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EPIFANIA: IL PONTIFICALE DEL VESCOVO DANIELE

Solennità dell’Epifania oggi, a chiusura del periodo natalizio. Il vescovo mons. Daniele Gianotti ha presieduto l’Eucarestia solenne in cattedrale questa mattina alle ore 11.

 

LA VISITA DEI MAGI

La festa di oggi ricorda i tre Re Magi che vennero a far visita ed ad adorare il Signore Gesù, figlio di Dio fatto uomo, portando in dono oro, incenso e mirra. Profezia di tutti i popoli che sarebbero venuti a cercare e a incontrare il Cristo Salvatore del mondo. Come è noto i tre doni significano: l’oro la regalità di Cristo, l’incenso la sua divinità, la mirra è profezia della sua morte e delle sua risurrezione.

 

LE PAROLE DEL VESCOVO DANIELE

Nell’omelia del pontificale di oggi, accompagnato – come sempre – dalla Polifonica F. Cavalli diretta dal maestro Alberto Dossena, mons. Gianotti ha colto un aspetto particolare della narazione evangelica. 

“L’aspetto che forse più colpisce – ha detto – è la reazione di «tutta Gerusalemme»: tutta la popolazione della città santa rimane sorpresa e sconvolta dall’arrivo di quella che doveva essere una carovana consistente; ancor più sconvolgente doveva essere sentirsi dire da questi stranieri, provenienti dall’Oriente, che era nato «il re dei Giudei»; se ne interessa, per i motivi che purtroppo sappiamo, il re Erode; vengono tirate in ballo le autorità religiose di Israele… e nessuno, stando al racconto, si prende la briga di andare fino a Betlemme, di fare quei pochi chilometri.” Insomma,  Gerusalemme rimane estranea a ciò che si annuncia con la nascita di Gesù e quando la santamfamiglia tornerà dall’Egitto, non tornerà a Gerusalemme o a Betlemme, ma in Galilea, in una regione considerata semipagana.

 

QUANTO È SUCCESSO AI MAGI È AVVENUTO AI TEMPI DEGLI EVANGELISTI...

Il vescovo Daniele ha visto in questo quanto è successo ai cristiani  che meditavano su questo racconto al tempo in cui l’evangelista scrisse il Vangelo: “leggevano nell’episodio dei Magi l’anticipazione di ciò che essi avevano sperimentato. Anche al loro tempo si era verificato qualcosa di simile a ciò che accadde con i Magi: solo pochi, all’interno del popolo di Israele, avevano aderito al vangelo; mentre, sorprendentemente, i «pagani», le «genti», avevano creduto alla predicazione cristiana e, come i Magi, da «lontani» che erano, si erano fatti «vicini».

 

...E AVVIENE ANCHE OGGI

Tutto ciò ci indica – ha concluso il vescovo – che “la salvezza e la luce che Gesù porta, sono destinati a tutti. Come questo avvenga, Dio solo lo sa, anche se forse qualche volta possiamo intuirlo. Ciò che accadde tanto tempo fa a Gerusalemme, può accadere anche oggi con noi, che vogliamo essere discepoli di Gesù. Dio accende le sue stelle per i «lontani», ma poi in un modo o nell’altro li manda anche verso di noi, ed è a noi credenti che ancora viene chiesto di rispondere alla domanda: «dov’è il Re dei Giudei, che è nato?». E dovremmo poter dire che è possibile incontrarlo nella nostra vita, nelle nostre comunità cristiane, nel nostro modo di testimoniare e vivere il Vangelo. E il mistero del «no» al dono di Dio, del rischio di dire di «no» a Gesù e al suo Vangelo, è ancora attuale: è attuale in noi, prima di tutto.”

Oggi pomeriggio in tutte le parrocchie si celebrerà la Festa della Santa Infanzia e i bambini saranno chiamati attorno a Gesù Bambino per far festa con lui... il Bambino divino.  

 

 

IL TESTO INTEGRALE DELL’OMELIA DEL VESCOVO DANIELE

 

Fra tutti gli aspetti sorprendenti, fra tutte le domande che suscita il racconto della venuta dei Magi a Gerusalemme e poi a Betlemme – domande destinate per lo più a rimanere senza risposte sicure – l’aspetto che forse più colpisce è la reazione di «tutta Gerusalemme»: tutta la popolazione della città santa rimane sorpresa e sconvolta dall’arrivo di quella che doveva essere una carovana consistente; ancor più sconvolgente doveva essere sentirsi dire da questi stranieri, provenienti dall’Oriente, che era nato «il re dei Giudei»; se ne interessa, per i motivi che purtroppo sappiamo, il re Erode; vengono tirate in ballo le autorità religiose di Israele… e nessuno, stando al racconto, si prende la briga di andare fino a Betlemme, di fare quei pochi chilometri – neanche due ore di strada a piedi – per vedere che cosa è successo!

La spiegazione di questa stranezza la dobbiamo cercare, probabilmente, nella prospettiva d’insieme del vangelo di Matteo: e ce la suggerisce l’evangelista stesso quando, alla fine del racconto, riferisce che i Magi, «avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese» (Mt 2, 12).

Non tornano a Gerusalemme: la città santa rimane estranea a ciò che si annuncia con la nascita di Gesù. Con lui, il «regno di Dio» ha preso dimora in questo mondo, egli è veramente «il re dei giudei»; ma quando la famiglia di Gesù, dopo la fuga in Egitto, riprenderà la via della Terra santa, non ritornerà in Giudea, né a Betlemme, né a Gerusalemme; avvertita da un sogno, anche in questo caso, andrà a stabilirsi in Galilea, a Nazaret (cf. 2, 22 s.); e quando Gesù incomincerà la sua missione, l’evangelista noterà che ciò accade appunto nella «Galilea delle genti» (cf. 4, 15), in una regione considerata semipagana, e non nella città santa, sede del tempio e delle autorità religiose di Israele.

Spesso, nei vangeli, i luoghi non danno solo indicazioni geografiche, ma suggeriscono riflessioni per la fede: Gerusalemme qui è in qualche modo simbolo del «no» detto a Gesù: il no del potere politico che cerca di eliminare il presunto avversario; il no del potere religioso, che pure sa leggere e interpretare correttamente le sacre Scritture, ma poi non ne tira le conseguenze; il «no» della folla, che si lascia facilmente manovrare, come accadrà poi nei giorni della Passione…

E questo «no» è ancora più paradossale, ancora più stridente, in quanto si confronta con il sì di quelli che vengono da lontano, e sono certamente dei pagani, studiosi e forse persino adoratori degli astri… Eppure, proprio loro si sono lasciati attirare fino a Gesù; proprio loro, seguendo la stella e anche mettendosi in ascolto di ciò che il popolo di Israele poteva loro insegnare, arrivano fino a Betlemme e si piegano in adorazione davanti al Bambino.

I cristiani che meditavano su questo racconto al tempo in cui l’evangelista scrisse il Vangelo leggevano nell’episodio dei Magi l’anticipazione di ciò che essi avevano sperimentato. Anche al loro tempo – forse quaranta, cinquant’anni dopo la Pasqua di Gesù – si era verificato qualcosa di simile a ciò che accadde con i Magi: solo pochi, all’interno del popolo di Israele, avevano aderito al vangelo; mentre, sorprendentemente, i «pagani», le «genti», avevano creduto alla predicazione cristiana e, come i Magi, da «lontani» che erano, si erano fatti «vicini».

E che insegnamento potevano ricavare, da tutto questo, i cristiani di allora, e anche noi oggi?

In primo luogo, senz’altro, il ricordarci che Gesù Cristo, e la salvezza e la luce che egli porta, sono destinati a tutti. Dio, possiamo esserne sicuri, continua a chiamare tutti all’incontro con Gesù e con il suo vangelo; e ancora oggi vi sono uomini e donne che riteniamo «lontani», ma per i quali si accendono stelle che li conducono verso Cristo.

Come questo avvenga, Dio solo lo sa, anche se forse qualche volta possiamo intuirlo. Più importante però è il fatto che tutto questo non rende assolutamente inutile, tutt’altro, la testimonianza di quanti sono «vicini». Ciò che accadde tanto tempo fa a Gerusalemme, può accadere anche oggi con noi, che vogliamo essere discepoli di Gesù. Dio accende le sue stelle per i «lontani», ma poi in un modo o nell’altro li manda anche verso di noi, ed è a noi credenti che ancora viene chiesto di rispondere alla domanda: «dov’è il Re dei Giudei, che è nato?». E dovremmo poter dire che è possibile incontrarlo nella nostra vita, nelle nostre comunità cristiane, nel nostro modo di testimoniare e vivere il Vangelo… e non è una sfida da poco.

Il mistero del «no» al dono di Dio, del rischio di dire di «no» a Gesù e al suo Vangelo, è ancora attuale: è attuale in noi, prima di tutto. Dobbiamo essere vigilanti, al riguardo: sostenuti però da questa certezza, che ci viene ricordata ogni volta che, come adesso, celebriamo l’Eucaristia: la certezza che la risposta di Gesù – e di Dio – al «no» è stata non la condanna, non il rifiuto, ma il dono della sua vita, la grazia del suo perdono, la fedeltà del suo amore.

 

Sostenuti da questa certezza, chiediamo a Dio che le nostre comunità cristiane, e la Chiesa tutta siano aiuto e testimonianza per tutti quelli che ancora oggi cercano Dio e il suo amore nell’oscurità e nelle tenebre, perché possano scoprire la luce di Cristo e sperimentare la gioia che deriva dall’incontro con Lui.






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