Omelie

OMELIA DEL VESCOVO DANIELE NEL PONTIFICALE DI CRISTO RE, 26 novembre 2017

Cristo Re - Festa del Crocifisso

 

26 novembre 2017 

  OMELIA DEL VESCOVO DANIELE

 

I vangeli di queste ultime tre domeniche dell’anno liturgico, presi dal capitolo 25 del vangelo di Matteo, si chiudono tutti con parole di condanna. Due domeniche fa, le cinque «vergini stolte», che bussano troppo tardi alla porta della sala di nozze, si sentono dire: «In verità io vi dico: non vi conosco» (v. 12). Domenica scorsa, il terzo servitore, che non si è dato da fare per trafficare il talento ricevuto dal suo padrone, viene condannato così: «Il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti» (v. 30).

Nel brano ascoltato poco fa, Gesù concludeva dicendo: «E se ne andranno questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna» (v. 46); una frase che riprende e riassume ciò che nella parabola del giudizio il Signore dice a quanti ha messo rispettivamente alla destra e alla sinistra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo» (v. 34); e, dall’altra parte, «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli» (v. 41).

Quest’ultima frase è la parola di condanna più dura, il culmine di una specie di crescendo, che corrisponde però anche a una grande semplificazione. Perché, potremmo forse dire, che cosa sia esattamente quell’olio per le lampade, di cui le vergini stolte non hanno saputo premunirsi, non è chiarissimo; che cosa voglia dire di preciso trafficare il talento ricevuto, potrebbe essere oggetto di discussioni e interpretazioni diverse.

Ma le opere sulle quali verterà il giudizio ultimo sono chiare, non lasciano dubbi: avevo fame, mi avete dato (o non mi avete dato) da mangiare; ero nudo e mi avete (o non mi avete) vestito; ero straniero e mi avete (o non mi avete) accolto; ero malato e siete venuti (o non siete venuti) a visitarmi… Si potrebbe dire, tutt’al più, che l’elenco non è necessariamente completo, e che si possono pensare anche altre situazioni di necessità (così, ad es., la riflessione cristiana ha aggiunto anche le opere di misericordia «spirituali»), ma la cosa non cambia.

E Gesù è molto chiaro anche nel parare la possibile obiezione: ma Signore, noi non sapevamo che eri tu, quando mai ti abbiamo (o non ti abbiamo) visto affamato o assetato o prigioniero o nudo…? Inutile ricordare la risposta del Signore a questa obiezione, risposta che abbiamo ascoltato insieme poco fa.

 

Dicevo, all’inizio, che i vangeli di queste ultime tre domeniche si chiudono con parole di condanna. In realtà non è del tutto vero, e ci sono almeno due altre cose da notare.

La prima, è che proprio la pagina di oggi, che pure richiama in modo molto netto il rischio di perdere per sempre se stessi, ha come ultima parola di Gesù non quella sui perduti, ma quella sui salvati: «E se ne andranno questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Tutto si chiude, dunque, evocando la prospettiva della vita eterna. Perché questa pagina non vuol essere semplicemente il film anticipato di ciò che accadrà alla fine. Questa pagina è un richiamo per l’oggi; vuole farci aprire oggi gli occhi, il cuore, le mani, sul povero, sul malato, sul prigioniero, su chi è in necessità; questa pagina vuole ricordarci che le scelte che facciamo (o non facciamo: la tradizione cristiana conosce anche i peccati di omissione, che qualche volta rischiamo di dimenticare!) oggi non sono indifferenti per il destino complessivo della nostra vita; e che oggi, il tempo che ci è dato, è appunto il tempo nel quale fare le scelte giuste, scelte di vita e di salvezza per noi e per gli altri; perché Dio continua a essere il Dio che vuole per noi e per tutti la vita eterna, la benedizione, la salvezza, ma non può considerare indifferenti le nostre scelte e i nostri comportamenti.

L’altra cosa da notare è questa. Subito dopo questa pagina, nel vangelo di Matteo incomincia il racconto della passione. Gesù dice le parole che abbiamo ascoltato, concludendo così tutti i suoi «discorsi» (cf. 26, 1) e si avvia verso la croce. Nelle ore drammatiche che seguiranno, Gesù sarà incoronato di spine, sarà preso in giro come un re da burla, gli scriveranno sul cartello della croce «il re dei giudei»…

Eppure, la fede cristiana riconoscerà che proprio quella croce è il «trono di gloria» (cf. 25, 31) sul quale il Signore regna e dal quale egli giudica il mondo.

Contemplandolo su quella croce, contemplandolo anche attraverso il Crocifisso custodito nella nostra cattedrale e così caro ai cremaschi, noi sappiamo che il nostro giudice è e sarà colui che ha dato la vita per noi sul legno della croce. E questo è per noi fonte di grande consolazione e fiducia: non saremo giudicati da un sovrano implacabile e lontano, ma da Colui che donando la sua vita sulla croce ha rivelato l’amore fedele di Dio.

Il richiamo a riconoscerlo, accoglierlo e soccorrerlo nel povero, nel malato, nel bisognoso, non viene meno, però, anzi! Perché proprio nella croce si vede fino in fondo Gesù identificato col povero, col prigioniero, con chi è nudo e privo di tutto…

Ho ammirato, in questi giorni, le cose belle e preziose che i nostri padri hanno messo insieme per ornare l’altare e la cappella del Crocifisso; ma non ho potuto fare a meno di pensare a quella parola di S. Giovanni Crisostomo, grande vescovo del IV secolo, che diceva: come potete ornare l’altare di argenti, usare calici e piatti d’oro per la mensa eucaristica, se poi non riconoscete Cristo nel povero, se non lo nutrite, non gli date un bicchiere d’acqua, non lo vestite quando è nudo…?

Questo grande vescovo aggiungeva: «Dico questo non per proibire di impegnarsi in queste cose» (ossia abbellire la chiesa, i vasi sacri, gli altari ecc.), «ma per esortarvi a fare queste cose insieme a quelle» (cioè soccorrere il povero, dar da mangiare all’affamato, vestire chi è nudo ecc.), «anzi a fare quelle [= le opere di misericordia] prima di queste [= gli ornamenti ecc.]», sapendo che proprio le opere di misericordia sono il tesoro che rimane per sempre (cf. S. Giovanni Crisostomo, Omelie su Matteo, 50, 4).

Contemplando il nostro Crocifisso, chiediamo dunque la grazia di amare e servire il Signore nell’altro, soprattutto nel povero e nel bisognoso, e che ci sia aperta così la via della salvezza, e del regno che il Padre ci ha preparato.






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