lutto e, insieme, nella nostra confessione di fede nel Dio che dà la vita ai morti e li chiama alla piena comunione con Sé.