Diario di viaggio dalla terra del Beato Alfredo Cremonesi

Il Vescovo Daniele scrive…

Ulteriori approfondimenti sono disponibili sul settimanale diocesano Il Nuovo Torrazzo.

Giovedì 6 febbraio 
Giornata di trasferimento da Yangon a Taungngu. Abbiamo celebrato verso mezzogiorno al santuario di Nostra Signora di Lourdes a Nyaung Lay.
Alla Messa hanno partecipato anche alcune signore birmane partite dall’estremo nord del paese per partecipare alla Novena della Madonna di Lourdes che di solito si tiene in questi giorni e che vede una grandissima affluenza. Due giorni prima, però, la diocesi di Yangon ha deciso di sospendere l’appuntamento, per via del Corona Virus: queste signore l’hanno saputo quando ormai avevano fatto la maggior parte del viaggio… Hanno avuto almeno l’opportunità di partecipare alla Messa con noi, e poi di venire a salutare, a chiedere benedizioni, foto ecc.
Siamo arrivati a Taungngu verso le 18: hotel stile un po’ coloniale, con camere in vari padiglioni sulla riva di un lago (e un mucchio di zanzare, che però pungevano poco o niente).
Cena nel ristorante dell’albergo con il vescovo Isaac, diversi preti e suore della diocesi (sono le Suore della Riparazione, che hanno una forte presenza qui in Myanmar – oltre 400 suore – e, a quanto ho sentito dire, lavorano molto bene; molte di loro sanno un po’ di italiano, perché hanno trascorso qualche periodo a Milano).

Venerdì 7 febbraio
Partenza mattutina (verso le 7) per Thandaungyi: si entra nelle montagne del regno Kareen e si incominciano a capire meglio le lettere nelle quali p. Cremonesi racconta delle sue marce per visitare le comunità dei cristiani Kareen (i “Cariani”) nei villaggi nascosti nella foresta su queste montagne scoscese. (Finora in pratica avevamo visto solo pianura: anche Taungngu è in pianura, ma la diocesi è molto grande e comprende un bel po’ di montagna).
Adesso questa è una zona di rifugiati: i Kareen chiedono una forma di autonomia, l’hanno chiesta con le armi fino a pochi anni fa, e molta gente si è spostata dalla parte più interna verso la zona che abbiamo visto noi, e vive in situazione precaria, anche se da qualche anno i Kareen hanno accettato di fare un percorso di trattativa pacifica, nella quale tra l’altro è coinvolta attivamente anche la Chiesa.
Siamo saliti fino in cima al monte Dawparkho, dove si trovano due luoghi religiosi ecumenici: uno costruito dai Battisti, all’altezza di 1460 metri, con una grande croce, e un cappella di preghiera: è la “montagna della preghiera”, vi si arriva con una scalinata di 374 gradini. Poco lontano c’è un altro cocuzzolo sul quale i cattolici hanno costruito a loro volta un luogo di culto e di preghiera. Le tre comunità, cattolica battista anglicana, vanno comunque abbastanza d’accordo, pare.
Ridiscendendo ci siamo fermati alla parrocchia cattolica di Thandaungyi. Il parroco, don Ludovico, parla italiano (ci sta anche aiutando nelle traduzioni in questi giorni), perché ha studiato sette anni in Italia, poi è stato per alcuni anni col PIME come missionario in Papua – Nuova Guinea, dopo di che il vescovo gli ha chiesto di rientrare in diocesi, anche se lui avrebbe preferito rimanere col PIME…).
Sembra un prete bravo, è stato anche direttore della Caritas, la sua parrocchia, in piena montagna, comprende vari villaggi ed è piuttosto povera. Si dà da fare particolarmente per i ragazzi e i giovani. Nella vecchia chiesa parrocchiale ha una piccola scuola materna, abbiamo visto cinque o sei bambini kareen, a scuola li aiutano specialmente per la lingua, perché devono imparare anche il birmano (il kareen è un’altra lingua) e stando in famiglia non ce la fanno.
Tornati a Taungngu abbiamo pranzato dalle suore della Riparazione vicino alla cattedrale (menu parzialmente italiano…), per preparaci poi a partire per i luoghi del martirio di p. Alfredo.
Il villaggio attuale si chiama Kaynikone. C’è una chiesa in muratura, costruita col contributo della diocesi di Crema, in sostituzione della vecchia chiesa in legno, che è ancora lì, usata per altre cose. Siamo arrivati (io in auto col vescovo Isaac, gli altri in pullman) accolti da un trionfo di bande, canti, danze…
Tra la chiesa vecchia e la nuova è stata fatta una torre campanaria con travi metalliche e due campane: discorso di presentazione da parte del catechista, benedizione del vescovo, taglio del nastro a tre (mons. Isaac, io e d. Maurizio), scampanio, applausi, canti ecc.
Poi ci si è avviati dov’era la missione di Donoku: in linea d’aria sarà un km o poco più, in auto (vescovo Isaac, io e d. Maurizio) o a piedi (gli altri) meno di un paio di km.
Come ho scritto nel messaggio per la Messa in Cattedrale, un cippo ricorda il luogo dove p. Alfredo cadde a terra, colpito a morte: insieme con la foto, vi sono riportate data e luogo di nascita, di morte e di beatificazione. Poco più in là, un altro cippo indica dove fu deposto il suo corpo. Prima della Messa sono stati benedetti entrambi i cippi.
È stata preparata una serie di cartelloni con foto, carte geografiche ecc., che presentano la vita e l’attività di p. Alfredo, con riferimento anche agli altri missionari del PIME che hanno lavorato qui; compreso un cartellone con molte foto della beatificazione. (Sempre qui era stata celebrata la Messa anche il 19 ottobre).
Sul terreno sono stati messi anche dei cartelli che ricordano dove si trovavano i vari edifici della missione – chiesa, casa delle suore, casa di p. Alfredo…
Alla Messa ha partecipato proprio tanta gente: presenti anche tanti preti della diocesi, suore, e anche alcuni padri del PIME: p. Livio, friulano, di cui avevo già sentito parlare (è amico di p. Criveller), lavora soprattutto a Yangon nel carcere minorile e in altri progetti analoghi), un giovane studente del PIME in stage, milanese, arrivato da pochi giorni, e anche un prete francese, delle Missions Etrangères di Parigi (l’equivalente francese del PIME), anche lui arrivato da pochi mesi…
È stato proprio un momento bello e commovente, anche se abbiamo capito poco di quel che è stato detto – in ogni caso, il vescovo ha fatto un’omelia molto breve, mentre più spazio è stato lasciato alla lettura di un profilo biografico del b. Alfredo.
Abbiamo mangiato negli ambienti vicini alla chiesa di Kaynikone e poi siamo rientrati, verso le 20, a Taungngu. Se ho capito bene, però, i cristiani della zona hanno fatto una veglia notturna di preghiera.

Sabato 8 febbraio
Partenza alle 7 dall’albergo (non senza aver ricevuto in dono, io e i preti, una fantastica giacca in stile birmano… mi sa che le foto sono già circolate ampiamente…) alla volta di Kaynikone-Donoku.
Alle 8, celebrazione della Messa, in tono più solenne rispetto a quella di venerdì pomeriggio, anche se forse con una presenza lievemente inferiore. In ogni caso, anche questa è stata una celebrazione intensa e partecipata (questa volta con un’omelia del vescovo Isaac lunghettina anziché no… quando poi non capisci una parola, sembra lunga il doppio).
Abbiamo ricordato anche gli altri missionari del PIME che hanno lavorato a Taungngu: il b. Paolo Manna, poi superiore del PIME, i pp. Galastri e Vergara, uccisi prima di p. Alfredo, il catechista Isidoro … , anche lui ucciso con p. Vergara.
Alla fine, discorso di saluto mio (anche in questo caso, tra le altre cose, ho chiesto di pregare per la liberazione di p. Maccalli), poi del p. Livio per il PIME, poi del parroco.
Alla fine della Messa, orgia di persone venute a salutare, ringraziare, chiedere benedizioni, foto… Per molti dei nostri cremaschi, che non avevano mai vissuto una esperienza del genere, è stato forse il momento più sorprendente e inaspettato.
La cosa più bella per me (ma non solo): un’anziana signora è venuta a farci vedere il crocifisso che portava al collo il b. Alfredo, probabilmente anche al momento del martirio.
A quanto sembra, era stato lasciato alla cuoca della missione, e poi è rimasto in famiglia, la signora che lo ha portato è una nipote di questa cuoca ormai morta. Provo ad allegare la foto.
Abbiamo poi concluso con un momento di preghiera di noi italiani davanti al monumento che ricorda il martirio.
Ancora pranzo alla chiesa di Kaynikone, poi le vie di d. Maurizio e mia si sono separate da quelle del resto del gruppo. Io e d. M. col vescovo siamo rientrati a Taungngu e dopo una tappa di mezz’ora dedicata alla visita di cattedrale e dintorni, siamo ripartiti alla volta di Leik Tho.
Il gruppo degli altri doveva passare a vedere la tomba del b. Alfredo e poi partire per Naypyitaw (la capitale). Sulla tomba del b. Alfredo c’è un piccolo grande enigma (ma questo l’abbiamo scoperto solo sabato sera, dopo cena, parlando col segretario del vescovo p. William e con p. Ludovico: quindi, mentre scrivo, non so cosa abbiano combinato gli altri). Nel 2017 il governo ha ordinato il trasferimento dei resti che si trovavano nel cimitero di Taungngu dove era stato sepolto anche il b. Alfredo in un’altra sede. Non è ben chiaro che cosa sia successo: secondo il segretario, è possibile che gli operai che hanno fatto il lavoro abbiano spostato solo la lapide, ma lasciando le ossa dov’erano. Forse, addirittura, è ormai impossibile trovare le ossa del b. Alfredo in una collocazione distinta: è possibile che siano state messe in un ossario comune.
Domenica mattina, prima di congedarci dal vescovo Isaac, ne abbiamo parlato con lui: ha detto che incaricherà qualcuno di fare indagini per vedere se possiamo saperne di più. (Certo, se neppure le ossa fossero più identificabili, potremmo dire che l’immersione del b. Alfredo in questo popolo si è proprio consumata fino alla fine, come voleva lui).
Tornando a noi e a sabato pomeriggio: dopo quasi due ore massacranti di macchina (è quasi tutta montagna; inoltre, se le strade sono in stato pietoso è anche, in parte, bisogna riconoscerlo, perché ci sono tantissimi cantieri di allargamento, manutenzione ecc.) d. M. e io, col segretario del vescovo, siamo arrivati a Leik Tho, luogo storico della presenza cattolica (e del PIME in particolare) in questa zona kareen dove la percentuale dei cattolici è particolarmente alta.
Due volte, in paese, la nostra strada è stata interrotta da una lunga e pittoresca processione mariana (in questi giorni si celebra la festa della Madonna di Lourdes, cui è dedicata la parrocchia), con un mucchio di gente e diverse bande che suonano soprattutto percussioni e una specie di flauto diffuso da queste parti (se non sbaglio, il PIME ha molto a che fare con la costituzione di queste bande musicali).
Siamo stati alloggiati nella casa di una famiglia di antica tradizione cattolica, che altre volte, in occasioni come questa, ospita preti: a Leik Tho si tengono infatti tutte le principali manifestazioni diocesane, anche perché presso la grande chiesa parrocchiale c’è anche un’ampia zona all’aperto, che permette celebrazioni con migliaia di persone. Ci hanno detto che praticamente tutte le famiglie cattoliche in queste occasioni ospitano chi viene da altri villaggi per le celebrazioni.
Sabato pomeriggio, dunque:  Messa con presenza di – a occhio – almeno 1500 persone, con i primi voti di due fratelli e la professione solenne di un altro fratello di una Congregazione diocesana (“Fratelli di S. Pietro”?), di consacrati laici, che svolgono varie attività in diocesi. La partecipazione della gente col canto e la preghiera è davvero impressionante…
Cena in casa della famiglia che ci ospita, con qualche chiacchiera con gli ospiti e soprattutto con i due preti che sono con noi, p. William e p. Ludovico parroco di Thandaungyi.

Domenica 9 febbraio 
Nello stesso spazio della Messa di ieri pomeriggio, e con ancora più gente, questa mattina alle 7 è incominciata la Messa per l’Ordinazione sacerdotale di cinque preti: durata poco meno di tre ore.
Qui c’è la consuetudine di queste varie bande strumentali, in parte tradizionali, in parte simili alle nostre, di adulti e di ragazzi. Si alternavano a suonare anche prima della Messa, poi durante la processione d’ingresso suonavano tutte assieme, ma brani diversi e mentre contemporaneamente si faceva il canto d’ingresso!
Liturgia parte in birmano, parte in latino e parte in inglese; mescolanza linguistica che vuole rispettare anche le etnie che non hanno il birmano come lingua madre (i Kareen, ad esempio, hanno anche testi biblici e liturgici tradotti nella loro lingua).
La liturgia è molto composta, nonostante la tanta gente presente e anche se i canti sono vivaci e anche, di per sé, “ballabili”; ma non c’è danza. Nella Messa di questa mattina c’è stata anche una processione dei doni in cui venivano portati beni in natura, supponiamo per la parrocchia.
(Le risorse economiche sono piuttosto scarse, e inoltre la diocesi ha subito un paio di furti per hackeraggio del c/c che ha in una banca di Honk Kong… Se ho capito bene, i preti ricevono l’equivalente di 400-500 euro all’anno e poi si devono arrangiare, contando soprattutto sulla generosità della gente, che però, almeno in queste zone, non sembra molto benestante).
Dopo Messa (seguita dalla solita folla di gente venuta a salutare, stringere la mano, chiedere una benedizione, baciare l’anello – credo che sia stato baciato di più in questi tre giorni che in tre anni di episcopato…), p. William ci ha portato a visitare il seminario minore, che accoglie circa 40-50 ragazzi.
La struttura, almeno secondo i nostri standard, è assai povera: per molti ragazzi provenienti dai villaggi più interni rappresenta comunque un miglioramento delle condizioni di vita.
La Chiesa, come del resto qualsiasi realtà che non sia lo Stato, non può istituire scuole: anche i seminaristi, quindi, frequentano la scuola pubblica.
Dopo il saluto alla famiglia che ci ha ospitato, siamo tornati un momento alla parrocchia per salutare il Vescovo, per poi riprendere la via per Taungngu e Naypytaw per ricongiungerci col resto del gruppo.

 

Lunedì 10 febbraio

È il giorno “politico” del nostro viaggio. Alle 10, al ministero degli Esteri, siamo ricevuti da Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace del 1991, “Consigliera dì stato” e Ministro degli Esteri, di fatto capo del governo (nonché leader del partito di maggioranza) in un paese dove gli equilibri sono molto complicati e l’esercito condiziona ancora in modo determinante tutti i processi politici. All’incontro partecipa anche p. Livio Maggi del PIME: anche per lui è la prima occasione di incontrare la San Suu Kyi. L’incontro, in un primo tempo un po’ formale, diventa via via più famigliare. All’inizio c’è un po’ di introduzione di Albertina Soliani, che è anche amica personale della San Suu Kyi; spiega la ragione principale del nostro viaggio (la celebrazione del b. Alfredo Cremonesi), accennando anche al ruolo avuto da Saw Maung nell’uccisione del b. Alfredo. Saw Maung ha avuto anche un posto particolare nella vicenda di San Suu Kyi, perché è stato tra i capi (se non il capo) della giunta militare nel periodo cruciale 1988-1992, periodo di grandi repressioni e anche della messa agli arresti domiciliari di Aung San Suu Kyi. Dopo Albertina parlo io: ringrazio per l’opportunità di questo incontro e dico qualcosa sul martirio del b. Alfredo nella linea della parola di Gesù “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”, e quindi un martirio che non è “contro” nessuno, ma è “per”, in particolare per la Chiesa e il popolo birmani. Aung Saan Suu Kyi ci ringrazia per la visita, che legge come segno ulteriore di amicizia e attenzione da parte degli italiani per il Myanmar; e si riferisce al martirio del b. Alfredo richiamando la “preghiera semplice” (detta) di S. Francesco: O Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace; dov’è odio, che io porti amore; dov’è offesa, che io porti il perdono… P. Alfredo ha fatto esattamente questo, in un momento in cui il popolo birmano era dilaniato da lotte e confitti. Poi ci viene offerto un piccolo rinfresco, in particolare con dolci di riso caratteristici di questo periodo dell’anno in cui si celebra appunto una specie di “festa del riso”, che è un elemento basilare dell’alimentazione birmana. Così, mentre ci raggruppiamo attorno ai vari tavolini (in piedi) la San Suu Kyi passa da un gruppo all’altro a salutare e conversare. È molto interessata a ciò che riguarda il mondo giovanile; ascolta p. Livio che le presenta le varie iniziative che il PIME, attraverso la ONG costituita a questo scopo, svolge per i giovani; accenna alla questione della tossicodipendenza, che è una vera piaga sociale tra i giovani. Ci chiede qual è l’atteggiamento dei giovani in Italia a proposito della religione: rispondo che la maggior parte dei giovani tende a fuggire le forme “organizzate” della vita religiosa, ma questo non vuol dire che non abbiano percorsi molto individuali di vita ‘spirituale’ o anche di fede vera e propria. Secondo lei, questo dipende anche dal fatto che i giovani mancano di consapevolezza riguardo agli impegni che si devono assumere. Lei lo vede in particolare nel suo partito, la Lega per la democrazia, dove ci sono anche tanti giovani che si iscrivono, ma pensando più ai vantaggi che ne possono avere, che non all’impegno che si devono assumere. L’incontro si conclude con il canto di “Volare”, magistralmente diretto da don Elio, e poi con la foto di gruppo; ma la “Signora”, come viene chiamata qui, ci dedica ancora un po’ di tempo, accompagnandoci fino al pullman. Naypyitaw, capitale ufficiale del Myanmar dal 2005, sembra una città fantasma: ci sono viali enormi, con traffico quasi inesistente. Il ristorantino in cui mangiamo qualcosa dopo l’incontro con la San Suu Kyi è a lato di una strada con otto corsie per senso di marcia: ci passeranno a dir molto tre-quattro auto al minuto. E non è la strada più larga, che arriva a dieci corsie per senso di marcia, e porta al Parlamento. Tutt’altra cosa rispetto alle strade interne del paese, molto più scassate e molto più trafficate. I motorini, soprattutto – vietati a Yangon – sono di gran lunga il mezzo di trasporto preferito, specie in pianura. Arriviamo al Parlamento nel primo pomeriggio. È una costruzione monumentale, persa in mezzo al verde, apparentemente fuori dal centro di Naypyitaw (ammesso che Naypyitaw abbia un “centro”: non sono riuscito a capirlo). Ci fanno visitare, oltre al grande atrio di ingresso, l’aula della “Camera alta”, dove si svolgono anche le sessioni comuni delle due Camere di cui è composto il Parlamento o Hluttaw: Camera dei rappresentanti (330 membri eletti su base nazionale), Camera delle nazioni (12 eletti per ciascuno dei 14 stati o regioni che formano l’Unione del Myanmar). In ciascuno dei due rami del Parlamento siede anche un 25 % di membri dell’esercito. Poiché la costituzione è fatta in modo che le leggi (almeno quelle principali se ho ben capito) abbiano bisogno del 75 % + 1 dei voti per essere approvate, è chiaro che ogni cambiamento importante non può essere fatto senza il consenso dell’esercito. Poiché tutti, qui, girano con le infradito, il Parlamento non fa eccezione, e le infradito sono normali anche per funzionari, personale ecc. Non abbiamo visto dei parlamentari (c’era una sessione mattutina, già conclusa quando siamo arrivati noi), e non so dire se anche loro girino in questo modo. Il resto della giornata è stato il trasferimento, sempre lungo e faticoso (quasi cinque ore) da Naypyidaw a Bagan, dove siamo arrivati per cena.