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DEDICAZIONE DELLA CATTEDRALE: IL PONTIFICALE DEL VESCOVO DANIELE

Il vescovo di Crema mons. Daniele Gianotti ha celebrato ieri sera, domenica 14 gennaio alle 18, la Messa pontificale per l’anniversario della Dedicazione della Cattedrale.

 

INCONTRO CON DIO È ATTRAVERSO CRISTO E IL SUO CORPO 

Nella sua omelia mons. Gianotti ha chiarito che l’incontro con Dio non avviene in un edificio come nel mondo greco o ebraico, ma attraverso Gesù Cristo e il suo corpo. È nel suo stesso Figlio, infatti, che Dio stabilisce la sua abitazione tra gli uomini, ed è Lui che unisce a se la comunità dei credenti fatta di pietre vive.

 

CATTEDRALE DI CREMA MODELLO DI CHIESA ORIENTATA A DIO E FRATELLI

Ma la Chiesa, ha detto mons. Gianotti, ha anche bisogno di una casa, di una domus. Ed è il Duomo, la cattedrale del vescovo, che simboleggia l’unità diocesana. “La nostra Cattedrale con la sua bellezza ci ricorda ciò che la Chiesa diocesana dovrebbe essere per rispondere alla sua vocazione nella nostra terra”. Deve infatti avere, proprio come la struttura della nostra Cattedrale, “una dimensione verticale che ci orienta a Dio e una orizzontale che ci orienta ai fratelli”. È importante che le nostre chiese “restino luoghi di preghiera, adorazione, contemplazione e celebrazione. Una comunità che non lo fa, infatti, non può essere segno trasparente di Lui”. La nostra Cattedrale, ha detto il vescovo Daniele, non ha una piazza immensa, ma è una chiesa tra le case, fisicamente vicina ai luoghi pubblici della città, con le porte che si aprono in ogni direzione, che si fa vicina e prossima a tutti, anche a chi sta ai margini, come in occasione della pestilenza quando è stata luogo di accoglienza per gli appestati.

 

Dedicazione della Cattedrale

L’OMELIA DEL VESCOVO DANIELE

Per chiunque voglia vivere in modo non superficiale il proprio rapporto con Dio, è inevitabile porsi la domanda di quali siano le condizioni, i tempi, i luoghi, nei quali sia possibile vivere questa relazione. Certo, i mistici insegnano che bisogna «andare oltre», oltrepassare ogni realtà «materiale», che dovrebbe fare da supporto all’incontro con Dio; ma la maggior parte dei credenti, ben sapendo che Dio non può essere identificato con nessuna realtà di questo mondo, cerca comprensibilmente l’appoggio di qualche realtà sensibile, che l’aiuti a vivere la propria fede.

Anche per noi cristiani si pone la domanda se esista un qualche luogo in cui incontrare Dio, se esista una «casa di Dio»; e forse molti cristiani troverebbero del tutto naturale rispondere che la «casa di Dio» è la chiesa. Lo si insegna già anche ai bambini e ragazzi del catechismo, con l’intenzione di far loro osservare un comportamento conveniente: siamo in chiesa, siamo nella «casa di Dio»…!

«Casa di Dio» è una delle espressioni con le quali spesso la Bibbia qualifica il tempio, in particolare quello di Gerusalemme; e sembra del tutto ovvio che questa espressione sia passata dal tempio alle nostre chiese.

Sembra ovvio, ma è sbagliato, e dobbiamo dirlo con molta chiarezza: le nostre chiese – compresa la nostra bellissima cattedrale – non sono la «casa di Dio», non sono l’equivalente del tempio nel mondo ebraico, e meno ancora dei templi greci o romani.

Solo questa chiarezza ci permette di capire bene i gesti e le parole di Gesù, che abbiamo ascoltato nel vangelo (Gv 2, 13-22): gesti e parole che annunciano la fine del tempio – perché di questo si tratta: Gesù non viene semplicemente a «mettere ordine» in un certo commercio che si svolgeva nei cortili del tempio; viene ad annunciare l’arrivo di ciò che porta a compimento, in modo radicalmente nuovo e definitivo, ciò a cui il tempio tendeva, e cioè appunto l’incontro fra Dio e l’uomo, fra Dio e il suo popolo.

Questo incontro, ormai, non avverrà più grazie a un edificio, ma in Gesù stesso. Egli annuncia la distruzione e la ricostruzione del tempio ma – osserva l’evangelista – «parlava del tempio del suo Corpo»; perché è in Gesù Cristo morto e risorto che Dio ha stabilito definitivamente la sua abitazione in mezzo agli uomini; la «casa di Dio» è il suo stesso Figlio, che ha fatto sua la nostra umanità e nella Pasqua l’ha resa per sempre il tempio di Dio nel mondo.

E non si tratta soltanto dell’umanità di Gesù, perché egli unisce a sé tutti i credenti in lui per farne una sola famiglia, la Chiesa fatta di «pietre vive», la Chiesa dei credenti e dei discepoli: quella Chiesa che – a patto di restare unita a Cristo, come i tralci alla vite (cf. Gv 15, 1 ss.) – è essa stessa la «casa di Dio» in mezzo agli uomini, il «luogo» vivente, nel quale Dio si lascia incontrare.

 

Questa Chiesa ha bisogno di una casa: e le nostre chiese sono appunto le domus ecclesiae, la «casa della Chiesa»; e da questa espressione latina, domus Ecclesiae, vengono anche due delle parole che indicano l’edificio dove la comunità cristiana si raduna, il «duomo» o la «chiesa»; e tra queste la chiesa del vescovo, la «cattedrale», dove si trova la sua «cattedra», la chiesa che simboleggia l’unità di tutta la diocesi.

E proprio la nostra magnifica cattedrale, costruita con impegno d’amore e sapienza architettonica, e via via nel corso dei secoli adornata e restaurata, ci ricorda con la sua stessa bellezza ciò che la Chiesa, la nostra Chiesa diocesana, dovrebbe essere, per rispondere alla sua vocazione in questa nostra terra.

Lo dico riferendomi ancora una volta – l’ho già accennato in un’altra occasione – alle due dimensioni che mi sembrano straordinariamente armonizzate in questo edificio, il verticale e l’orizzontale: le due dimensioni che ci orientano, naturalmente, a Dio e ai fratelli.

Nessuna comunità cristiana potrà essere «casa di Dio» in mezzo agli uomini, se essa non è prima di tutto «rivolta al Signore», orientata a lui, raccolta non nella contemplazione di se stessa, ma di Dio, in ascolto della sua parola, nella celebrazione del suo dono di salvezza, compiuto in Cristo, per la potenza dello Spirito.

È importante, in questo senso, che le nostre chiese, e questa cattedrale, restino sempre anzitutto il luogo della preghiera, dell’ascolto di Dio, dell’incontro orante con Lui, dell’adorazione e della contemplazione. Una comunità cristiana che non sa ascoltare, contemplare, celebrare e servire Dio, difficilmente potrà essere segno trasparente di Lui. E dobbiamo certamente essere riconoscenti di avere una cattedrale davvero propizia – nella sua forma, ma anche nella vita liturgica che vi si svolge – a questo incontro con Dio.

Ma io trovo bello che la nostra cattedrale non abbia davanti e intorno a sé una piazza immensa, e sia invece una chiesa tra le case, fisicamente vicina ai luoghi della vita pubblica e privata della città, e che le sue porte si aprano in ogni direzione, come immagine di una Chiesa che vuole stare dentro alla città, vicina agli uomini, prossima in particolare a quanti rischiano di rimanere più ai margini.

Mi ha colpito sapere che in occasione delle pestilenze che hanno flagellato in passato la città, la cattedrale sia stata luogo di accoglienza degli appestati. Quale immagine più eloquente di una comunità cristiana che apre le sue porte a tutti, agli ultimi e ai poveri in particolare, e proprio così diventa luogo in cui è possibile incontrare l’amore di Dio, manifestato in Gesù?

Questa nostra cattedrale, di cui celebriamo oggi la dedicazione, diventa così, per me vescovo, e per tutta la nostra Chiesa di Crema, un dono e un compito: questa bellissima «casa della Chiesa cremasca», che i nostri padri ci hanno donato, ci dice che il compito di rendere presente Dio e il suo amore in mezzo agli uomini è affidato a noi; e lo potremo realizzare solo restando uniti, in virtù dello Spirito, a Cristo e come lui, il Figlio diletto, orientati al Padre e disposti a fare della nostra vita un dono d’amore per i fratelli.

 

Così si edificherà l’umanità nuova, la Gerusalemme del cielo, di cui il veggente dell’Apocalisse dice di non vedere «alcun tempio in essa, perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio» (Ap 22, 22).






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