Omelie

OMELIA DEL PONTIFICALE DELL'EPIFANIA. 6.01.2018

Solennità dell’Epifania

 

Cattedrale di Crema, 6 gennaio 2018


 

Fra tutti gli aspetti sorprendenti, fra tutte le domande che suscita il racconto della venuta dei Magi a Gerusalemme e poi a Betlemme – domande destinate per lo più a rimanere senza risposte sicure – l’aspetto che forse più colpisce è la reazione di «tutta Gerusalemme»: tutta la popolazione della città santa rimane sorpresa e sconvolta dall’arrivo di quella che doveva essere una carovana consistente; ancor più sconvolgente doveva essere sentirsi dire da questi stranieri, provenienti dall’Oriente, che era nato «il re dei Giudei»; se ne interessa, per i motivi che purtroppo sappiamo, il re Erode; vengono tirate in ballo le autorità religiose di Israele… e nessuno, stando al racconto, si prende la briga di andare fino a Betlemme, di fare quei pochi chilometri – neanche due ore di strada a piedi – per vedere che cosa è successo!

La spiegazione di questa stranezza la dobbiamo cercare, probabilmente, nella prospettiva d’insieme del vangelo di Matteo: e ce la suggerisce l’evangelista stesso quando, alla fine del racconto, riferisce che i Magi, «avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese» (Mt 2, 12).

Non tornano a Gerusalemme: la città santa rimane estranea a ciò che si annuncia con la nascita di Gesù. Con lui, il «regno di Dio» ha preso dimora in questo mondo, egli è veramente «il re dei giudei»; ma quando la famiglia di Gesù, dopo la fuga in Egitto, riprenderà la via della Terra santa, non ritornerà in Giudea, né a Betlemme, né a Gerusalemme; avvertita da un sogno, anche in questo caso, andrà a stabilirsi in Galilea, a Nazaret (cf. 2, 22 s.); e quando Gesù incomincerà la sua missione, l’evangelista noterà che ciò accade appunto nella «Galilea delle genti» (cf. 4, 15), in una regione considerata semipagana, e non nella città santa, sede del tempio e delle autorità religiose di Israele.

Spesso, nei vangeli, i luoghi non danno solo indicazioni geografiche, ma suggeriscono riflessioni per la fede: Gerusalemme qui è in qualche modo simbolo del «no» detto a Gesù: il no del potere politico che cerca di eliminare il presunto avversario; il no del potere religioso, che pure sa leggere e interpretare correttamente le sacre Scritture, ma poi non ne tira le conseguenze; il «no» della folla, che si lascia facilmente manovrare, come accadrà poi nei giorni della Passione…

E questo «no» è ancora più paradossale, ancora più stridente, in quanto si confronta con il sì di quelli che vengono da lontano, e sono certamente dei pagani, studiosi e forse persino adoratori degli astri… Eppure, proprio loro si sono lasciati attirare fino a Gesù; proprio loro, seguendo la stella e anche mettendosi in ascolto di ciò che il popolo di Israele poteva loro insegnare, arrivano fino a Betlemme e si piegano in adorazione davanti al Bambino.

I cristiani che meditavano su questo racconto al tempo in cui l’evangelista scrisse il Vangelo leggevano nell’episodio dei Magi l’anticipazione di ciò che essi avevano sperimentato. Anche al loro tempo – forse quaranta, cinquant’anni dopo la Pasqua di Gesù – si era verificato qualcosa di simile a ciò che accadde con i Magi: solo pochi, all’interno del popolo di Israele, avevano aderito al vangelo; mentre, sorprendentemente, i «pagani», le «genti», avevano creduto alla predicazione cristiana e, come i Magi, da «lontani» che erano, si erano fatti «vicini».

E che insegnamento potevano ricavare, da tutto questo, i cristiani di allora, e anche noi oggi?

In primo luogo, senz’altro, il ricordarci che Gesù Cristo, e la salvezza e la luce che egli porta, sono destinati a tutti. Dio, possiamo esserne sicuri, continua a chiamare tutti all’incontro con Gesù e con il suo vangelo; e ancora oggi vi sono uomini e donne che riteniamo «lontani», ma per i quali si accendono stelle che li conducono verso Cristo.

Come questo avvenga, Dio solo lo sa, anche se forse qualche volta possiamo intuirlo. Più importante però è il fatto che tutto questo non rende assolutamente inutile, tutt’altro, la testimonianza di quanti sono «vicini». Ciò che accadde tanto tempo fa a Gerusalemme, può accadere anche oggi con noi, che vogliamo essere discepoli di Gesù. Dio accende le sue stelle per i «lontani», ma poi in un modo o nell’altro li manda anche verso di noi, ed è a noi credenti che ancora viene chiesto di rispondere alla domanda: «dov’è il Re dei Giudei, che è nato?». E dovremmo poter dire che è possibile incontrarlo nella nostra vita, nelle nostre comunità cristiane, nel nostro modo di testimoniare e vivere il Vangelo… e non è una sfida da poco.

Il mistero del «no» al dono di Dio, del rischio di dire di «no» a Gesù e al suo Vangelo, è ancora attuale: è attuale in noi, prima di tutto. Dobbiamo essere vigilanti, al riguardo: sostenuti però da questa certezza, che ci viene ricordata ogni volta che, come adesso, celebriamo l’Eucaristia: la certezza che la risposta di Gesù – e di Dio – al «no» è stata non la condanna, non il rifiuto, ma il dono della sua vita, la grazia del suo perdono, la fedeltà del suo amore.

 

Sostenuti da questa certezza, chiediamo a Dio che le nostre comunità cristiane, e la Chiesa tutta siano aiuto e testimonianza per tutti quelli che ancora oggi cercano Dio e il suo amore nell’oscurità e nelle tenebre, perché possano scoprire la luce di Cristo e sperimentare la gioia che deriva dall’incontro con Lui.






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