Commemorazione dei fedeli defunti – Omelia del Vescovo

Martedì 2 novembre 2021 il vescovo Daniele ha presieduto nella Cattedrale di Crema la celebrazione dell’Eucaristia nella Commemorazione dei fedeli defunti, nel corso della quale si è pregato anche in particolare per i vescovi defunti della diocesi. Riportiamo di seguito l’omelia del vescovo.

Nei giorni scorsi ho visto circolare – o piuttosto ho rivisto, perché non è stata la prima volta – un proverbio che dice più o meno: «Hanno cercato di seppellirmi, ma non sapevano che io sono un seme».
Viene citato molto come proverbio messicano, altri dicono africano… poco importa, in definitiva: spesso in culture e situazioni diverse nascono proverbi simili. Quel che è certo, è che questa frase si applica perfettamente, prima di tutto, a ciò che noi crediamo di Gesù Cristo e del suo mistero pasquale, che celebriamo ogni volta che siamo riuniti intorno all’altare per l’Eucaristia, e che questa sera in particolare vogliamo celebrare nella preghiera per i nostri cari defunti, e anche per i vescovi defunti della nostra Chiesa di Crema.
All’immagine del seme, chiamato a sparire, a essere sepolto nella terra, per portare un frutto abbondante, si è richiamato Gesù stesso quando, nel vangelo di Giovanni, proclama che la sua «ora» è giunta: «In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).
Per il Signore, però, non si tratta semplicemente di un processo naturale, com’è appunto quello del seme. Subito dopo, infatti, aggiunge: «Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (v. 25).
Sappiamo che nel linguaggio della Bibbia la coppia di verbi ‘amare / odiare’ viene usata per indicare un ordine di preferenza. Potremmo forse parafrasare così: chi vuole conservare a tutti i costi la sua vita, la perde; mentre chi non ha paura di perderla, la conserverà per la vita eterna. Gesù sta pensando a se stesso, alla passione e croce che sono ormai alle porte; sta pensando all’istinto dell’uomo che vorrebbe attaccarsi alla propria vita, resistere alla prospettiva di un dono di sé che può apparire troppo impegnativo, troppo esigente…
Ma Gesù sa bene che solo attraverso questo dono si realizza quella fecondità che noi riscontriamo nel seme sepolto nella terra e capace, così, di portare frutto in abbondanza. Per questo, la sua Pasqua dice fino in fondo la verità del proverbio che ho citato prima. Hanno cercato di seppellire Gesù, senza sapere che egli ha voluto essere seme; e la sua risurrezione dice appunto la fecondità eterna di quel dono, più forte della morte stessa.
Scrivendo ai Corinzi, che avevano dubbi intorno alla risurrezione dei morti, san Paolo si richiama alla stessa immagine del seme. «Ma qualcuno dirà: “Come risorgono i morti? Con quale corpo verranno?”. Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore. Quanto a ciò che semini, non semini il corpo che nascerà, ma un semplice chicco di grano o di altro genere. E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo…» (1Cor 15,35-38: cf. II lettura).
La preoccupazione immediata dell’apostolo, qui, è di dire che ci sono al tempo stesso continuità e differenza, nella nostra condizione terrena, e nella condizione di risorti in Cristo, che possiamo solo immaginare. Il corpo dei risorti sarà diverso da quello della nostra condizione terrena, così come la pianta è diversa dal seme; però, al tempo stesso, quella pianta viene da quel seme, e senza quel seme non ci sarebbe stata quella pianta.
E questo, naturalmente, ci porta anche a riflettere, e a chiederci: che cosa seminiamo, nella nostra vita? Perché ciò che seminiamo – o, piuttosto, il tipo di seme che vogliamo essere – non è senza rapporto con il nostro destino futuro. E forse, più ancora: se abbiamo paura di essere seme, se cerchiamo di difendere la nostra vita come un possesso geloso, se rifuggiamo dalla logica del dono, e quindi anche dal rischio di «perdere» qualcosa di noi, allora la morte ci sembrerà soltanto la perdita totale, il fallimento assoluto.
Se, invece, accogliamo la proposta del Signore – «Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» – se, insomma, come lui accettiamo di diventare seme, attraverso il dono di noi stessi, non ci farà paura quell’ultimo finire nella terra, che è la nostra morte terrena; ci potremo accostare ad essa come alla semina ultima e definitiva, già anticipata in tutto il bene che, per dono di Dio, avremo saputo disseminare in questa nostra vita.
Commemorando i fedeli defunti, noi preghiamo Dio perché li accolga tutti nella gioia e nella vita eterna. Gli chiediamo di rendere ancora più abbondante il raccolto di ciò che hanno potuto seminare, per sua grazia, nella loro vita terrena; lo supplichiamo di farli crescere definitivamente come piante rigogliose, piantate per la vita che non avrà più fine.
Ma questa preghiera fiduciosa e riconoscente è anche preghiera per noi, perché sappiamo preparare la nostra morte, imparando a non avere paura di gettare nel dono di amore la nostra vita in una semina abbondante e generosa. Sì, bisogna prepararsi alla morte: non nella paura, non nascondendola, come spesso cerca di fare la nostra mentalità, ma ricordando che «chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà» (2Cor 9,6).
Guardando al Signore Gesù, chiediamo la grazia di sapere «seminare con larghezza», perché solo una vita spesa nell’amore e nel dono di sé, come quella di Cristo, è al riparo da ogni paura, e non teme l’oscurità della morte, perché aspetta di germogliare in risurrezione e vita eterna.