Domenica delle Palme – Omelia del vescovo Daniele

È stato notato che tutto il racconto della passione di Gesù nel vangelo di Marco mette in rilievo la sua radicale solitudine.*
Gesù viene sempre più isolato, già a partire dalla prima scena del racconto, che vede la decisione dei capi di far morire Gesù, con l’aiuto che ricevono da Giuda; e poi ancora nella scena dell’unzione a Betania, dove il gesto di amore e conforto della donna che profuma il capo di Gesù è oggetto di indignazione; ma poi, ancora di più, a mano a mano che si va avanti, soprattutto quando a creare questa solitudine sono i discepoli, incapaci di vegliare con lui in preghiera, e che poi fuggono al momento dell’arresto, o rinnegano di averlo mai conosciuto, come fa Pietro; o, ancora, è la solitudine che deriva dal rifiuto opposto a Gesù dai capi del suo popolo, il rifiuto da parte di chi lo condanna a morte, gli insulti dei passanti sotto la croce… E, certo, fa parte di questa solitudine anche il silenzio di Dio, il quale pure sembra aver abbandonato Gesù, se prendiamo sul serio il grido che egli innalza dalla croce, subito prima di morire.
Fin dall’inizio della creazione Dio ha riconosciuto che «non è bene che l’uomo sia solo» (cf. Gen 2,18). Sì,ci sono anche momenti e situazioni nelle quali la solitudine può essere benefica, ma dobbiamo riconoscere che complessivamente essa è non è positiva per noi. Non lo è, soprattutto, nei momenti critici, difficili, nelle ore drammatiche della nostra vita. Non abbiamo bisogno di guardare tanto lontano: non potremo dimenticare facilmente la vicenda di tanti che nella crisi della pandemia, in particolare l’anno scorso, sono stati separati crudelmente dai loro cari e hanno dovuto affrontare la malattia e tante volte, purtroppo, la stessa morte, in solitudine, senza la possibilità di una parola o di un gesto di conforto; e d’altra parte, dobbiamo ancora una volta ricordare con riconoscenza il modo in cui tanti – medici, infermieri, personale sanitario, cappellani… – hanno supplito a questa solitudine facendosi almeno per un momento compagni di strada di chi stava per affrontare l’ultimo viaggio.
Gesù ha sperimentato la solitudine delle vittime innocenti, di chi è colpito e condannato ingiustamente; ha vissuto la lontananza delle persone care, il tradimento degli amici, il silenzio di chi lo sapeva innocente e non ha fatto niente per difenderlo… Ha sperimentato anche, dicevo, il silenzio di Dio: ma non si è lasciato vincere da questo silenzio. Proprio nei momenti più drammatici, nell’ora dell’agonia e nell’ora della morte, egli ha invocato Colui che poteva essergli vicino più di chiunque altro: ha invocato l’abbà, il Padre suo (cf. Mc 14,36); e ancora, nel suo ultimo grido, citando il Salmo 22, si rivolge a colui che chiama «Dio mio…», colui del quale lo stesso salmo arriva a dire: «Tu mi hai risposto!» (v. 22);
e di cui poi ancora dice: Dio «non ha disprezzato né disdegnato l’afflizione del povero, il proprio volto non gli ha nascosto ma ha ascoltato il suo grido di aiuto» (v. 25).
Nella sua passione, Gesù attesta che anche la solitudine più radicale può aprirsi all’invocazione di Dio, che si fa amico dell’uomo prigioniero del dolore e solo. Al tempo stesso, proprio nel momento in cui si sente abbandonato dagli uomini, e in particolare dai suoi discepoli, Gesù promette loro un legame nuovo e definitivo. Con le parole prese dal profeta Zaccaria, Gesù aveva annunciato l’abbandono dei discepoli (cf. 14,26 s.); ma a loro promette di precederli in Galilea (cf. 14,28 e 16,7), e cioè di ricostituire, al di là di questa morte, il legame incominciato quando lui li aveva chiamati a seguirlo.
La promessa della Pasqua è promessa di comunione, di nuovi vincoli di solidarietà, di familiarità, di amicizia. Accogliere questa promessa significa anche per noi accogliere la vicinanza di Dio, in Gesù Cristo, alla nostra vita; e imparare anche noi a intessere, con l’aiuto di Dio, quei legami di fraternità e di comunione senza i quali non potremmo vivere quella pienezza di umanità che Dio ha voluto per noi.

 

*Cf. R. Williams, Il Dio di Gesù nel vangelo di Marco, Magnano (VC), Qiqajon 2014, 72 ss.